Jacek Kaczmarski: la voce di Solidarność

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Frammenti di vita di un cantautore polacco.

Ai più il nome di Jacek Kaczmarski suonerà nuovo, ma di certo  non a chi è nato e cresciuto in Polonia. Qualcuno potrebbe chiamarlo il “De Andrè” dell’Europa dell’Est, volendo associarlo ad un autore particolarmente caro a noi italiani. Ma chi è stato davvero?

Kaczmarski fa parte di quella schiera di polacchi che hanno vissuto gli anni più turbolenti della storia e della politica contemporanea.

Nasce a Varsavia nel 1957, ma è Danzica il luogo cui si sente più legato, la città che lo ha reso protagonista di quella lotta anti potere che in quel periodo si stava espandendo sempre più ferocemente. Kaczmarski è stato la voce di Solidarność, il sindacato “liberatore” che sorge nel 1980 tra gli scioperanti dei cantieri navali Lenin. Sono questi gli anni in cui Kaczmarski, poco più che ventenne, inizia a dedicarsi alla sua musica. Esordisce nel 1977, anno in cui partecipa ad un festival musicale giovanile e vince il primo premio con la canzone Obława (La caccia) liberamente ispirata a Охота на волков (Ochota na volkov) del suo “gemello” russo Vladimir Vysockij.

Da quel momento comincerà a viaggiare in tutto il mondo, facendo concerti in Europa, negli Stati Uniti, in Australia, persino in Sud Africa e in Israele.

Negli anni in cui viene instaurata la legge marziale  (1981-1983) si trova in Francia e vive da lontano il tormento del suo Paese. C’è chi ha lottato in patria facendosi sentire nelle piazze, e chi l’ha fatto con musica e parole, anche se a distanza.

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Kaczmarski criticava il potere comunista, rivendicava l’antica libertà ed incitava alla resistenza patriottica. Tra le sue più note canzoni di protesta si ricordano Mury (Le mura), Nasza klasa (La nostra classe) e Raj (Il paradiso).

Proprio in Mury, l’inno di Solidarność, incitava ad abbattere quel muro che separava loro dal mondo, cancellando definitivamente il passato e le sofferenze del suo popolo.

Kaczmarski si ricorda non soltanto per i suoi testi, ma soprattutto per il modo insolito in cui suonava la chitarra classica, un modo aggressivo che esprimeva tutta la sua rabbia ed il suo rancore.

Tornerà nuovamente in Polonia verso la fine degli anni ’80, ma ormai disilluso, e persa ogni speranza di trovare un cambiamento, emigrerà poi in Australia nel 1995. Negli ultimi anni della sua vita si dedicherà a concerti di vario tipo, in circoli culturali più ristretti, ma anche sui grandi palchi polacchi, europei e americani. Finché nel 2002 non gli verrà diagnosticato un cancro alla laringe, il male più crudele per chi vive di musica, che lo farà spegnere due anni dopo proprio a Danzica, la città che lo aveva reso il poeta di Solidarność e di tutti i polacchi.

A dieci anni dalla morte i suoi dischi sono ancora apprezzatissimi e preziosi per carpirne davvero l’essenza.

Claudia Vicini

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