Il Battello Bianco di Tschingis Aitmatov

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Edito da Marcos y marcos, Il battello bianco è un’avventura nell’Asia centrale tra miti, natura e pallori sovietici

di Violetta Giarrizzo

È sempre un’avventura approcciarsi per la prima volta alla letteratura di un paese lontano, di cui si conosce poco, e così è stato con questo libro di Tschingis Aitmatov, scrittore kirghiso che con Il Battello Bianco (edito in Italia da Marcos y Marcos nella traduzione di Gigliola Venturi) ci trasporta in una piccola riserva forestale sulle sponde del lago Issyk-Kul’, nel Kirghizistan.

Čyngyz Aitmatov, seppur poco noto in Italia, rappresenta una pietra miliare nella letteratura sovietica. Nei suoi romanzi ha esplorato a fondo temi legati alla crescita e all’adolescenza, al conflitto tra il bene e il male, dando sempre una grande rilevanza al folclore del suo amato paese natio, il Kirghizistan. Il Battello Bianco, pubblicato nel 1970 nell’Unione Sovietica, rappresenta il suo primo romanzo scritto direttamente in russo, in quanto la produzione letteraria precedente rispecchia il bilinguismo dell’autore che era solito scriver prima in kirghiso, traducendo successivamente in russo. Da questo libro è stato tratto l’omonimo film sovietico del 1976.

Il battello bianco narra le vicende di un bambino, abbandonato dai suoi genitori, cresciuto in una riserva forestale insieme al nonno Momun, sua moglie, la zia Bekej e il marito, il violento Orozkul, insieme a Sejdachmat e Guldzamal, una giovane coppia. L’unica via di fuga per il bambino è la sua fervida immaginazione: e così un binocolo diventa un compagno di scorribande, le rocce prendono forme di animali, una cartella da scuola diventa un amico a Il battello biancocui confidare le proprie preoccupazioni. Il nonno Momun, uomo buono vessato e sottomesso dai familiari e dalla società, è l’unico a prendersi cura del bambino e a guidarlo nella sua infanzia difficile, insegnandogli i valori, le tradizioni e i miti della terra kirghisa. La leggenda preferita del bambino è quella della Madre Cerva dalle ramose corna, che un giorno accolse con sé due bambini sulle rive del fiume Enesaj, salvandoli da morte certa e dando loro la possibilità di fondare la stirpe da cui discendono il bambino e la sua famiglia.  Il bambino vive immerso nella sua fantasia, in un mondo incantato e surreale, accanto a una natura benevola che si contrappone al suo mondo reale, fatto di soprusi e abbandono, di violenza e ingiustizia. Con la mente fugge lontano dalla sua valle e dalla solitudine, lontano dallo zio Orozkul, un ‘‘sabotatore della foresta socialista’’, uomo violento che si ubriaca e non risparmia nessuno, lontano dagli altri adulti che non si curano di lui, verso il battello bianco che osserva tutte le sere con il suo binocolo. Sogna un giorno di diventare un pesce e di raggiungere a nuoto suo padre, che nei suoi pensieri è un marinaio del battello bianco che tutti i giorni attraversa il lago Issyk Kul’.  ‘‘Cento volte al giorno sarebbe pronto a tuffarsi nell’argine del nonno. Sino a tramutarsi, infine, in pesce. Voleva assolutamente, a ogni costo, diventare un pesce’’.

In un drammatico crescendo finale, un avvenimento scuote l’esistenza del bambino: il ritorno dei cervi, che da tempo immemore avevano abbandonato i boschi della valle, regalano una flebile speranza, forse non tutto è perduto. Ma ci rendiamo ben presto conto che si tratta del punto di non ritorno. Improvvisamente ripiombiamo nella realtà, in un mondo spietato dove la bontà non esiste, e l’incantesimo della fiaba viene spezzato: non esiste redenzione, né salvezza per i deboli e le vittime. Il bambino riflette sull’esistenza e, nonostante la sua piccola esperienza di bambino si chiede: ‘‘Perché la gente vive così? Perché alcuni sono cattivi, altri buoni? Perché ci sono alcuni che tutti temono, e altri che non fanno paura a nessuno?’’ Ma le risposte a queste domande sono difficili da trovare.

Con un linguaggio estremamente evocativo, Aitmatov ci porta a tratti in un mondo suggestivo e incantato, nella Valle di San Taš, dove la natura pressoché incontaminata regna sovrana e ci sembra quasi di assaporare il gusto acre del kumys, di sentire i canti tradizionali davanti al fuoco, e di intravedere i maraly, maestosi cervi, pascolare in lontananza. La storia è narrata dal punto di vista del bambino, che osserva con incanto e stupore infantile il suo piccolo mondo e ci restituisce immagini difficili da dimenticare.

Un romanzo doloroso e viscerale in cui Aitmatov giustappone lirismo fiabesco e tragico realismo, che sfocia infine in un grande pessimismo cosmico, tracciando un mondo in cui l’innocenza e la purezza dell’infanzia si scontrano con la brutalità selvaggia degli adulti.

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