Granice marzeń – viaggio ai quasi confini dell’ex-URSS

Granice marzeń

A quasi trent’anni dalla sua dissoluzione l’URSS ha lasciato questioni nazionali irrisolte. Granice marzeń prova a raccoglierle e raccontarle.

di Salvatore Greco

Zbliżenie się do każdej granicy zwiększa w nas napięcie, podnosi emocje. Ludzie nie są stworzeni do życia w sytuacjach granicznych, unikają ich lub starają się od nich jak najszybciej uwolnić. A jednak człowiek wszędzie je napotyka, wszędzie widzi i czuje.

L’avvicinarsi di una frontiera aumenta la tensione, produce una certa emozione. La gente non è fatta per vivere in situazioni di frontiera, e infatti cerca di sfuggirle o di liberarsene il prima possibile. E tuttavia ci si imbatte continuamente, le vede e le sente ovunque.

(Ryszard Kapuściński, Imperium, vers. italiana Feltrinelli 1993, traduzione di Vera Verdiani)

Inizia così Ryszard Kapuściński il secondo capitolo del suo Imperium, libro che raccoglie appunti di viaggio e articoli che il grande maestro del reportage polacco ha dedicato all’ingombrante e affascinante vicino della Polonia, quella creatura che nel breve corso di un secolo ha cambiato almeno tre volte nomi e forme, prima Impero Russo, poi Unione Sovietica, oggi Federazione russa. Le frontiere di quella creatura imponente sono cambiate a loro volta assieme ai nomi, quasi mai passando inosservate, quasi sempre trascinando con sé i destini di uomini e donne, o più spesso di popoli interi. A venticinque anni dalla pubblicazione di Imperium, un reporter polacco è tornato su quelle frontiere, in particolare su quelle che la frammentazione dell’imperium (prima imperiale, poi sovietico, oggi repubblicano) ha lasciato dietro di sé o a volte ha creato ad arte: quel reporter è Tomasz Grzywaczewski e il risultato dei suoi viaggi è uscito nel febbraio del 2018 per Czarne con l’eloquente titolo di Granice marzeń. O państwach nieuznawanych (Le frontiere dei sogni. Sugli Stati non riconosciuti).

Nonostante la giovane età (poco più di 30 anni) e un’estetica di sé ispirata più a Into the wild che all’affettuosa fallibilità di cui amava ammantarsi Kapuściński, Grzywaczewski ha alle spalle un curriculum di tutto rispetto sia scientifico che giornalistico sul campo, e non è difficile capire da subito che Granice marzeń è il frutto di un lavoro durato anni e approfondito nei luoghi di tutta una vita professionale, gli Stati non riconosciuti nati ai margini dell’attuale Federazione russa. Granice marzeń si occupa di due grandi aree: una è quella che ruota attorno al fiume Dnepr, alle vicende della Transnistria e a quelle più giovani sorte dalla guerra civile in Ucraina, le repubbliche popolari di Doneck e Lugansk; l’altra affronta i destini oggi meno mediatici delle repubbliche non riconosciute del Caucaso, Abchazia, Ossezia del Sud e Nagorno-Karabakh. Il libro non li racconta con continuità geografica né con alcun altro criterio evidente, ma per darne seguito in questo articolo faremo una forzatura di comodo separando le due aree.

Lungo il Dniepr…

Granice marzeń parte con grande forza dalla Messa celebrata da un sacerdote ucraino dentro una cappella di fortuna nel villaggio di Pisky, cuore della frontiera tra l’Ucraina e la repubblica di Doneck, passato di mano più volte durante il conflitto e che secondo un reportage della BBC di un paio d’anni fa era arrivato a contare ormai solo 18 disperati abitanti, incapaci di fuggire o indifferenti alle proprie sorti. Da quella Messa salmodiata tra le raffiche di mitra e il segno della pace sancito da esplosioni, Grzywaczewski parte con il raccontare la realtà dell’Ucraina spezzata in due (o in tre) tra le ragioni dei lealisti al governo di Kiev e quelle dei ribelli che hanno imbracciato le armi contro i loro stessi concittadini, vicini e affetti stretti.

C’è anche spazio per Odessa, la perla costruita sul Mar Nero dal potere zarista, patria dello scrittore Isaac Babel’, con una collocazione ideale tra il cosmopolitismo di un tempo e l’atmosfera godereccia di oggi che la trasforma in una evanescente città-stato fondata sul divertimento, la dolce vita in salsa ucraina. Eppure, su Odessa, saldamente in mano all’Ucraina “ufficiale”, incombono i dubbi identitari di una città ucraina e maidanista ma pur sempre debitrice di Caterina II e dei suoi dignitari e abitata da una maggioranza di cittadini russofoni. E soprattutto incombe l’atrocità dei 38 ribelli arsi vivi nel Palazzo dei Sindacati nel maggio del 2014, una pagina oscura con la quale i cittadini non hanno ancora fatto i conti sperando -come Oleg- di poter essere solo quelli: né russi, né ucraini, ma liberi cittadini di un luogo unico al mondo.

Settanta chilometri a ovest di Odessa, del suo passato e dei suoi fantasmi, Granice marzeń esplora uno degli Stati più misteriosi d’Europa, mitizzato dal discusso e poco attendibile scrittore italo-russo Nicolai Lilin soprattutto nel suo Educazione siberiana. Il misto di ribellismo e criminalità di strada che la Transnistria pare abbia ispirato a Lilin non traspare tuttavia dalle pagine di Grzywaczewski che invece racconta un Paese certamente complesso ma meno stereotipato e granitico. Si parte dalla frontiera-non frontiera con la Moldavia, di cui la Transnistria è de iure una provincia ribelle, e dal mito sovietico di cui la repubblica si nutre attraendo curiosi, nostalgici e aspiranti sovietologi (più aspiranti che sovietologi, per la verità) con una serie di realia nostalgici, effigi di Lenin, falci e martelli, stelle rosse e paccottiglia di varia natura spacciata per modernariato. Grzywaczewski ha il merito non comune, come vedremo, di approcciare con grande neutralità e rispetto una realtà verso la quale altri suoi colleghi molto più stimati si porgono con sarcasmo, fastidio o prevenzione. Granice marzeń non ha quindi le stigmate di altri viaggiatori per l’ex-URSS, come ad esempio Hugo-Bader, ma porta il lettore oltre la frontiera e per le strade di Tiraspol prima e dentro i suoi abitanti poi, scoprendo una repubblica che, dalla fine delle ostilità del ’92, vive in rapporti civili con la Moldavia verso cui i cittadini transnistriani transitano regolarmente per recarsi al lavoro e sancita anche dal caso della squadra di calcio dello Sheriff di Tiraspol, espressione di poteri economici poco chiari e della capitale transnistriana, che domina incontrastata il campionato di calcio moldavo. E non c’è nemmeno molto della “sovieticità” residua attribuitale, fatti salvi i souvenir di cui sopra e un po’ di cartellonistica rimasta al suo posto da prima della Perestrojka, ma solo la complessità storica della regione della Bessarabia mai sentitasi fino in fondo moldava per storia e tradizione, e più a suo agio nell’alcova internazionalista della fu URSS.

…verso le cime del Caucaso

Il Nagorno-Karabakh oggi è un nome poco evocativo fatto salvo per quella squadra di calcio, traslitterata in alfabeto turco come Qarabag e che ha fatto capolino nelle competizioni UEFA di recente contro un’Inter malconcia. Da circa un anno, oltretutto, un referendum ha cambiato il nome della regione -priva di alcun riconoscimento internazionale- in Repubblica dell’Artsakh rendendo ancora più vaga la sua collocazione. Ma a quella terra ferita Granice marzeń regala pagine preziose e l’autore fa un lavoro certosino nel raccontare le sorti di una regione armena per tradizione, ma appartenente all’Azerbaigian per statuto, attraversata da conflitti sanguinosi che sono il sintomo più evidente delle ferite scoperte lasciate dal ritrarsi dell’URSS, con dinamiche molto simili a quanto accaduto nei Balcani post-titini. La convivenza tra azeri, musulmani e legati ad Ankara, e armeni cristiani, legati principalmente a sé stessi e a un’illusoria alleanza con l’ex-aguzzino russo, ritenuto vicino nella speranza di calcoli geopolitici superiori. Ma gli armeni del Karabakh, sfuggiti a un destino di sangue e ridotti a un’esistenza spezzata, verso i russi ormai covano scetticismo dopo il sospetto -poi diventato notizia- della fornitura di armi da parte della Federazione a entrambi i fronti, sintesi tragicamente efficace dei guai infiniti della regione:

-Rosyjscy żołnierze to były dopiero skurwysyny. Od razu zwęszyli, jak zrobić biznes na tej wojnie. I nam, i Azerom, brakowało ciężkiego sprzętu. A oni mieli pełno czołgów , transporterów opancerzonych. To zaczęli wynajmować obu stronom konfliktu. Byli tacy cwani, że wprowadzili rozliczenie godzinowe. Rano my waliliśmy z T-72 do Azerów, a po południu oni z tego samego czołgu stzrelali do nas.

-I soldati russi erano dei gran figli di puttana. Hanno capito da subito come fare dei grandi affari da questa guerra: sia noi che gli azeri non avevamo mezzi pesanti, mentre loro erano pieni di carri armati e blindati. E allora hanno iniziato ad affittarli a entrambe le parti del conflitto. Erano così approfittatori che si sono inventati l’affitto a ore: la mattina colpivamo gli azeri con dei T-72 e il pomeriggio loro ci sparavano da quello stesso carro armato.*

*traduzione a cura dell’autore

Altrettanto ficcante il reportage dedicato all’Ossezia del Sud, repubblica separatasi militarmente dalla Georgia nel 2008 con il sostegno russo, lo stesso che oggi permette alla piccola repubblica degli osseti di vivere in una bolla economica quasi irreale per la regione. Con graffiante ironia il capitolo dedicatole da Granice marzeń si intitola Ossezia del Sud s.r.l. e forse è un racconto parziale e poco obiettivo, ma dà una luce poco nota su un Paese che i lettori ricorderanno forse solo per la guerra-lampo che “disturbò” le Olimpiadi di Pechino nel 2008. Ben più importante per peso e profondità sono i reportage (tre) dedicati all’altra repubblica separatasi unilateralmente dalla Georgia: l’Abcasia. I destini dell’Abcasia sono raccontati con un trasporto che ha dell’incredibile da parte degli interlocutori dell’autore, uomini e donne che ancora ci vivono o che lo raccontano dall’emigrazione con toni da Risorgimento italiano (o polacco), in un moto di fiera identità contrapposta al nazionalismo georgiano e ancora una volta -agli occhi dei più, incredibilmente- più a suo agio nell’alveo d’azione dell’antico protettore sovietico dell’identità abcasa, anche se oggi con un volto diverso.

C’è spazio persino per una coloritura d’Italia dentro Granice marzeń, nel capitolo frizzante dedicato ai Campionati del mondo di calcio dei paesi non riconosciuti (organizzati nella ConIFA) ospitati e vinti proprio dall’Abcasia con la partecipazione della rappresentanza della Padania, sconfitta in semifinale dai sikh del Punjab. La partecipazione della rappresentanza secessionista nostrana è motivo di dubbi per Grzywaczewski, non docile nei confronti delle simpatie di Salvini verso Putin e scettico nei confronti della “neutralità” politica richiesta alle nazioni partecipanti dalla ConIFA.

Il bilancio di un viaggio

Senza accampare pretese di scientificità e completezza, Granice marzeń è un libro interessante e ricco di spunti, meritevole soprattutto nei volti inaspettati di popoli e Paesi che ci siamo intestarditi a cristallizzare nell’immagine rivolta da un servizio del tg2 o da conoscenze scolastiche a loro modo sedimentate. I lettori italiani appassionati di temi post-sovietici -e le recenti pubblicazioni in merito dimostrano che non sono pochi- potrebbero godere di un nuovo tassello prezioso come questo, elaborato con sapienza da un giovane esponente della scuola del reportage polacco che alla sua prima pubblicazione importante dimostra già una certa attenzione alle fonti e la capacità non banale di mantenersi ai bordi delle storie che racconta e che fa raccontare. Certo Grzywaczewski non è esente da imperfezioni, una su tutte il peso dato alle comunità dell’emigrazione polacca nei vari contesti incontrati, appoggio certamente prezioso per il reporter in luoghi distanti e potenzialmente ostili ma che dona una patina di provincialismo del tutto evitabile. Come evitabile sarebbe stata, sempre in quel contesto, la testimonianza di una polacca d’Ossezia legata al ruolo di Lech Kaczyński nel processo di pace tra Russia e Georgia nel 2008, segno di debiti verso la pubblicistica conservatrice che sono curiosi in un autore della scuderia di Czarne e che Grzywaczewski farà bene a scrollarsi dalle spalle se vorrà costruirsi una carriera nel reportage, cosa per la quale su altri fronti ha tutte le carte in regola, a partire da Granice marzeń.

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