Voci che si sollevano: Karski e la sua testimonianza

2018-01-26_08-26-31

La mia testimonianza davanti al mondo: la storia di Jan Karski, un uomo che ha visto e raccontato

di Mara Giacalone

In occasione della Giornata della Memoria, i media rimbalzano e propongono sempre lo stesso materiale, propongono i soliti film e i soliti libri – si potrebbe quasi utilizzare, purtroppo, la parola cliché, come se tutto quello che è successo fosse richiudibile e inscatolabile in alcune immagini che hanno finito per diventare simboliche e iconiche della seconda guerra mondiale.  Noi invece sappiamo bene che ci sono molte altre cose che si potrebbero mostrare, che si potrebbero dire (l’anno scorso avevamo proposto una sorta di biblioteca della memoria), che non si può semplificare ma bisogna andare a fondo, continuare a porsi domande. Ecco perché questa volta abbiamo deciso di presentare una testimonianza diversa, particolare, con un punto di vista inconsueto e interessante. Già diversi anni fa incontrai il nome di Jan Karski in occasione di un esame universitario e il suo libro mi colpì subito. È arrivato finalmente il momento di parlarne anche qui su PoloniCult.

Jan Karski è lo pseudonimo con cui è diventato famoso e conosciuto a livello mondiale Jan Kozielewski, esponente e protagonista della Resistenza polacca, nonché il primo a formulare il concetto di Polish Underground State in un articolo risalente al ’43. Nato a Łódź, dapprima studiò giurisprudenza e diplomazia a Leopoli e poi frequentò la scuola per ufficiali dell’artiglieria a cavallo – elementi che si riveleranno fondamentali e decisivi per la sua entrata nel movimento di resistenza. A ciò va sommata la conoscenza delle lingue, che gli rese poi facile il contatto con i più alti esponenti politici del tempo – polacchi e mondiali. Prima dello scoppio della guerra, troviamo Jan a Varsavia dove frequenta un corso di formazione per diplomatici. È nella capitale che lo sorprende e lo travolge come un’onda un ordine segreto di mobilitazione: doveva lasciare la città per raggiungere il reggimento, aveva 25 anni.

All’epoca ero sottotenente di un reggimento di artiglieria e mi avevano assegnato ad un reparto acquartierato a Oświęcim, nelle immediate vicinanze del confine polacco-tedesco. Le modalità con cui mi era stato recapitato l’ordine, e in una certa misura anche l’ora dell’annuncio, o forse il fatto che tutti i miei progetti precedenti sarebbero andati all’aria, resero improvvisamente chiara la gravità della situazione.

Fu così che dopo quattro giorni partì, rispondendo alla chiamata alle armi. Le cose però non iniziarono bene e nel giro di poco si ritrovò prigioniero dei sovietici. Grazie ad una serie di fortunate coincidenze, persone incontrate, sangue freddo e voglia di vivere, il giovane sottotenente fece ritorno nella capitale trovando davanti ai suoi occhi miseria e distruzione dopo soli pochi mesi dall’inizio della guerra. Non è questo tuttavia il luogo per raccontare nel dettaglio le sue avventure, ma il preambolo era necessario per introdurre la sua figura e arrivare al punto saliente, al momento di svolta della sua vita, l’incontro con un vecchio amico musicista e ora impegnato nella Resistenza che, senza pensarci troppo, arruola anche Jan.

IMG_20180121_164749_241

La mia testimonianza davanti al mondo: storia di uno stato segreto (Adelphi, 2013, trad. di Luca Bernardini), questo il titolo del libro in cui Karski si racconta e ci rende partecipi delle sue avventure; il titolo di un libro sapientemente scritto che avvalendosi della forza della semplicità riesce ad essere sferzante, diretto e profondo come pochi. Non è un romanzo, o meglio, non solo. È il racconto di un sopravvissuto. È il racconto di un militante della Resistenza. È la testimonianza di un uomo coraggioso. È il percorso di maturazione e crescita di un giovane 25enne in uomo e ambasciatore. È il ritratto lucido, sincero e spigoloso di una situazione politica complicata. È un emozionante e avvincente racconto dello Stato segreto, di spie, corrieri, contrabbando. È la storia poco conosciuta di un uomo incredibile.

La mia testimonianza davanti al mondo è un volumone rosso di quasi cinquecento pagine e potrebbe non invogliare, specie se si pensa alla tematica, eppure lo si legge velocemente come un romanzo. Karski, da abile oratore quale era, ha saputo coniugare sapientemente gli elementi necessari affinché il suo racconto potesse essere facilmente narrato, accolto, ascoltato. Durante la lettura a volte non ci si rende conto se quello che si sta leggendo è finzione o realtà storica perché la narrazione è così fluida e avvincente che il lettore si lascia tranquillamente sedurre e trasportare in un vortice assurdo di emozioni: adrenalina, paura, ansia, felicità, tristezza. Ogni pagina invoglia ad andare avanti. Ci sono alcune sequenze, specie quelle più legate all’attività come corriere al servizio della Resistenza che si leggono tutte d’un fiato, trattenendolo fino a quando l’eroe non è sano e salvo e quasi ci si dimentica che ciò che viene narrato è successo davvero, è la reale storia di un uomo come tanti altri ma che per una serie di casualità, si è ritrovato ad essere una delle figure chiave dello Stato Clandestino, della lotta all’occupatore, la voce unita di polacchi ed ebrei che chiedevano all’Europa e al mondo intero di aprire gli occhi e rendersi conto di quello che stava accadendo.

Karski, dopo un primo incarico di prova a Poznań, entrò a far parte della Resistenza a pieno titolo e il suo primo viaggio ebbe come destinazione la Francia dove ebbe modo di conoscere Kot e Sikorski e discutere delle sorti dello stato polacco e il funzionamento di quello clandestino. Tornato in patria a riferire le informazioni ottenute, poco non molto dovette partire per la sua seconda missione ma venne fatto prigioniero della Gestapo; dopo un tentativo di suicido fallito, grazie ad alcuni membri del movimento segreto si riuscì ad organizzare la sua fuga dall’ospedale di Nowy Sącz, salvandolo. È nell’estate del ’42 che adotta lo pseudonimo di Karski in previsione della nuova missione, questa volta con meta Londra allo scopo di portare dei microfilm contenenti materiale circa l’idea di liquidare il ghetto di Varsavia da parte dei nazisti. Prima della partenza, però, ebbe modo di incontrare due esponenti del movimento clandestino ebraico, il rappresentante dell’organizzazione sionista e il leader del Bund (associazione dei socialisti ebrei) allo scopo di poter essere anche il loro ambasciatore qualora avessero avuto informazioni da voler trasmettere ai rappresentati siti nella capitale inglese.

“Dal momento che il mio è un ruolo formale desidero che mi affidiate il vostro messaggio per il mondo. Sarò onesto e riporterò ogni cosa, parola per parola. Voi siete i leader della Resistenza Ebraica. Che cosa volete che io racconti, signori? Che cosa volete che io dica a nome degli ebrei?”

“Vogliamo che il governo polacco a Londra e i governi degli Alleati comprendano la nostra impotenza […] I tedeschi non intendono asservirci, come hanno fatto con i polacchi e con altri popoli. Vogliono liquidarci. Tutti. Ci corre una bella differenza.”

[…] impallidii. Eravamo agli inizi di ottobre del 1942. In due mesi e mezzo, nella sola Varsavia, i tedeschi avevano assassinato trecentomila persone. Quello che dovevo riferire al mondo era un crimine che non aveva precedenti nella storia.

Fu così che Karski non solo ascoltò ma fece anche esperienza diretta di quello che stava succedendo nel ghetto, di quella vita non vita che disperatamente lottava per rimanere di qua dove la luce splende ma che, inesorabilmente si spegnava giorno dopo giorno, calpestata senza ritegno, insultata e abbattuta. Nel docufilm Karski and the lords of humanity nel quale si ripercorre, attraverso interviste e ricostruzioni, la vita del suddetto, a proposito della visita nel ghetto, riporta le parole di uno dei due accompagnatori: patrz na to, patrz i zapamiętaj. Ma per essere davvero il portavoce di tale sofferenza, non era abbastanza e i due rappresentanti gli chiesero di più, molto di più, di entrare a Bełżec – ma molto probabilmente si trattò del campo di transito di Izbica Lubelska. Karski fece anche questo. Diventò davvero la voce della sofferenza in terra polacca. Divenne il testimone davanti al mondo di quello che stava succedendo, di quello che gli Alleati non volevano vedere, non volevano accettare, non volevano comprendere.

Il testo non racconta solo la sua vicenda ma offre anche l’opportunità di fare diversi focus sullo Stato clandestino, su cosa fosse, su come funzionasse. L’autore dedica un paio dei capitoli centrali a diverse tematiche come ad esempio la stampa clandestina o la scuola e queste parti sono quasi più interessanti delle varie missioni, dei vari incontri con i diversi esponenti. Sono uno squarcio nella vita sotteranea, nella vita come se fosse, ci proiettano in una dimensione surreale, fatta di battaglie e di vita che pulsa. Del voler sopravvivere e dimostrare che si può e si deve combattere, che la guerra non è solo quella con le armi. Anche il rischiare la vita perché si nascondono sotto la giacca diverse copie del giornale stampato in segreto, è combattere. Per la libertà. Per tutti i diritti che furono brutalmente infangati, insultati e dimenticati.

 Quella di Karski, o meglio, di Jan Kozielewski, è una testimonianza sull’essere uomo, e anche sull’essere polacco. È una lettura che specie di questi tempi andrebbe fatta a gran voce, nelle scuole, in casa, nelle piazze, in televisione. Non importa quanti anni siano passati, la lungimiranza con cui scrisse determinate parole è così incredibile da risuonare perfette ancora oggi.

La mia testimonianza davanti al mondo è il libro che oggi, 27 gennaio 2018, giornata della Memoria, ci sentiamo di ricordare e consigliare perché tutti dobbiamo essere testimoni e ambasciatori, non soltanto di quello che è stato ma di quello che continua ad accadere e confidare nel fatto che si, un uomo, una donna, possono fare la differenza. Esattamente come quel simpatico signore con il viso allungato, sempre vestito con completo e cravatta che mi sorride ogni volta che percorro Ulica Szeroka, in Kazimierz a Cracovia. D’altronde la sua statua non poteva essere collocata in nessun altro luogo.

IMG_20180121_145549_575

Iscriviti alla newsletter di PoloniCult

Iscriviti per ricevere in anteprima le novità di PoloniCult, la raccolta dei nostri migliori articoli e contenuti speciali.

Non ti invieremo mai spam, rispetteremo la tua privacy e potrai recedere in ogni momento.

33 Condivisioni