Irit Amiel – voci che continuano a raccontare

Irit Amiel PoloniCult

Con la poetessa polacco-israeliana Irit Amiel sulla necessità di una poesia dopo Auschwitz

di Mara Giacalone

Un paio di anni fa in università seguii un corso molto interessante, The Holocaust and its cultural meaning e come esame avevamo da scrivere un mini-saggio. Nell’enorme ventaglio di temi possibili, da amante della letteratura, mi sembrò interessante lavorare sulla rappresentazione della memoria, volendo indagare le modalità in cui la Memoria di quegli avvenimenti è stata resa dalla fine della guerra ad oggi, chiedendomi quale forma d’arte o se l’arte abbia il diritto e la capacità di avventurarsi in tali spazi. Già conoscevo la citazione di Adorno – fin troppo usata – secondo cui non è possibile fare poesia dopo Auschwitz; quello che non sapevo, però, è che dopo circa diciassette anni e dopo un lungo dialogo epistolare con Paul Celan, egli avesse riconsiderato le sue parole e avesse fatto una affermazione che andrebbe ricordata tanto quanto la prima. Scrisse: “Il dolore incessante ha tanto diritto di esprimersi quanto il martirizzato di urlare; perciò forse è falso aver detto che dopo Auschwitz non si può più scrivere poesia”.

Non voglio discutere ora di Adorno o di Celan, bensì di una poetessa polacco-ebraica di Częstochowa – tale premessa mi serve per sottolineare il punto chiave della poetica di Irena Librowicz, conosciuta oggigiorno come Irit Amiel. Nacque nel 1931 a Częstochowa in una famiglia ebraica che abitava le terre polacche da secoli ed essendo venuta al mondo poco prima dello scoppio della guerra, Irit si ritrovò a vivere nel ghetto della sua città natale assieme alla famiglia ma riuscì a fuggire da quel luogo grazie a documenti ariani e sopravvisse all’ondata di morte e terrore che travolse invece il resto dei suoi cari, i quali furono deportati e uccisi a Treblinka. Nel 1947 emigrò in Palestina.

Irit è una dei tanti sopravvissuti che ha deciso di affidare alla parola scritta il suo dolore, quella che è stata la sua esperienza, quello che visto, sentito, provato. Ha lasciato che il dolore incessante a cui fa riferimento Adorno, trovasse espressione, perché non solo scrivere dopo Auschwitz è possibile, ma è necessario perché ogni cosa, d’altronde, inizia con le parole che possono a volte uccidere oppure resuscitare ( “Bo przecież wszystko zaczyna się od słów. Słowa mogą zabijać albo wskrzeszać”, Irit Amiel introduzione alla raccolta Spóżniona). La parola è la regina indiscussa della raccolta di cui scrivo oggi, non tanto perché si tratta di poesia, ma perché all’interno dei testi il raccontare si trasforma in un’instancabile urgenza di comunicare, di dare voce a chi l’ha persa. La Amiel diventa un medium tra chi è andato e chi è restato, lo sente – e noi lo percepiamo alla lettura – come un imperativo morale ed etico nonostante le difficoltà nel tramandare quello che è stato. Sempre nella prefazione alla raccolta, la poetessa si chiede come possa fare un sopravvissuto a raccontare ai propri figli e nipoti: come spiegare a coloro i quali per fortuna sono nati più tardi che proprio lei, tra un milione e mezzo di altri bambini, è rimasta in vita… a cosa ciò la obbliga? Sicuramente al raccontare, al testimoniare… forse perfino allo scrivere (“ Jak wytłumaczyć tym, którzy na szczęście urodzili się później, że akurat ona z półtora miliona innych dzieci została przy życiu; i do czego ją to zobowiązuje? Na pewno do opowiadania, świadczenia, może nawet do pisania”) e l’unico modo possibile per farlo, poiché con tutto lo scrivere che è stato fatto le parole hanno perso la loro forza, è utilizzando una lingua che sia il più semplice possibile, comune, quasi spigolosa – “najprościej, potocznie, nieomal kanciasto”.

Irit Amiel non è la prima a soffermarsi su questi punti, il primo nome che viene in mente è quello di Zofia Nałkowska, ma ovviamente ci troviamo davanti a due tipologie testuali differenti. La Amiel è poetessa e il ruolo delle parole è ancora più importante, più delicato. Non possono essere buttate a caso, devono essere poche, taglienti il giusto, dritte e affilate. Non ci si può permettere ghirigori e virtuosismi. È il messaggio, quello che conta. È possibile fare poesia se si rispettano queste regole. E l’altra, importante, lezione arriva da Celan e dal suo scrivere dentro Auschwitz, non su. Anche le poesie della Amiel arrivano dall’interno. Non sono descrizioni esterne, luoghi o vicende osservate dall’alto, sono la voce di chi l’inferno in terra lo ha vissuto e si affida ora a lei per rivendicare quell’esistenza strappata.

Il debutto come poetessa risale solamente al 1994, anno nel quale venne pubblicata la raccolta Egzamin z Zagłady sia in polacco che in ebraico. Negli anni successivi continuò a scrivere, pubblicando anche testi in prosa e nel 2000, con una raccolta di racconti – Osmaleni – ricevette la nomina per il Nike. Oggi parliamo dell’ultimo suo lavoro, un corpus particolarmente consistente di poesie edito nel 2016 per Austeria e pubblicato con il testo ingelse a fronte: Spóźniona/Delayed (“in ritardo”).

Il titolo riprende il testo con cui si apre il volume ma è anche fortemente indicativo di una parte sostanziosa della raccolta.

Nie zdążłyam

Nie zdążłyam do Treblinki na czas

przyjechałam spóźniona o pięćdziesiąt lat

[…]

A Dita powiedziała – widzisz dobrze że nie zdążyłaś

i teraz jesteś moją starą mamą i objęła mnie mocno

i zaśmiała się smutno.

(Non sono arrivata a Treblinka in tempo/ sono giunta in ritardo di cinquant’anni/ […] e Dita mi disse – vedi bene che non ce l’hai fatta/ e ora sei la mia vecchia mamma e mi abbracciò forte/ e rise tristemente)*

(*Questa traduzione come le successive sono a cura dell’autrice)

In diversi testi ricorre questo motivo del ritardo, di essere giunta sul luogo in cui i suoi cari sono morti, da viva. Non so se si possa proprio parlare di un certo senso di colpa, non è la sensazione che si ha leggendo certi testi, è piuttosto una fortissima malinconia per coloro che non ha più rivisto, la sensazione di mancanza di qualcosa e di qualcuno. La propria storia spezzata. È un voltarsi indietro e vedere tutto offuscato perché una parte di sé è andata e non la si può afferrare – utilizzando una metafora particolarmente semplice, mi viene da pensare ad un treno che parte sul quale è seduto il proprio amato/a e gli si corre dietro senza poter salire sullo stesso – perché in ritardo. I veri protagonisti di questa poesia così sofferta sono gli altri. È raro che sia la poetessa stessa e quando essa compare, è sempre in relazione ad altri personaggi. Siamo davanti ad una serie di ritratti: persone che un tempo condividevano le risate e i pranzi. Irit trova spazio per ognuno di loro, ad ognuno di loro ridona il tempo – quello eterno della poesia, quindi della vita, strappandoli all’eternità della morte. La voce di chi narra scompare per far spazio a chi lo spazio è stato tolto. Leggendo l’indice, sembra di essere all’anagrafe: Marek, Sylwia, Seweryn, Chana, Icchak, Perła, Rywele… e altre dedicate alla madre, al padre, alla nonna. Come dicevo prima, nella Amiel si sente un’urgenza di scrittoria che nasce dalla necessità di riportare e mantenere in vita i cari.

Mniej zmarli

Dopóki jeszcze jestem tu, jesteście mniej zmarłymi,

Lecz wkrótce zginiecie po raz wtóry i ostatni.

Moja śmierć wymaże ostatecznie ze świata.

 

Na razie jeszcze wszyscy we mnie pulsujecie,

Wytatuowani w mej pamięci, wyżłobieni w moich żyłach

[…]

(finché sono ancora qui, siete meno morti/ tuttavia a breve morirete per la seconda e ultima volta. / la mia morte vi sradicherà definitivamente dalla terra./ Per ora pulsate ancora tutti in me,/ tatuati nella mia memoria, incisi nelle mie vene).

Le poesie appaiono così come un ponte di comprensione e di connessione tra i vivi e i morti. C’è un via vai di anime che si incontra e chiacchiera, che racconta, che testimonia. Figli, nipoti e pronipoti ascoltano le storie di chi li ha preceduti – come qualsiasi altra storia. Certo, queste sono particolari, meritano ancora più attenzione ma le nuove generazioni hanno il diritto di sapere e il dovere di custodire. Mi sembra dunque emblematico il testo con cui si chiude il volume e che porta il titolo Nowy rodowód – Nuova genealogia. È un semplice elenco di nomi con la data di nascita, è la vita che continua. È il ponte tra coloro morti a Treblinka e quelli che ora devono continuare a onorarne la memoria.

Leggendo le poesie del volume, mi è venuta in mente la Sinagoga Pinkas di Praga, quella sulle cui pareti sono scritti 80.000 nomi di ebrei cechi e moravi. Mi è venuto in mente quel corridoio di Auschwitz dove ci sono le foto dei primi deportati con i nomi e le date. Mi è venuta in mente quella raccolta di foto e storie che c’è a Birkenau. Mi è venuto in mente quando, entrando a Birkenau, la prima volta che partecipai alla March of the Living, una voce leggeva i nomi… questo è quello che bisogna custodire. Sono le storie, i volti e i nomi. Non i numeri o i modi in cui sono stati uccisi. Irit Amiel lo ha fatto con la sua poesia, una poesia melancolica che porta del dolce in sé nonostante non smetta mai di essere decisa e tagliente, una poesia anche arrabbiata a volte – con dio, un dio che sembrerebbe sia stato impassibile, che non abbia mai mosso un dito per fermare ciò che stava accadendo. Eppure anche la rabbia sembra disperdersi davanti all’acuto grido poetico – un urlo liberatorio fatto in silenzio e riempito di diversi timbri vocali.

Równowaga

Człowiek żyje

pięćdziesiąt lat

na zielonej granicy

pomiędzy przeszłością

a terazniejszością.

 

Na tym wąskim szwie

pomiędzy szaleństwem

a przytomnością.

I nocą do ostrych

jak brzytwa wspomnień

wyciągna dłoń.

 

A budząc się o upalnym

i wylgotnym świcie

pojąc nie może skąd

ta równowaga pomiędzy

nocną zmorą a łaskawym

porankiem

(uno vive per cinquant’anni, sul verde confine tra il passato e il presente/ sulla linea sottile tra pazzia e coscienza. E di notte tende la mano verso i ricordi affilati come rasoi / e svegliandosi nell’afosa e umida alba non comprende quell’equilibrio tra l’incubo notturno e il benevolo mattino).

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