Perché abbiamo ancora bisogno di Kapuściński

Fot. Maciej Zienkiewicz / Agencja Gazeta

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A sette anni dalla sua scomparsa, il ruolo del grande maestro del reportage polacco è ancora vivo e di insegnamento.

di Salvatore Greco

Cosa c’è di nuovo da raccontare nel 2019 su Ryszard Kapuściński? Cosa aggiungere a una figura di intellettuale che ha prodotto numerosi premi a suo nome, che gli studenti delle scuole polacche (e non solo) trovano sui libri di letteratura di scuola, che ha ispirato un film animato ispirato alla sua figura e ai suoi viaggi? Probabilmente nulla. A dodici anni dalla sua morte, Kapuściński si è cristallizzato, accademizzato, è un maestro riconosciuto dalla grande e fervida tradizione polacca del reportage anche se tutti poi, dopo le lodi, pongono le distanze: è un classico, ma non mi ispiro a lui. È stato anche oggetto di un tentativo, piuttosto malriuscito, di damnatio memoriae da parte del suo ex allievo Artur Domosławski che ha sollevato un polverone ma anche causato una poderosa alzata di scudi verso il reporter che -ormai deceduto- non avrebbe potuto nemmeno difendersi da solo.

L’arresto dialettico di un ambiente che si è fermato e si pasce nel dire quanto Kapuściński sia geniale, tuttavia, si scontra con l’impianto di una scuola di autori che non lo segue più e di un XXI secolo che assume contorni, sfumature e chiavi di lettura per i quali riprendere in mano i libri del reporter polacco potrebbe servire. Nel metodo e nel merito.

Se noi non possiamo dire molto di nuovo su Kapuściński, è lui a poterci dire molto di nuovo, anche oggi, soprattutto oggi.

L’origine del mito

Nelle prime pagine del suo Podróże z Herodotem (In viaggio con Erodoto, Feltrinelli, 2005), Kapuściński racconta in modo molto semplice e sincero gli esordi della sua carriera. Per quel giovane giornalista, fresco di studi, e sopravvissuto a un’infanzia segnata dalla guerra, il desiderio più grande è quello di superare il confine, uno qualsiasi. È il mondo degli anni Cinquanta, i confini sono una cosa drammaticamente seria e fino a quel momento al giovane reporter è toccato viaggiare per i più sperduti villaggi della Polonia post-bellica e raccontarne realtà e lamentele. La morte di Stalin e l’arrivo del disgelo hanno finalmente permesso qualcosa di prima inimmaginabile, ovvero riportare lo stato reale della vita in quei villaggi, la povertà, l’indigenza, le frustrazioni. Con il senno di poi, il Kapuściński maturo che ripercorre quella storia, ne riconosce il valore sia professionale che etico, eppure c’è qualcosa in più che lo muove ed è il desiderio di andare oltre, di valicare un confine e la sua sacralità.

Quello che immagina è al massimo la Cecoslovacchia, ma la sua direttrice di allora lo convoca inaspettatamente e la sua proposta è spiazzante: l’India. Kapuściński dell’India non sa nulla, il suo inglese è poco più che inesistente, ma parte lo stesso e dopo uno scalo a Roma arriva a New Delhi. A fargli compagnia, assieme a un modesto dizionarietto e a una copia di Addio alle armi su cui esercitare il suo inglese, ha un grosso tomo de Le Storie di Erodoto nell’edizione polacca, omaggio e guida per quel viaggio dalla sua illuminata direttrice.

In viaggio con Erodoto è l’ultimo grande libro di Kapuściński, che morirà cinque anni dopo averlo scritto. È dunque giusto ritenerlo il suo testamento artistico e spirituale. Proprio per questo motivo le considerazioni a valle su un viaggio compiuto quasi cinquant’anni prima vanno prese con le pinze e lo spirito che racconta quel tipo di rapporto con lo storico greco è più giusto attribuirlo al Kapuściński maturo che non a quello che sfogliava un enorme tomo nella guardiola di sicurezza dell’aeroporto di Kabul. Tuttavia, a prescindere da quando Erodoto sia entrato nel cuore e nella visione del mondo del reporter polacco, è essenziale capirne il peso e l’importanza.

Ma come faceva Erodoto, essendo greco, a sapere che cosa narrassero i lontani persiani, i fenici, gli abitanti dell’Egitto e della Libia? Recandosi di persona in quei paesi, interrogando, osservando e raccogliendo dati in base a ciò che vedeva e che la gente gli raccontava. Il che significa che il suo primo passo era sempre un viaggio. Ma non è forse quello che fanno tutti i reporter, che non pensano ad altro che a partire e per i quali il viaggio è la ricchezza, la fonte, l’origine di ogni cosa? Solo in viaggio un reporter si sente se stesso e a casa propria.

Più leggevo Erodoto, più scoprivo in lui un’anima gemella. Che cosa lo aveva indotto a muoversi, ad agire, a intraprendere lunghi viaggi e spedizioni rischiose? Probabilmente la curiosità del mondo, il desiderio di esserci, di vedere e sperimentare tutto di persona.

I viaggi, la politica, la storia, la lotta

Da quel viaggio in India come reporter di un giornale giovanile al passaggio poi alla leggendaria agenzia di stampa Pap, Kapuściński non si ferma più. Viaggia tra i continenti e tra gli eventi, in un secolo che non si è risparmiato nel creare stravolgimenti, progettare rivoluzioni, immaginare contesti nuovi anche nutrito di una cosa che il nostro tempo ha quasi del tutto perso: la visione prospettica del mondo. Alcune giuste, altre terribili, altre ancora lacerate nello iato tra cosa avrebbe dovuto essere e cosa era stato veramente, le ideologie -che oggi sono quasi una parolaccia- hanno mosso il secolo, la storia e anche chi la ha raccontata. La critica di fondo mossa a Kapuściński in Kapuściński non-fiction, la biografia non ufficiale citata all’inizio di quest’articolo, è che il reporter polacco abbia taciuto per tutta la vita i propri contatti con l’establishment, alcuni ruoli poco trasparenti e in sostanza non abbia rinnegato quel passato. Al netto dei risvolti meramente biografici che non interessano qui, la domanda è banale: Kapuściński è stato un convinto comunista? Nonostante sia cresciuto e abbia studiato in un Paese satellite dell’Unione Sovietica e abbia lavorato a stretto contatto con un’emanazione di quel potere politico quale era la Pap di allora in quanto organo di Stato, è difficile immaginare Kapuściński come un intellettuale organico al partito o a qualunque altra cosa. Un uomo che ha fatto del contatto con la diversità il suo mestiere di vivere e che ha raccontato con immutata curiosità ogni lato del mondo, davvero poco e male si combina con la povertà intellettuale assunta dalle classi dirigenti polacche di allora.

Erodoto batte continuamente su quella che, più che una passione, è la sua ossessione: rinfacciare ai propri connazionali la superbia, la presunzione e il complesso di superiorità di cui sono vittime (dai greci infatti proviene la parola barbaros, indicante le persone che, non parlando il greco ed esprimendosi in modo stentato e incomprensibile, vengono automaticamente classificate come inferiori). Una puzza al naso che in seguito i greci hanno attaccata agli altri europei e che Erodoto stigmatizza a ogni piè sospinto.

Qualora la domanda fosse se Kapuściński abbia mai creduto nel socialismo come in un ideale di uguaglianza, di giustizia sociale e di equità, allora sì, in questo Ryszard Kapuściński è stato un socialista. Lo è stato nei suoi primi viaggi in India, sorpreso e indignato dai privilegi coloniali e di casta, lo è stato nei successivi in Africa e in Sudamerica raccontando -e a volte sostenendo- rivoluzioni locali di piccolo o grande calibro, dalla liberazione dell’Angola alla guerra civile in Congo all’epopea di Che Guevara, del quale il nostro tradusse in polacco il diario della Bolivia. Kapuściński per tutta la sua vita ha saputo di non poter essere neutrale, consapevole che la storia -persino mentre la si racconta- implica una scelta di campo e lui l’ha fatta sempre: raccontando le rivoluzioni dal lato dei ribelli. Dire che questo lo abbia fatto diventare un trombettiere del Comintern o una sorta di inviato da Istituto Luce è qualcosa che partendo dall’offensivo sfiora la calunnia. In ogni suo libro, in ogni resoconto inviato a Varsavia dagli angoli più sperduti del mondo dove la Storia esplodeva, Kapuściński è lì dentro, scansa le pallottole, si ammala e rischia la vita. Stando dentro una guerra è impossibile non riconoscersi in una delle sue voci, anche mentre la si racconta da reporter.

Del resto ci sono poi libri del nostro, come il maestoso Imperium (1993 in Polonia, 1994 per Feltrinelli con il medesimo titolo), dedicato all’appena caduta Unione Sovietica, dove l’impianto si fa diverso ma non la genuinità. Messi a confronto a distanza di anni e a volte decenni, e quindi calmierati dal tempo e dalla ragione, i reportage si fanno meno coinvolti e più riflessivi. Nel raccontare la guerra arrivare nell’attuale Bielorussia, dove Kapuściński era nato, al riportare al lettore Mosca, il Caucaso, l’Asia centrale, la Siberia più dura lo spirito del reporter racconta con severità e una nota di malinconia il disgregamento di un’entità statale e di un’idea di mondo. Lo fa nell’unico modo che conosce: coltivando il dubbio e ponendosi ogni volta più domande di quante non ne avesse all’inizio. Ci si potrebbe aspettare, da un uomo così coinvolto come poteva esserlo un cittadino polacco, reazioni più emotive. Ci si potrebbe aspettare, se fosse davvero un uomo di regime, note nostalgiche; o ci si potrebbe aspettare, come per numerosi altri autori è successo, una pacchiana danza sul cadavere del nemico morto. Kapuściński invece ripercorre le tappe di un viaggio durato decenni, nel tentativo di disegnare uno Stato-continente, ossessionato da quei confini da cui in maniera opposta l’autore stesso è stato assillato, racconta storie lontanissime tra loro, vite difficili, mondi sconnessi e -naturalmente- anche i pericoli che vengono fuori quando si sfalda un impero.

kapuscinski

La lezione di Kapuściński

Questo spazio non è sufficiente, né abbastanza documentato, per raccontare nel dettaglio le opere e i viaggi di un uomo che ha descritto mezzo mondo. Ci resta forse il compito più difficile, ma più affascinante, di dare un senso al come l’ha fatto. Ryszard Kapuściński ha attraversato i Paesi che ha visto con la consapevolezza di fondo che ciò che ancora non conosceva era -per definizione- più interessante di quello che conosceva già. Ha rifuggito ogni certezza e ha accettato, rischiando, di farsi coinvolgere negli eventi, di parteciparvi, persino di cambiarne le sorti con la sua presenza. Prendendo ogni viaggio e ogni resoconto come strati da aggiungere alla sua consapevolezza e non conferme di qualcosa che immaginava già, ha viaggiato portando con sé il disordine delle sue camere d’albergo, le paure, le difficoltà, i rischi. Se i suoi libri fossero romanzi, entrerebbero per definizione nel genere picaresco. Kapuściński si ammala, si perde, commette gaffe, soffre per il suo inglese stentato, viene ferito, si innamora, sbaglia si pente. Kapuściński è umano. A parte forse il caso di Cesarz (1978, in Italia nel 1983 per Feltrinelli con il titolo di Il Negus, splendori e miserie di un autocrate), in ogni altro libro Kapuściński ci porta con sé rendendo la lettura delle vicende che racconta un incrocio praticamente inimitabile tra diario di viaggio, reportage giornalistico e romanzo d’avventura, scritto con la pulizia a cui è tenuto un reporter ma anche con un gusto letterario non comune (le pagine di Imperium in cui racconta la preparazione del cognac armeno sono letteratura di altissimo livello) unito da un filo rosso specifico fatto di curiosità e avventatezza.

Una passione del genere è rara a trovarsi. L’uomo è una creatura tendenzialmente sedentaria: da quando ha potuto occuparsi di agricoltura e abbandonare la misera e rischiosa esistenza di raccoglitore e cacciatore, è stato ben felice di stabilirsi sul suo pezzo di terra ed elevare tra sé e gli altri un confine o un muro di cinta, pronto a dare il sangue, e persino la vita, per difenderlo. Se ne allontanava solo se costretto dalla fame, dalla pestilenza, dalla guerra o dalla ricerca di un lavoro migliore; oppure per motivi professionali, perché navigatore, venditore ambulante, guida di carovane. Ma di gente che, di propria e spontanea volontà, girasse il mondo per conoscerlo, studiarlo, comprenderlo e poi descriverlo, ce n’è sempre stata poca.

Il reportage oggi ha probabilmente perso quella spinta propulsiva. Nonostante una grossa fetta del mercato editoriale in Polonia sia occupata da titoli del genere, è l’atteggiamento che è cambiato. Le ferite della storia o la convinzione di vivere in un mondo post-ideologico hanno spinto il reportage letterario verso l’ossessione per la verità come se ce ne fosse solo una possibile e lo stesso nome che il genere ha in Polonia -literatura faktu – predica in buona sostanza un genere nel quale all’autore è richiesto di andare e raccontare la verità, quale che sia, nascondendosi il più possibile e lasciando che la storia parli da sé. Si tratta di un atteggiamento nobile, anche se a volta rischioso e post-moderno nel suo rifiuto di ogni concetto di intermediazione. Questo comporta una rivalutazione verso il basso nei confronti di Kapuściński, così molesto nel mischiare sé stesso, i suoi taccuini e le sue camicie sudate, di fronte alle storie dei suoi veri protagonisti, vittime della storia.

Con un reportage che perde Kapuściński come maestro di stile, c’è in generale una visione del mondo che avrebbe bisogno di riscoprirlo, specie nella sua Polonia dove la visione del mondo egemone mortifica ogni curiosità verso l’esterno e si crogiola in una vaneggiata autarchia culturale e politica mentre l’opposizione liberale fatica a costruire un immaginario più credibile di un cosmopolitismo gentrificato e che relega il viaggio nella sola dimensione del turismo.

Leggere Kapuściński oggi, nel 2019, nella Polonia ferita dall’assassinio del sindaco di Danzica Adamowicz, è un atto di libertà, un modo di leggere la storia diversamente, un atto dovuto per rivitalizzare un dibattito dormiente, per ritrovare entusiasmo e sfacciataggine nel raccontare, per farlo con amore e desiderio di rintracciare un senso più profondo oltre che di verità fine a sé stessa.

Bibliografia minima di Kapuściński in italiano:

Giungla polacca – Feltrinelli

In viaggio con Erodoto – Feltrinelli

Ebano – Feltrinelli

Imperium – Feltrinelli

La prima guerra del football e altre guerre di poveri – Feltrinelli

Ancora un giorno – Feltrinelli

Shah-in-shah – Feltrinelli

Il Negus. Splendori e miserie di un autocrate – Feltrinelli

Cristo con il fucile in spalla – Feltrinelli

Raccolta delle opere nei Meridiani – Mondadori

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