Agnieszka Holland. Mettere a fuoco la verità.

Burning bush
Il rapporto tra cinema d’autore e realtà storica nell’opera di Agnieszka Holland.

“Ho visto l’agonia della Primavera di Praga: è durata oltre un anno. Si sono dovuti aspettare vent’anni, fino al gennaio 1989 e al 20mo anniversario della morte di Jan Palach, perché si risvegliasse lo spirito di rivolta che annunciava il rovesciamento politico. La storia mi è quindi vicina, vi ero dentro” (Agnieszka Holland).

Le parole della regista, rilasciate a Cineuropa in merito a Burning Bush, riflettono chiaramente la massiccia influenza che ha avuto la storia sul cinema polacco, sui suoi grandi mastri e in generale sul cinema dell’ Europa dell’est.

Proprio per questo motivo, prima di entrare nel merito del film e della sua storia, credo sia necessario qualche cenno biografico per capire meglio chi sia Agniesza Holland.

Figlia di madre cattolica e padre ebreo nasce a Varsavia il 28 novembre del 1948. A soli tredici anni vive la tragedia della morte del padre, quadro del partito comunista polacco morto misteriosamente durante un interrogatorio. Grazie ad una famiglia molto attiva politicamente, sviluppa ben presto capacità critiche, soprattutto nei confronti del regime. Si forma professionalmente alla Famu, nota scuola di cinema di Praga. Nella capitale cecoslovacca vive gli anni della contestazione e della cosiddetta Primavera di Praga, ma la repressione sovietica la costringe al carcere per svariati mesi e riesce a rientrare in patria solo nel 1971. All’inizio dei ’70 entra nel collettivo di cineasti capitanato da Andrzej Wajda e iniziano le sue prime collaborazioni importanti. Nel 1973 lavora come assistente alla regia di Krzysztof Zanussi per il film “Illuminazione” (Illuminacja) e negli anni successivi partecipa alla stesura di alcune sceneggiature dei film di Wajda, tra cui “L’uomo di marmo” (1977, Czlowiek z marmuru), “Il direttore d’orchestra” (1980, Dyrygent), “L’uomo di ferro ” (1981, Człowiek z żelaza), fino a “Tre colori: Film Blu” (1993, Trois couleurs: Bleu), di Krzysztof Kiéslowski.
Nel 1979 realizza il suo primo film “Attori di provincia” (Aktorzy prowincjonalni), la storia di una compagnia di attori assetati di successo che mette in scena “Liberazione” di Stanislaw Wyspiański, uno dei padri della drammaturgia polacca del Novecento. Il film vince il premio FIPRESCI al Festival di Cannes del 1980 e consegna alla regista le chiavi di accesso al mondo del cinema internazionale. Inizia una grande carriera per la regista che realizza una lunga serie di film per il grande schermo e per la tv. L’influenza dei maestri polacchi, della scuola praghese, dell’esperienza televisiva e le contaminazioni hollywoodiane fanno di Agnieszka Holland una regista versatile, riflessiva e fondamentalmente apolide. Il suo è uno sguardo profondamente analitico, che spesso si manifesta attraverso le psicologie dei personaggi o la cura di dettagli apparentemente insignificanti, come un dettaglio di un insetto o di una madre che tiene per il braccio una figlia ribelle. A differenza di alcuni colleghi che da subito hanno abbandonato la patria, sia sul piano stilistico che sul piano meramente geografico, la Holland, nonostante la sua permanenza (necessaria) in Francia e il suo successivo trasferimento negli Stati Uniti, concettualmente sembra non aver mai lasciato la sua terra natia. Che la Holland sia una donna e un’artista con un piede in patria e un altro a Hollywood, lo dimostrano proprio i suoi ultimi lavori: tra il 2010 e il 2011 è impegnata nella direzione di alcune puntate di Treme, una serie tv statunitense sulle conseguenze dell’uragano Katrina ambientata a New Orleans e dal taglio chiaramente hollywoodiano. Intanto nel 2011 esce anche In Darkness, nominato per l’Oscar come  miglior film straniero nell’edizione del 2012 e presentato a Chicago in occasione dell’apertura della XXIII° edizione del Festival del film Polacco negli Stati Uniti. Il film, estratto dal libro In the Sewers of Lvov di Robert Marshall, racconta il dramma di Leopold Socha, un operaio fognario che offrì rifugio nelle fogne di Leopoli ad alcune famiglie ebree, rifornendole si acqua e cibo per 14 mesi. In Darkness mi ha subito ricordato “I dannati di Varsavia”, il capolavoro di Wajda del 1955 ambientato nelle fogne di Varsavia, ma di questo parleremo nei prossimi articoli.
Sempre tra il 2011 e il 2012 gira alcune puntate di The Killing, una serie televisiva poliziesca made in USA, remake della serie danese Forbrydelsen, fino ad arrivare al suo ultimo lavoro: Burning Bush, Il fuoco di Praga. Il film, nato come miniserie televisiva ceca e prodotta per HBO Europe, racconta la vicenda di Jan Palach, lo studente universitario che il 16 gennaio del 1969 si diede alle fiamme nel cuore di Praga, davanti alla scalinata del Museo Nazionale in piazza San Venceslao. Il gesto estremo del giovane studente è uno dei segnali di dissenso nei confronti dell’occupazione sovietica più eclatanti della storia della Cecoslovacchia, nonostante il giovane martire sia stato considerato per molti anni (fino al 1989 circa) solo un folle scriteriato, il suo gesto attira le attenzioni di tutto il Paese ed al suo funerale partecipano circa 600.000 persone.

Il film è incentrato principalmente sul processo che i familiari vollero per fare luce sulle idee del giovane, infangate dalla voce ipocrita delle autorità politiche del Paese. Protagonista la bellissima Táňa Pauhofová, nei panni dell’avvocato Dagmar Buresová, poi nominata ministro della giustizia nel 1989. Dagmar rappresenta tutto quello che ci si aspetta di buono dal futuro del Paese, una donna che rischia di mettere in pericolo la sua famiglia pur di raccontare la verità. In fondo Burning Bush è un film sulla verità, la verità che ogni regime totalitario cerca di nascondere al proprio popolo, ma che poi viene sempre, o quasi, a galla. Agnieszka Holland racconta la sua indignazione con gli occhi di chi ha vissuto quegli anni da dissidente, di chi ha lottato, di chi ha visto davanti ai propri occhi le sbarre di una cella. La sceneggiatura, del giovanissimo studente di cinema ceco Stefan Hulk, che è stata per la regista “un dono inaspettato del destino”, racconta di una repressione sovietica che oltre a insabbiare i gesti del dissenso popolare, soprattutto dei giovani universitari, cerca di cancellare e trasformare in tutti modi la memoria, il bene più prezioso che l’umanità ha a disposizione per guardare al passato e non ripetere gli stessi errori.
Per fortuna le dittature non sempre riescono a insabbiare le prove, reprimere il desiderio di giustizia, di cambiamento e cancellare la memoria dei martiri della patria. La prova reale sono le immagini della commemorazione, avvenuta nel gennaio del 1989, del ventesimo anniversario della morte di Jan Palach, che chiudono il film. Di li a poco, imponenti manifestazioni (la settimana di Palach) porteranno alla fine della dittatura comunista.

“Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo.” J. Palach

Adriano Natale

 

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