Jerzy Andrzejewski – Cenere e diamanti

Ashes and Diamonds

Un classico del Novecento oggi un po’ dimenticato, Cenere e diamanti resta un romanzo affascinante oltre che un monumento a un’altra Polonia.

di Lorenzo Berardi

Questo è un libro che spesso faceva capolino fra i classici moderni della letteratura in mostra sugli scaffali delle librerie in stile Gierek, lungo le pareti di molte case polacche fino ai primi anni ’90. Smontati e trasferiti in cantina quei mastodontici parallelepipedi di compensato, molte copie di Popiół i diament (Cenere e diamanti) hanno seguito lo stessa sorte. Triste destino per un romanzo che almeno due generazioni di polacchi hanno letto e talvolta apprezzato. Il libro di Jerzy Andrzejewski non avrà le stimmate del capolavoro, ma resta un documento prezioso e in presa diretta per conoscere il clima politico e le tensioni sociali della Polonia dell’immediato Dopoguerra.

Oggi la fama di Popiół i diament è oscurata da quella dell’omonimo film del ’58 di Andrzej Wajda tratto dal romanzo e considerato una pietra miliare del cinema neorealista polacco con l’ammirazione di Martin Scorsese e Francis Ford Coppola. Il Morandini – bibbia dei cinefili italiani – definisce la pellicola: “Opera fondamentale del cinema polacco (…) con l’energia di un film americano d’azione e un visionario impeto romantico, è una riflessione sul dramma della Polonia in guerra e su una generazione, quella di Wajda, che vi bruciò i migliori anni della vita.” Inutile dire che ci ripromettiamo di scriverne a tempo debito su queste colonne.

Qui, tuttavia, discutiamo meriti e limiti del libro preannunciando che questa recensione si basa sulla versione britannica del romanzo, intitolata Ashes and Diamonds, tradotta nel ’62 da D.J. Welsh per i tipi di Weidenfeld & Nicholson. L’opera è stata ripubblicata nell’80 da Penguin con una prefazione del grande scrittore tedesco e Nobel per la Letteratura, Heinrich Böll. Manco a dirlo, la copertina di questa edizione è un fotogramma della pellicola di Wajda in cui il celebre attore Zbigniew Cybulski impugna un fucile mitragliatore. Evidentemente è impossibile fare a meno del film per dare risalto al romanzo.

Sarà anche effetto delle scelte lessicali di Welsh, ma sin dalle sue prime battute il libro di Andrzejewski richiama atmosfere spionistiche alla Graham Greene nonostante la sua inconfondibile ambientazione polacca. Una confusione facilitata dalla scelta di anglicizzare i nomi dei personaggi a volte con sviste macroscopiche, come nel caso di Maciek Chemlicki (il personaggio immortalato da Cybulski nel film), divenuto ‘Michael’ anziché Matt. Una disattenzione che si spera sia stata corretta nelle successive edizioni. Ad eccezione di questo particolare e alla bizzarra sensazione che ventenni polacchi degli anni ’40 si esprimano con uno slang da mod britannici, la traduzione è elegante e pare competente.

La cittadina dove il tempo si è fermato

Il romanzo si svolge a Ostrowiec, sonnolenta città a metà strada fra Varsavia e Cracovia, a partire dal 5 maggio del ’45, il giorno successivo alla resa nazista. La guerra è finita, ma in questo angolo periferico di Polonia si respira ben poca euforia vista l’incertezza sul futuro. Chi è sopravvissuto al conflitto e a sei lunghi anni di privazioni tenta di riaffacciarsi alla vita di tutti i giorni provando a dare una parvenza di normalità al quotidiano. Tuttavia per uomini come Antoni Kossecki, un ex avvocato appena rientrato dal campo di concentramento di Gross-Rosen, è impossibile recuperare le vecchie abitudini: le esperienze della guerra e la lontananza forzata li hanno cambiati.

La fine delle ostilità ha lasciato un vuoto di potere che qualcuno intende affrettarsi a colmare. È il caso degli attivisti comunisti Stefan Szczuka e Franciszek Podgórski che cercano di fare presa sugli abitanti di Ostrowiec con i loro comizi per avvicinare le masse al socialismo. Un obiettivo che alcuni giovani nella cittadina sono determinati a fare fallire nel sangue. Poco importa che i tedeschi se ne siano andati e la guerra sia ufficialmente terminata: ci sono conti in sospeso da saldare e non ci si può fidare di nessuno. Le madri stentano a riconoscere i propri figli e mariti. La piccola nobiltà del luogo resta ancorata ai suoi riti illudendosi che tutto torni come era prima del ’39. Fra i giovani si è diffusa una moralità ambigua che prevede un preoccupante disprezzo della vita altrui in nome del rischio e di presunti ideali più alti.

Andrzejewski ha il merito di fotografare un momento storico cruciale per la Polonia. Il romanzo è stato pubblicato nel ’48, quando il contesto all’interno del quale si svolgono gli avvenimenti narrati era ancora così vicino da essere nella memoria di tutti i lettori. La scelta di ambientare Cenere e diamanti in un contesto provinciale si rivela azzeccata. Quanto è accaduto e sta accadendo a Varsavia o Cracovia in questo romanzo diviene un sentito dire, un dispaccio, un’eco al tempo stesso prossimo e remoto.

Il romanzo risente forse di un’eccessiva lentezza nella sua parte centrale dopo un inizio brillante con la descrizione di Ostrowiec e un evento scatenante a mettere in moto la trama. In seguito, tuttavia, il ritmo stenta a decollare e Andrzejewski indugia in lunghi dialoghi fra una miriade di personaggi apparentemente minori. Fra tentativi di umorismo e affettate conversazioni salottiere che non stonerebbero in La bambola di Prus, tuttavia, l’azione prosegue su più livelli grazie a improvvise svolte narrative. Questo contrasto fra il lento incedere della noiosa vita ‘mondana’ all’Hotel Metropol di Ostrowiec e gli insanabili attriti privati che si consumano sullo sfondo è consapevole. Il lettore più impaziente, però, potrebbe aspettarsi meno stasi e più movimento.

Forse anche per questo, a differenza del film diretto da Wajda – la cui sceneggiatura è stata scritta a quattro mani con Andrzejewski – Cenere e diamanti è un romanzo dall’impatto non immediato e da apprezzare strada leggendo. La palpabile tensione che si percepisce nella pellicola, grazie alla mano sapiente del regista e a ottimi interpreti, è presente solo a tratti nel libro. Occorre dedizione per seguire i personaggi mossi dall’autore con pazienza certosina in un intreccio ambizioso del quale può capitare di perdere il filo.

Una solitudine troppo rumorosa

Al di là delle alterne fortune riscontrate da Cenere e diamanti – che resta comunque la sua opera più nota – Andrzejewski è oggi un autore finito nel dimenticatoio. Su di lui pesa senza dubbio l’etichetta di scrittore legato alla Polonia socialista, nonostante i suoi trascorsi cattolici e la sua rottura ideologica con le autorità comuniste negli anni ’70. Inoltre, un romanzo in cui i comunisti sono vittime degli agguati di ex componenti dell’Armia Krajowa (il principale movimento della resistenza polacca) è una lettura anticonformista nell’attuale scenario politico e patriottico polacco.

Va detto che il titolo originale del romanzo era Zaraz po wojnie (Un momento dopo la guerra) e Andrzejewski aveva cominciato a lavorarci già nel ’46 pubblicandolo a puntate sul settimanale Odrodzenie nel ’47. Solo quando il libro va in stampa, un anno dopo, il suo autore sceglie di intitolarlo in maniera diversa e di farne una profonda revisione. Aggiustamenti, anche sostanziali, che continueranno nelle successive edizioni fino al ’54, su pressioni delle autorità socialiste comunque deluse dal finale pessimista dell’opera.

Andrzejewski è un nome poco noto al pubblico internazionale, ma gode – suo malgrado – di popolarità riflessa grazie a Czesław Miłosz. Nell’eccellente La mente prigioniera, pubblicato nel ’53, il futuro Nobel polacco per la Letteratura cela il collega scrittore dietro lo pseudonimo ‘Alpha’ lanciando un amaro j’accuse nei suoi confronti. Andrzejewski è accusato da Miłosz di avere abbandonato i propri ideali e canoni letterari per adottare quelli in voga nel realismo socialista, a partire proprio dalla pubblicazione di Cenere e diamanti.

Nonostante ciò, in Polonia oggi si può leggere Popiół i diament in numerose edizioni, a partire da quella del ’48 di Czytelnik sino ad arrivare alla più recente, pubblicata da Wydawnictwo Greg nel 2017 e reperibile persino negli uffici postali. Per quanto riguarda l’Italia, la situazione cambia radicalmente. La prima e sinora unica edizione di Cenere e diamanti risale al ’61 per i tipi di Lerici e la traduzione di una giovane Vera Verdiani (all’epoca ancora Petrelli). Da allora, il libro non è stato più ristampato. Di Jerzy Andrzejewski, invece, l’editore Sellerio ha pubblicato nel ’88 Le porte del paradiso (Bramy Raju) romanzo-saggio storico tradotto da Ludmilla Ryba e Alberto Zoina.

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