Joanna Fabicka: vi racconto Rutka, un libro per bambini di ogni età

Joanna Fabicka

A tu per tu con Joanna Fabicka, giornalista, scrittrice, autrice di Rutka, il libro per bambini che parla di Olocausto senza parlare di Olocausto.

di Salvatore Greco

Joanna Fabicka è una scrittrice che ama molto il suo lavoro, che quando parla di scrittura non fa trasparire la fatica ma la dedizione e soprattutto il piacere e il divertimento. Originaria di Łódź, un tempo città industriale e centro nevralgico dell’ebraismo polacco, oggi vive a Varsavia assieme al marito regista e a due figlie. Scrive narrativa per adulti e bambini, con un passato da poetessa e una formazione che viene dal cinema, di cui del resto la sua Łódź è capitale morale in Polonia.

Il suo libro più apprezzato, Rutka, è un romanzo destinato a giovani lettori, quelli che le categorie del marketing editoriale indicherebbero tra i 10 e i 12 anni. Ma il grande valore di Rutka sta proprio nel modo in cui parla a tutti, ponendo strati di consapevolezza uno sopra l’altro, e regalando a lettori diversi esperienze diverse. Una storia che parla di amicizia, di infanzia e complicità, ma anche delle pagine oscure di Łódź e dei destini tragici della comunità ebraica che l’ha abitata.

Abbiamo intervistato Joanna Fabicka per parlare di lei, del suo approccio alla scrittura e alla vita e soprattutto di Rutka, libro i cui diritti per l’Italia sono liberi e rappresentati in esclusiva da Nova Books Agency.

Hai due figlie e due grandi passioni. Se ti chiedessi di scegliere la tua figlia preferita, probabilmente ti offenderesti. E forse faresti altrettanto se ti obbligassi a rispondere alla domanda se preferisci i libri o il cinema. Quindi te la pongo diversamente: torni a casa dopo una giornata pesante, stanca, un po’ nervosa e con i capelli bagnati perché fuori pioveva. Cosa fai per rilassarti? Guardi un film o leggi un libro?

Per prima cosa faccio un bagno. Ma se devo risponderti seriamente, mi costringi a fare una scelta difficile. Sono cresciuta in un mondo di libri e di film. Da bambina leggevo molto e poi è nata la mia passione per il cinema. Per formazione sono una teorica del cinema, ho studiato Cinematografia e ho lavorato per qualche anno all’Accademia cinematografica di Łódź, la migliore scuola di cinema del mondo. Mi occupavo di montare i film studio degli studenti. È stato un periodo incredibilmente affascinante della mia vita, anche perché lì ho conosciuto l’uomo che sarebbe diventato mio marito. Il suo film di fine corso Męska sprawa (“A Man Thing”), al quale ho avuto il piacere di lavorare anche io, ha ottenuto una nomination agli Oscar nella categoria dei cortometraggi. Quella nomination e la notte degli Oscar sono stati il coronamento ideale del nostro periodo a Łódź. Dopo esserci trasferiti a Varsavia ho iniziato a occuparmi sempre meno di montaggio e sempre più di scrittura e alla fine da tecnica del montaggio sono diventata scrittrice. Tuttavia, il cinema continua a essere importante per me: leggere libri e guardare film per me è la continuazione del mio lavoro. Sono sempre lì ad analizzare tutto, a scomporre tutto. È difficile isolarsi. Se ho proprio bisogno di rilassarmi preferisco dormire o fare una passeggiata, anche sotto la pioggia.

Sempre con un pensiero ai due percorsi della tua vita professionale, leggendo Rutka ho avuto l’impressione che le immagini siano così ben descritte che si riuscirebbe a vederle anche senza l’aiuto delle pur splendide illustrazioni di Mariusz Andryszczyzk. Pensi che il cinema abbia un influsso sulla tua scrittura? E se sì, è una cosa che fai consapevolmente o ti viene naturale perché è così che vedi il mondo?

Uno scrittore deve essere evocativo. Come ama dire mio marito: il cinema è un’arte primitiva mentre la letteratura, per il fatto che crea attraverso le parole, è più difficile e chiede un’elaborazione più raffinata. Io credo che in ogni ambito creativo la cosa più importante sia il contatto con le proprie emozioni. Scoprire il mondo non è, e non dovrebbe essere, una cosa solo intellettuale. Ci sono anche le emozioni, i sogni, l’intuizione, un’intera serie di strumenti cognitivi extra-razionali. Ed è una cosa che ho sempre cercato nel cinema. Tra i miei registi preferiti per esempio ci sono Carlos Saura e Pedro Almodovar, così diversi tra loro e al contempo così simili. Entrambi mettono in scena gli ambiti più intimi e toccano le corde più sensibili dell’uomo.

Tornando un po’ al mio passato, la precisione compositiva, e quella quota di disciplina drammaturgica richieste dal montaggio, quando devi lavorare su frammenti tenendo a mente il risultato finale, sono indubbiamente d’aiuto. Mi preoccupo che non ci siano momenti a vuoto e perché ogni scena sia propedeutica a un’altra. Non è la prima volta che sento dire che i miei libri sono già pronti di per sé per diventare film. E in effetti per quanto riguarda Rutka, ho già venduto i diritti cinematografici a un produttore.

Scrivi per bambini, ragazzi e adulti, non solo libri ma anche editoriali sui giornali. Qual è il tuo approccio verso la letteratura per l’infanzia? Si scrive in modo diverso quando si scrive per i bambini o appartieni alla scuola di pensiero che definisce i bambini nient’altro che adulti mediamente un po’ più bassi?

In una delle scene del mio libro, dove le due bambine si trovano in mezzo a un prato di erba rossa, Rutka dice a Zosia: “Se gli adulti vedessero tutto quello che vedono i bambini, impazzirebbero. La loro immaginazione non riesce a concepire cose così complicate”. Penso che in questa citazione si celino tutti i segreti dell’avere a che fare con la fantasia dei bambini e allo stesso tempo il privilegio e la gioia di scrivere per loro. I bambini prendono a cuore aperto e mente limpida. Da questo punto di vista gli adulti non possono reggere il confronto. Allo stesso tempo non possiamo dimenticare che nei bambini i meccanismi di difesa non sono ancora del tutto formati: si fidano, sono aperti alle suggestioni. Per cui scrivere per loro implica una grande responsabilità verso le parole che usiamo e il mondo in cui li invitiamo a entrare. Non sono una sostenitrice del rapporto maestro-discepolo con i bambini. Sono convinta del fatto che possiamo imparare molto a vicenda gli uni dagli altri, pur con l’obbligo inderogabile da parte dell’adulto, e dell’autore, di proteggere il bambino.

Parliamo un po’ di Rutka. Da dove ti è venuta l’idea di scrivere questo libro? E da dove ti è venuto il “bisogno” di una storia del genere?

È una storia nata dall’amore e dalla grande nostalgia che provo per la mia città natale: Łódź. Una storia che è maturata per anni dentro di me. Il quartiere, le strade, le piazze e le case in cui si svolge la trama del libro esistono davvero, sono i luoghi della mia infanzia. In quel cortile di via Rybna 13 mi annoiavo proprio come Zosia. Mi chiedevo chi abitasse prima di noi in quelle case, quali piedi camminassero su quelle strade. Era come se ascoltassi un racconto muto dei muri della città. Quando sono cresciuta un po’, sono venuta a conoscenza della storia di dolore di quei luoghi e di chi li abitava. Un mondo che è passato senza possibilità di ritorno e che oggi possiamo trovare solo nei ricordi di chi è sopravvissuto. O nei racconti dei luoghi e delle case: basta solo appoggiare l’orecchio e ascoltare attentamente.

Uno dei pregi nascosti di Rutka secondo me è il modo in cui metti in contatto la Łódź di oggi con quella degli anni della guerra. Com’è descrivere una città che non esiste più?

Łódź è una città che ha sofferto relativamente poco gli effetti della guerra. Il suo ghetto è quello che è durato più di tutti gli altri. È una città in cui ogni giorno passeggi tra le tracce, le ombre, le evocazioni. Scorre sotto i tuoi piedi ed è come se cantasse la sua canzone. Qui si sono incrociate le storie di molti ebrei da tutta Europa. Tra le strade del Litzmannstadt Ghetto si sentivano tutte le lingue del mondo. Qui c’era la stazione Radegast, da dove partivano i vagoni carichi di persone dirette al Pianeta di Diamante come chiamo nel libro il posto da cui non si fa ritorno: i campi di concentramento. Quindi in un certo senso quella Łódź esiste ancora nell’energia di questa terra, con la città ha riempito di vita nuova le cose passate perché il desiderio di vivere è sempre più forte della morte. Ma sopra tutto questo si levano comunque il velo nero e lo spirito del Signore Bianco (ovvero Chaim Rumkowski, presidente dello Judenrat nel ghetto e noto collaborazionista dei nazisti, NdT). Noi cittadini di Łódź abbiamo questa città nel sangue.

Le tue figlie hanno letto Rutka? Come hanno reagito?

Ognuna di loro ha letto un libro diverso. Per la mia figlia minore, che all’epoca aveva dieci anni, Rutka è stato un romanzo pieno di avventure, follie, magia e surreale senso dell’umorismo. La veglia e il sogno si mischiavano. Era un racconto sulla forza dell’immaginazione infantile e sulla potenza dell’amicizia che vince su tutto. Mia figlia maggiore, che all’epoca era già adulta, sapeva perfettamente quali persone e quali avvenimenti si celassero dietro i simboli, le immagini misteriose e i non detti. Ha pianto quando ha letto la scena del Signore Bianco intento a ingoiare farfalle di mille colori perché in quella scena ha visto l’olocausto dei bambini ebrei. Le loro reazioni, così diverse, sono state per me la prova che ero riuscita a raggiungere quello che mi ero prefissa: accompagnare con prudenza il lettore attraverso una storia di fantasia e mostrargli con discrezione degli spiragli di interpretazione in cui infilarsi, ma solo se avesse voluto. Per questo le reazioni dei lettori mi piacciono molto e mi emozionano. Spesso ci sono genitori e nonni che leggono ai bambini, o con i bambini. E i più piccoli fanno il tifo per le loro protagoniste, ridono delle loro disavventure, corrono con loro per un mondo di fantasia senza confini. Gli adulti invece piangono e spesso si devono interrompere perché gli si spezza la voce.

Ti faccio un piccolo regalo: hai la possibilità di parlare con le tue protagoniste, Zosia e Rutka. Cosa vorresti dire loro?

Direi che molti piccoli lettori le hanno amate. Che ci sono bambini che guardano uno spettacolo a teatro sulle loro avventure, che presto guarderanno un film. Che il loro libro è arrivato alla prestigiosa fiera di Bologna e che la loro storia è finita nella lista The White Ravens con i più bei libri del mondo. E poi semplicemente le abbraccerei forte: Zosia, Rutka e anche la zia Rosa, non dimentichiamocela. È lei che ci ha dimostrato come proteggere e trarre in salvo quel tesoro che è il nostro bambino interiore.

Nel tuo libro parli di Olocausto, di ghetto, di deportazioni senza usare mai queste parole. Dev’essere stato molto difficile, ma ci sei riuscita. Perché hai fatto questa scelta?

Mi sono rifugiata nelle convenzioni del realismo magico e del surrealismo, perché nessuno prima aveva mai scritto di guerra così per i bambini. Ritorno a quello che dicevo prima: alla responsabilità per le parole che usiamo e per il mondo in cui invitiamo i lettori a entrare. Mi importava che il lettore si potesse emozionare, interrogarsi, fermarsi anche a pensare, ma che a nessun costo uscisse ferito dal nostro comune viaggio emotivo. Sono una grande sostenitrice dei finali aperti e dei non detti, credo nella forza dell’immaginazione dei lettori e nel caso di Rutka mi sono convinta a più riprese che i bambini vedono davvero più di quanto non vedano gli adulti perché guardano diversamente il mondo. A volte non serve spalancare le porte, basta solo scostarle per aprire uno spiraglio.

Un’ultima domanda: che libro hai sul comodino adesso? E in borsa?

Non porto mai i libri in borsa, anche se a casa ne ho centinaia. Sul comodino c’è una pila di libri mai finiti: reportage, biografie (per esempio quella di Jung), libri di poesie, gialli scandinavi. Mi piace cambiare spesso atmosfere. Ultimamente ho letto Ventiquattr’ore nella vita di una donna di Stefan Zweig alternandolo con i racconti umoristici di Roland Topor.

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