Jan Tomaszewski – il pagliaccio che fece piangere Wembley

Tomaszewski

Portiere gigantesco e istintivo, Tomaszewski fu protagonista della cavalcata polacca ai mondiali del 1974

di Salvatore Greco

Istanbul, 25 maggio 2005, allo stadio olimpico Ataturk si gioca la finale di Champions League tra Milan e Liverpool. Di fronte ai più di novantamila spettatori presenti allo stadio e ai milioni di fronte alle televisioni si consuma una delle partite più imprevedibili del calcio moderno: il Milan, dopo aver chiuso il primo tempo in vantaggio per 3-0, è convinto di avere già la coppa in tasca, ma il Liverpool ritorna dall’intervallo con una grinta inimmaginabile e annichilisce i rossoneri portando il punteggio sul pari in quindici minuti scarsi di gioco. Il resto della partita è ozioso, frutto della stanchezza dei britannici dopo quel folle quarto d’ora di intensità e dell’incapacità del Milan di reagire. Si va così ai supplementari, che passano senza lasciare traccia, e quindi si decide tutto ai rigori. Il Liverpool ci arriva con il cuore ruggente di una rimonta impensata, il Milan con lo sconforto di un’occasione sfuggita via, ed è in questo momento che esplode il genio folle di Jerzy Dudek. Il portiere slesiano del Liverpool e della nazionale polacca affronta i rigoristi rossoneri muovendosi come uno scalmanato, ai commentatori sembra quasi uno scherzo ma quell’atteggiamento scapestrato ubriaca prima Serginho che spara il suo rigore fuori e poi permette al polacco di parare con riflessi felini i rigori di Pirlo prima e Shevchenko poi e regalare alla sua squadra la gioia, impensabile all’intervallo, della Champions League. Chissà quanti, tra i più anziani tifosi del Liverpool, quel giorno nel cantare la vittoria dei propri beniamini a opera di un portiere polacco fecero caso all’ennesimo capolino dell’ironia del destino e pensarono a quando un altro portiere polacco, 32 anni prima, aveva ammutolito l’Inghilterra intera. Chissà quanti quella sera si ricordarono del “pagliaccio” che aveva fatto piangere Wembley. Chissà quanti quella sera si ricordarono di Jan Tomaszewski.

Ritratto dell’eroe da giovane

Tomaszewski nasce nel 1948 a Wrocław, che fino a tre anni prima si chiamava ancora Breslau e che era stata ripolonizzata seguendo i capricci ai piani alti della geopolitica. I suoi genitori avevano seguito proprio quel destino, costretti ad abbandonare la nativa Vilna, fatta capitale lituana, e a emigrare in quella Wrocław (ri)diventata polacca dopo due secoli passati dentro la storia prussiana e poi tedesca. Inizia ragazzino a calcare i campi di calcio nel ruolo terzino, ma pare che come giocatore di movimento sia mediocre, e così finisce nella squadra riserve del Gwardia Wrocław dove un giorno, giocando per diletto in porta, finisce con il parare tutto il parabile in due ore di allenamento e attira l’attenzione dell’allenatore che lo aggrega alla prima squadra, ma stavolta come portiere. I risultati si vedono e Tomaszewski passa dal piccolo Gwardia al primo club di Wrocław, lo Śląsk, e nel giro di poco sembra pronto a fare il salto di qualità definitivo con il passaggio al Legia Varsavia nel 1971, a 23 anni.

Sbarcato nella capitale, Tomaszewski non rende come ci si aspetta, a un certo punto la sua sembra la tipica parabola del calciatore chiamato al passaggio chiave della carriera e pronto a perdersi. Qualche partita sbagliata e un paio di uscite a vuoto bastano alla squadra dell’esercito polacco a togliergli il ruolo di titolare. In quello stesso anno, per altro, arriva per lui un esordio in nazionale che rischia di chiuderne la carriera anzitempo: in ottobre la Polonia gioca un importante match contro la Germania Ovest, valido per le qualificazioni agli europei in Belgio del 1972 e Tomaszewski è chiamato a difendere i pali della Polonia un match dall’enorme valore simbolico al posto dell’infortunato Piotr Czaja. La partita si gioca a Varsavia dove i tedeschi, capitanati da Beckenbauer, si impongono per 3-1 e le colpe di Tomaszewski non sono poche. È un portiere scattoso, istintivo, a volte sconsiderato nelle uscite e piuttosto goffo nei movimenti. Il risultato maturato fa sì che la Polonia non si qualifichi agli europei e a pagare più di tutti è proprio Tomaszewski che viene ceduto dal Legia e scende di molto nelle gerarchie della nazionale polacca.

Dalla stagione 1971/72 è un giocatore dello ŁKS Łódź, squadra dal nobile passato e in quegli anni appena tornata in prima divisione dopo anni tra i cadetti. È l’ambiente ideale per Tomaszewski per potere riprendere le fila di una carriera che non vuole considerare del tutto perduta, mentre l’estate successiva la Polonia -che per ora fa facilmente a meno di lui- conquista la medaglia d’oro al torneo di calcio delle Olimpiadi di Monaco di Baviera. Anche se nel tono minore del calcio olimpico, la vittoria polacca in Germania ha un grande valore simbolico, liberatorio persino, e apre la stagione di talenti –Deyna su tutti- che avrebbero fatto storia ai mondiali del 1974. Anche grazie a Tomaszewski, anche se questo per ora non lo immagina nessuno.

A casa dell’impero alla fine della decadenza

L’oro olimpico al collo dei polacchi fa poca impressione, tanto che il primo match che la Polonia gioca per le qualificazioni mondiali, il 28 marzo 1973 a Cardiff contro il Galles, al Ninian Park si radunano poco più di 12mila persone. In porta per i campioni olimpici in carica -in campo con un orribile completo azzurro e calzettoni a righe orizzontali- c’è sorprendentemente Tomaszewski, convocato dal ct Gorski dopo un anno e mezzo dalla disfatta di Varsavia contro i tedeschi dell’ovest. Non è semplice spiegare perché Gorski abbia riproposto il gigante capellone, convinto ancora del suo talento, fatto sta che quel giorno né il destino né Tomaszewski stesso vogliono dargli ragione. Il Galles si impone 2-0 con goal di James e Hockey entrambi nel secondo tempo, e con il portiere di Breslavia colpevole di un’uscita alquanto intempestiva in occasione della prima rete.

In un girone da tre squadre (la terza assieme a Polonia e Galles è l’Inghilterra) con l’accesso ai mondiali garantito solo alla prima, una sconfitta del genere sembra già una sentenza, e infatti quando il 6 giugno dello stesso anno arrivano gli inglesi a Chorzów è già praticamente una partita da dentro o fuori e lo stadio della città slesiana è stracolmo tanto da far dire al commentatore televisivo di allora “Non ci sono tifosi arrampicati sugli alberi fuori dallo stadio solo perché non ci sono alberi”. Questa volta Tomaszewski rischia poco, sembra evitare le uscite come la peste e gli attaccanti inglesi sembrano decisamente privi di ispirazione. Sull’altro fronte intanto Banaś e Lubański segnano sul tabellino il prezioso 2-0 per i campioni di casa.

Si torna a Chorzów il 26 settembre per la seconda sfida al Galles, ed è una Polonia ancora molto ispirata: Gadocha, Lato e Domarski firmano una rete a testa e chiudono la partita sul 3-0. Alla luce della grande prestazione, il rammarico per la sconfitta di Cardiff è ancora più grande, senza quella insensata debacle la Polonia sarebbe già qualificata ai mondiali, e invece tutto deve passare da Wembley.

Il 17 ottobre allo stadio dell’impero a Londra i giochi sono ancora aperti. La Polonia arriva con un punto di vantaggio sull’Inghilterra che quindi è obbligata a vincere, mentre ai polacchi basterebbe un pareggio per mantenere le distanze. Gli inglesi non hanno molto motivo di dubitare di sé stessi: sono gli inventori del calcio nello stadio più importante del mondo, a Londra, sostenuti da ottantamila rumorosissimi tifosi mentre la Polonia orfana di Lubański si presenta ancora con Tomaszewski tra i pali. È vero che la porta del dinoccolato estremo difensore slesiano è rimasta immacolata nelle due partite precedenti, ma sulle uscite le pecche tecniche di Tomaszewski sono evidenti e l’Inghilterra, da che mondo è mondo, ha costruito sui cross in profondità la sua stessa essenza. Il numero uno polacco si presenta in campo in calzoncini rossi e una maglietta gialla particolarmente vistosa, proprio quella che Brian Clough -ex allenatore del leggendario Nottingham Forest e all’epoca commentatore per la BBC- prende a pretesto per dare a Tomaszewski del pagliaccio.

Ci mette pochi minuti Tomaszewski a dare ragione ai suoi detrattori, su un rinvio apparentemente facile non vede un avversario avventarsi, quasi perde il pallone e lo ripara con un goffo tuffo su se stesso che per altro gli causa un infortunio alla mano destra. Ma Gorski non rischia il cambio, lo tiene in campo, anche se il dolore del suo portiere sembra forte. La partita va avanti con l’Inghilterra perennemente in attacco e solo una serie di rimpalli sulla linea salva Tomaszewski prima del ventesimo e prima di una serie di parate impossibili, ritratto in movimento di una serata leggendaria. Sui continui attacchi inglesi, Tomaszewski dà la sensazione di essere perennemente in ritardo, improvvisa alcune delle sue consuete uscite suicide, ma quando la palla si avvicina alla sua porta c’è sempre un gesto scattoso e istintivo che ferma le velleità dei padroni di casa. Dopo un primo tempo di sofferenza, al tredicesimo minuto succede quello che il cronista della BBC non esita a definire “a tragedy”: in uno dei rari contropiedi riusciti ai polacchi quella sera, il pallone arriva a Domarski che carica il destro e la mette in rete, per l’Inghilterra si fa ancora più dura. Ma la carica di Wembley e la necessità dell’immediato riscatto si fanno sentire come nel più classico dei copioni, l’Inghilterra mette alle corde la Polonia e si conquista un rigore che Clarke realizza spiazzando il portiere avversario: lo scatto di Tomaszewski è veloce e preciso, ma purtroppo per lui nella direzione sbagliata.

L’assedio inglese continua, alla disperata ricerca del 2-1 che varrebbe la coppa del mondo, e all’ottantottesimo minuto quasi compie il miracolo. Un corner in favore degli inglesi arriva sulla testa del subentrato Hector che anticipa un Tomaszewski lontano vari metri dalla linea di porta e indirizza il pallone in rete, fermato solo dal ginocchio di un difensore ospite e da una deviazione successiva. Arriva il momento dell’ultima azione per l’Inghilterra, ancora un’uscita folle di Tomaszewski, che devia con i pugni un tiro venuto da lontano e poi di puro istinto sporca il rimpallo. Finisce 1-1, all’Inghilterra Wembley non basta, ai mondiali ci va la Polonia e il suo eroe quel giorno è Jan Tomaszewski.

Il sacramento della confermazione e l’inizio del declino– i mondiali del 1974 e del 1978

È innegabile a questo punto della storia che siano in molti ad aver torto: lo snobismo degli inglesi, lo scetticismo dei polacchi, i detrattori tecnici di Tomaszewski. Un vecchio paradosso scientifico racconta come il calabrone, per il suo peso e la conformazione, non sia affatto predisposto al volo, ma lui non lo sa e vola. Per Tomaszewski sembra che vada allo stesso modo: uno spilungone così goffo non potrebbe mai fare il portiere, ma lui non lo sa e para.

Del grande mondiale giocato dalla Polonia nel 1974 abbiamo parlato in altre sedi e non servirà ripetersi, ma è giusto ricordare in questa sede il peso di Tomaszewski in quel terzo posto raggiunto -tra le altre- alle spese di Argentina e Italia. Praticamente inattivo contro Haiti e fuori dagli highlights nei match contro Argentina e Italia, Tomaszewski diventa protagonista nella fase successiva quando para anche due rigori: uno al baffuto svedese Staffan Tapper nel match poi vinto 1-0 grazie a un goal di Lato e un altro a Uli Hoenes nella partita infame e leggendaria contro la Germania, la semifinale (de facto) giocata su un campo zuppo di pioggia e vinta dai tedeschi con un goal di Gerd Muller. Tomaszewski a quel punto aveva già dimostrato il suo e già Wembley gli sarebbe bastato per vivere di rendita calcistica, ma tra i protagonisti di quel 1974 assieme alla fantasia di Deyna e ai goal di Lato ci sono anche i suoi guantoni pronti a sbucare irruenti in uno scatto improvviso.

Ai mondiali argentini del 1978, quelli della beffa olandese ma soprattutto dell’infamia della dittatura fascista, Tomaszewski gioca titolare nelle partite del primo girone contro Germania Ovest, Tunisia e Messico e anche nella prima partita del secondo girone contro i padroni di casa dell’Argentina, persa 2-0 con una doppietta di Kempes, ma contro Perù e Brasile nelle due partite successive a quel punto gli viene preferito il coetaneo Zygmunt Kukla. È praticamente la fine della sua carriera in nazionale, un tramonto dimesso a cinque anni dall’esplosione.

La fine della carriera e il mondo fuori dal calcio

Dopo il 1978 qualcosa cambia nelle prospettive del portiere ormai trentenne che lascia lo ŁKS Łódź e il calcio polacco in generale trasferendosi prima in Belgio, al Beerschot di Anversa, e poi in spagna all’Hercules. Esperienze senza infamia e senza lode per lui che poi torna infine nuovamente in Polonia e chiudere la carriera con una passarella di nuovo a Łódź prima di appendere i guantoni al proverbiale chiodo.

La via più classica di ogni ex giocatore che non è interessato alla carriera tecnica è quella che tocca anche a Tomaszewski che passa del tempo a fare da commentatore televisivo ed editorialista del quotidiano sportivo Przegląd Sportowy, ma il carattere vociante e vivacemente polemico che mostrava già ai tempi del calcio giocato con gli urlacci ai compagni di squadra lo portano altrove. Negli anni 2000, particolarmente magri di soddisfazioni per il calcio polacco, inizia una campagna denigratoria e di attacco verso la PZPN, la federcalcio locale, senza risparmiarsi parole forti e alla questione dedica addirittura un libro che intitola PZPN czy przestępcy zrzeszeni przeciw nam (PZPN, ovvero Delinquenti uniti contro di noi). La battaglia morale di cui si fa alfiere, contro una nomenclatura che a suo dire è rimasta legata ai tempi del comunismo e ostile a ogni tipo di riforma, lo porta ad accettare un ruolo di commissario etico all’interno della federazione stessa nel 2005. Cinque anni dopo decide di entrare in politica, appoggia pubblicamente la candidatura alla presidenza della repubblica di Jarosław Kaczyński e nel 2011 si candida al parlamento nelle file di PiS ottenendo un seggio parlamentare.

È quasi in contemporanea che gli giunge l’accusa di aver collaborato con i servizi segreti socialisti negli anni ’80 e di aver favorito l’adozione della legge marziale da parte di Jaruzelski. Accuse che Tomaszewski rigetta con sprezzo e mostrando di non avere peli sulla lingua anche in un’intervista concessa a La Stampa a pochi mesi dal discusso europeo ospitato da Polonia e Ucraina. Estemporaneo e istintivo nelle dichiarazioni pubbliche come lo era in porta, viene infine espulso dal gruppo parlamentare di PiS e tenta un secondo mandato con un voltafaccia, invero assai italiano, che lo porta a candidarsi con Platforma Obywatelska questa volta senza essere eletto.

Negli ultimissimi anni attorno a Tomaszewski si è fatto un po’ di silenzio, del resto i risultati del calcio polacco recente hanno reso meno necessario un suo ruolo di critico e l’agone politico ha dimostrato di poter fare a meno di lui. Quali che siano i suoi pensieri per onorare la vecchiaia, un Paese intero preferisce ricordarlo come l’eroe di Wembley e come il portiere che -con il numero 2 sulle spalle- contribuì a portare la Polonia del calcio al terzo posto mondiale, un risultato ancora mai uguagliato né tantomeno superato.

Alla storia di Tomaszewski e di altri grandi portieri è dedicato il bel romanzo misto a reportage I guardiani di Marco Ballestracci edito dai maestri assoluti di storie di sport dell’editoria italiana: 66thAnd2nd editore.

 

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