Karol Omyła – Storia di un soldato polacco della Grande guerra

Karol Omyła

Dal catalogo di Wydawnictwo Literackie, il diario di Karol Omyła, soldato polacco dell’esercito asburgico nella Grande guerra. Tra la Russia e Caporetto.

di Salvatore Greco

Lo spazio letterario della prima guerra mondiale ha delle coordinate ben precise. Nonostante non sia mai stata trattata e analizzata quanto la seconda, la Grande guerra conserva un posto nell’immaginario collettivo, costruito anche attraverso diari, romanzi, testimonianze più o meno letterarie.

C’è il ritratto crudo e drammatico che ne ha fatto il tedesco Remarque nel suo Niente di nuovo sul fronte occidentale, o quello ironico e grottesco del ceco Hašek che con Il buon soldato Sc’vèik ha creato evocazioni talmente solide e riconoscibili che persino chi non l’ha mai letto lo riesce a inquadrare. Per non parlare delle raccolte di lettere, i memoriali, i diari e i romanzi più o meno riusciti che di quella guerra tragica raccontano gli aspetti patriottici e i grandi panorami internazionali, a volte con tono di denuncia, altre volte con lo sguardo edulcorato della prospettiva a distanza.

Nell’ottobre del 2019, l’editore polacco Wydawnictwo literackie ha dato alle stampe il diario di un soldato della Grande guerra. Il titolo suona più o meno così: “Breve storia di un soldato qualsiasi della guerra europea” (Krótki życiorys pewnego żołnierza z wojny europejskiej), dove la guerra europea è ovviamente la prima guerra mondiale e il soldato qualsiasi è Karol Omyła, un sottufficiale polacco dell’esercito asburgico. È un diario straordinariamente interessante per la prospettiva che pone e il modo di raccontare le vicende.

Allo scoppio della prima guerra mondiale, è una premessa necessaria, la Polonia non esiste sulle carte geografiche. Omyła viene dall’antica regione della Galizia ed è un suddito dell’imperatore d’Austria. Parla in polacco, scrive in polacco, ma nelle pagine di questo diario si riferisce a sé stesso in questi termini solo una volta, verso la fine, quando racconta un episodio laterale, ma fondamentale. È il dicembre del 1917, la guerra sta finendo, e il nostro eroe è in un ospedale di campo tra malati di tifo. Nell’esercito multietnico e multinazionale dell’impero d’Austria, gli alti ufficiali fanno auguri di buon anno nuovo ai propri sottoposti per nazionalità, i tedeschi ai tedeschi, gli ungheresi agli ungheresi, e così via. Solo gli ufficiali polacchi, dice Omyła, tacciono di fronte ai propri connazionali, forse per vergogna.

Altrove, Omyła di polacchi parla poco, di Polonia mai. È un giovane che viene dalle regioni di montagna, figlio di una famiglia poverissima, e la vita sotto gli Asburgo è l’unica che ha conosciuto e non ne ha mai immaginate altre. Sono gli stessi anni in cui l’intellighenzia polacca partorisce le figure che ricreeranno la repubblica di Polonia, ma è un mondo con cui il nostro narratore non ha niente a che fare. Prima della guerra, le sue preoccupazioni sono quella di trovare lavori stagionali oltre il confine prussiano, per non morire di fame, e i tormenti di un’unione infelice. Le prime pagine colpiscono per la franchezza e la sincerità con cui parla del modo in cui ha conosciuto la moglie. In un mondo maschilista e patriarcale, di cui lui condivide in pieno i valori, non usa metafore né giri di parole per raccontare l’innamoramento sincero e ingenuo per una donna più anziana e che ha a carico anche un figlio illegittimo. Non nasconde i problemi, gli scandali né i tentativi di liberarsene, ma a quella donna è legato da un sentimento sincero, prende sulle sue spalle anche il figlio che non è suo e ne creerà una famiglia.

Tutto questo fino alla leva. Viene chiamato alle armi austriache ed è pure contento, paga e vitto assicurati. Fa quattro anni di leva durante i quali vive lontano dalla sua famiglia e quando è pronto a tornare civile, arriva la notizia che l’Arciduca Francesco Ferdinando è stato ucciso a Sarajevo e che l’Impero d’Austria mobilita soldati e ufficiali per la guerra.

Sul fronte russo…

Il fronte più importante per l’esercito asburgico è quello orientale, sul confine con l’impero russo alleato della Serbia, e Omyła è tra i soldati che vengono mandati lì. Il racconto della vita di trincea è schietto, onesto fino alla brutalità quando racconta di animali rubati alle campagne, uccisi e macellati lì per lì, di farina sequestrata dai mulini, tabacco diviso tra i soldati, scarpe persino, rubate ai contadini. Omyła ha la fortuna di avere imparato a usare la mitragliatrice, è addetto a quello e in trincea il suo compito è quello di guardare le spalle ai compagni mandati in avanti al massacro. Deve a questo la sua sopravvivenza e la possibilità di raccontare ed enumerare i commilitoni lasciati sul campo, uccisi dal fuoco nemico. Seguendo sulla mappa i movimenti che descrive, ne viene fuori una guerra combattuta in modo un po’ caotico e senza un piano reale. Qualunque idea avessero gli alti comandi austriaci, le trincee li hanno stravolti. Omyła e le truppe si muovono a zig zag tra i villaggi, scavano trincee sotto la neve, combattono un po’, poi si spostano, vanno avanti e indietro e le località vengono snocciolate via via senza chiedersi niente. Fa un po’ impressione, leggendoli adesso, notare che è tutta toponomastica polacca. La guerra che Omyła combatte nei primi anni è tutta in mezzo ai polacchi. Parlano polacco i civili a cui scanna un maiale e quelli a cui espropria il tabacco, parlano polacco probabilmente anche molti dei soldati zaristi che tenta di ammazzare a mitragliate e da cui è cordialmente ricambiato. Come detto, di tutto questo sembra che non gli interessi particolarmente. Per lui sono russi e basta, anzi li nomina usando una serie di nomignoli dispregiativi che è difficile rendere in italiano, e lo fa con tanta naturalezza e varietà che è impossibile credere che siano nominativi da propaganda o imparati in guerra. Per lui, sottufficiale galiziano dell’esercito austriaco, quegli altri, benché parlino la sua lingua, sono al di là del confine, stranieri e nemici. A un certo punto della guerra, quando un gruppo di soldati di guardia porta un uomo fatto prigioniero, lui lo registra così: “le sentinelle hanno portato un russo, è un polacco di Varsavia”.

…e su quello italiano

Nel 1917, Omyła ottiene una licenza lunga. Ne approfitta per tornare al suo villaggio, discutere con il padre dell’eredità della casa da spartire con i fratelli, e sposare la donna amata. Discute con il padre e ottiene che la casa sia intestata anche a lei, per evitare che la donna e i suoi figli finiscano in miseria se lui morisse in battaglia. Di ritorno dal congedo, Omyła viene unito a un battaglione che dai Balcani andrà a combattere in Italia. Noi sappiamo il perché: in Russia è scoppiata la rivoluzione, i bolscevichi hanno preso il potere e dichiarato la resa, il fronte principale per gli Asburgo ora è quello a sud, con l’Italia. Omyła questo non lo sa e non se lo chiede nemmeno per un istante. Accetta impassibile gli ordini e va a combattere sull’’Isonzo. Anche per gli italiani, come per i russi, usa un nomignolo improbabile. Sembra incredibile a dirlo nel contesto di oggi, ma l’unica nazionalità per la quale usa sempre e solo il nome ufficiale, sono i tedeschi.

È storicamente affascinante leggere delle battaglie sull’Isonzo dalla prospettiva austriaca. Omyła evidentemente partecipa all’assalto degli imperi centrali a Caporetto e riassume in mezza riga la battaglia che in Italia assorbe decenni di dibattito storiografico: “e così i tedeschi presero gli italiani a calci nel culo”. Va detto che questa frase, che oggi può suonare volgare e un po’ spaccona, nella lingua del nostro narratore è una semplice constatazione, niente affatto distante dal suo registro normale. Più avanti Omyła ci regala diapositive memorabili del suo stupore per le trincee italiane, costruite con giudizio e pure dotate di elettricità, e dipinge il paesaggio dei paesi abbandonati e del caos successivo alla ritirata disordinata delle truppe di Vittorio Emanuele dopo la disfatta di Caporetto. Non c’è l’epica melodrammatica con cui noi parliamo di quella sconfitta, né la rabbiosa voglia di rivalsa degli austriaci che spesso ci immaginiamo. Semmai, di voglie di rivalsa ne hanno i soldati italiani un anno più tardi, verso la vittoria di Vittorio Veneto, quando assaltando i reparti asburgici danno a Omyła dell’austriaco. Cosa per la quale, va detto, lui non batte ciglio.

Dopo la disfatta militare, mentre ancora non si sa quali saranno le reali sorti dell’Austria e dell’impero, Omyła torna al suo villaggio, dopo una trafila faticosa di treni e sequestri, e del resto non ha desiderato raccontarci nulla.

Non sappiamo cosa abbia pensato della nascita della Polonia, né se ne abbia davvero pensato qualcosa, o della successiva stagione socialista. Omyła è infatti morto nel 1960, settantunenne, un’età quasi da record per un uomo vissuto in quelle condizioni e passato da due guerre. Sappiamo che è stato anche vicesindaco e sindaco del suo villaggio, cosa nella quale deve averlo aiutato l’istruzione ricevuta nell’esercito, e che ha vissuto un rapporto conflittuale fino alla fine con la moglie, retaggio di un’emotività difficile e un po’ tossica per la quale non poteva avere gli strumenti.

Dalla lettura diario, scritto a mano nel 1926, emergono tante riflessioni. Di sicuro una sulla guerra, sul suo senso e sul modo di combatterla. L’autore davvero raramente si lascia a commenti emotivi, se non quelli sulla moglie, ma i frammenti dedicati alle trincee e alla guerra combattuta in mezzo ai civili restano come marchiati a pelle. È vero che di questi racconti ne abbiamo avuti molti, ma sembrano non essere mai abbastanza per ricordare l’assurdità di una guerra entrata nelle vite di tutti e combattuta per logorare.

Resta impresso anche il lessico che usa, infarcito di termini tedeschi quando si tratta di parole di uso militare, e povero nel resto. Manca qualsiasi traccia di pietà o un’osservazione, anche solo poco più che superficiale, sulle cose. Sembra che non gli interessi nulla delle sorti della guerra, e questo in fondo è normale, ma non passa mai dalle pagine nemmeno una forma di pietà o di condivisione del destino dei soldati divisi dal fronte. Racconta, ma da lontano, gli incontri per decretare l’armistizio nei giorni di Pasqua o di Natale, e solo una volta si lancia a un brindisi per l’imperatore Francesco Giuseppe. Come detto, la Polonia come entità nazionale sembra lontanissima dai suoi pensieri, e non sembra conoscere un senso di comunità nemmeno con i commilitoni, pochissimi sono quelli che cita per nome e cognome. Solo per la donna amata, e in parte per i fratelli, ha qualche moto di affetto riconoscibile come tale.

In un certo senso è vero che il diario di Karol Omyła è quello di un soldato qualsiasi, non ha nulla di esemplare né di straordinario, ma nel modo in cui ci porta con sé dentro la guerra è una testimonianza preziosa, anche rara nel modo in cui svela e decostruisce immagini della nostra mente di cos’era l’Impero d’Austria e anche di cos’era la Polonia prima del 1918.

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