Giuseppe w Warszawie

Giuseppe w Warszawie 1-F-277-9

Prove tecniche di neorealismo oltrecortina

“Giuseppe w Warszawie”, titolo traducibile semplicemente come Giuseppe a Varsavia, vede il nome più italiano di tutti proiettato per caso a Varsavia e forse non l’abbiamo inventato noi il mito dell’italiano soldato buono, infatti prima di pellicole come “Mediterraneo”, premiata con l’Oscar, e de “Il Mandolino del Capitano Corelli”, c’è stato sicuramente questo misconosciuto lungometraggio polacco del 1964 che è riuscito addirittura ad anticipare di un anno “Italiani brava Gente” di Giuseppe De Santis, uscito nel 1965.

“Mannaggia a Varsavia. Gli amici al fronte me lo avevano detto di stare lontano da sta città” arriverà ad esclamare il protagonista nel corso di questa sua assurda vicenda. Il Giuseppe in questione è il soldato Santucci interpretato da Antonio Cifariello (1930 – 1968) sfortunato attore di origine napoletana chiamato qui a vestire i panni di un bel militare romano pasticcione smarritosi in Polonia dopo che il suo treno, destinato al fronte russo, è stato assalito e bloccato dai partigiani polacchi in una località imprecisata non molto distante dalla città del titolo. A questo punto mi sembra doveroso fermarmi un attimo a contestualizzare la pellicola, uscita per lo Studio Filmowe Kadr nel 1964, cioè in piena PRL, epoca in cui il dissenso di stampo politico rappresentava una vera e propria questione di vita e di morte. Tornando alla vicenda troviamo il nostro milite noto che, seguendo i binari, è riuscito a salire su quello che per noi potrebbe essere un regionale dove è stato subito amichevolmente assalito dalla curiosità dei viaggiatori locali che, senza perdersi in cerimonie ufficiali, riconoscendolo come “italiano” incominciano ad interrogarlo sull’andamento della guerra. Diventa quindi esemplare, per la contestualizzazione precedentemente accennata, il dialogo che riporto, fedelmente, qui di seguito:

– Italiano?

– Sì

– Hitler caput?

– Sì

– Mussolini caput?

Prima di rispondere Santucci si guarda in torno, esita un attimo e afferma poi, non troppo tranquillamente -Pure lui- prima di arrivare a ricevere kiełbasa e wódka dai suoi nuovi compagni di viaggio.

Dopo questa breve introduzione prende il via la storia vera e propria, cioè una brillante commedia degli equivoci, a cui il regista Stanisław Lenartowicz cambia marcia presentando al pubblico la bella Maria e, ditemi voi, quale altro nome avrebbe potuto avere in questo film Elżbieta Czyżewska? Ci viene così presentata la bionda partigiana, intenzionata a comprare la pistola Beretta e la mitragliatrice (immatricolata 22015) di Giuseppe, offrendo del denaro. La giovane polacca viene subito fraintesa dall’italiano confuso che riesce a capire solo di essere in mezzo a una trattativa di qualche tipo, non sta a noi approfondire ora. Questa improbabile compravendita viene interrotta dal controllo di polizia tedesco, ma Maria decide di sfruttare il momento di smarrimento e il passaporto privilegiato di Giuseppe per riuscire a passare indenne al posto di blocco, presentandosi insieme allo smarrito alleato degli occupanti. Dopo un normale periodo di diffidenza iniziale i partigiani, o per meglio dire, Maria e il suo amico pittore Staszek, interpretato dal poliedrico Zbigniew Cybulski, decidono di utilizzare in qualche modo questo nuovo elemento, sfruttando il buon cuore dell’ ultimo arrivato “venuto di lontano” che inizierà a parlare polacco solo verso la metà del film. La questione della lingua è qualcosa da non sottovalutare per un film come questo. “Giuseppe w Warszawie” è sicuramente originale perché, tra le altre cose, è girato in tre lingue. Infatti se il corpo principale è ovviamente recitato in polacco, buona parte della storia viene accompagnata dall’italiano, romanesco, del Santucci, dal tedesco dei soldati nazisti a cui fa seguito un particolare gramelot che si viene a creare nelle volutamente confusionarie scene di gruppo, gramelot che arriva a creare “neologismi” divertenti come “Spiedolamento” ed espressioni improbabili come “Bene Dobrze”, ma questo mi è utile per ricordare ai lettori che proprio la Polonia è la patria dell’Esperanto.

Inutile aggiungere che la barriera linguistica è di fatto la vera protagonista del film, senza nulla togliere alla brava Czyżewska. Barriera che viene utilizzata come motore propulsivo per scenette varie, ingenue quanto simpatiche. Non mancano infatti episodi esilaranti come quello che vede Staszek in giro per la città con la divisa dell’esercito italiano, colto alla sprovvista, dall’8 settembre. Il polacco scambiato per il Santucci dopo l’armistizio viene ovviamente interrogato dai tedeschi come nuovo nemico. La seguente scena dell’interrogatorio permette al regista di mostrare la tipica scaltrezza polacca, perché senza perdersi troppo d’animo l’impostore riesce a mettere in dubbio, parlando un tedesco bagnato in acqua della Vistola, l’italiano, cioè una lingua che lui conosce solo con parole tipo “Roma”, “Mamma Mia” e “Sole Mio”, del suo interprete teutonico.

L’Otto settembre, annunciato in polacco dalla radio, come abbiamo già visto arriverà a colpire anche qui, come in “Mediterraneo” di Salvatores, il militare italiano abbandonato e dimenticato dalla sua nazione. Santucci dopo questa data che si presenta inesorabilmente verso la fine del film si ritroverà quindi spiazzato, alleato com’è, gioco forza, dei polacchi, ma nemico dei tedeschi.

I nazisti di questo film sono elementi appartenenti ad un apparato duro e rigido, non troppo violento (bene ricordare che il film è di genere per famiglie, quindi non cruento) ma decisamente sciocco nella sua inflessibilità e burocraticamente confuso. Non diventa troppo difficile intravedere nella volontà del regista il tentativo di paragonare l’occupante della II Guerra Mondiale con quello contemporaneo all’uscita del film, cioè l’URSS. La schizofrenia politica socialista viene qui espressa anche dai finti tedeschi, cioè i partigiani polacchi travestiti da tedeschi, che prima di condannare a morte Giuseppe, sempre a causa di un equivoco, lo vogliono premiare con una medaglia per un atto eroico precedentemente compiuto. La folle corsa in bicicletta compiuta da Staszek, per salvare il suo amico Santucci dalla fucilazione, potrebbe aver ispirato il Benigni de “La vita è bella”, basta confrontare le due scene per crederlo

Si arriva quindi all’ultimo atto, rappresentato da uno scontro a fuoco tra veri tedeschi e una formazione mista di finti tedeschi, partigiani polacchi e soldato italiano. Per l’ultima scena il regista cambia inquadratura e chiude tutto lasciandoci con un finale aperto dove troviamo il buon Giuseppe in regolare divisa, zaino in spalla, su una spiaggia, tipicamente italiana, lesto ad avviarsi verso quella che dovrebbe essere la sua città natale, cioè il luogo che potrebbe rappresentare il paradiso.

La musica del film, rispetto al livello del cinema polacco dell’epoca che ci ha sicuramente abituato a ben altre melodie, è abbastanza snervante per noi italiani perché questa colonna sonora è un continuo sfoggio di mandolinate e poco altro. Concedetemi un’ ultima nota “letteraria”: “Giuseppe w Warszawie” ha visto la partecipazione, alla stesura del copione dell’allora giovane scrittore Tadeusz Konwicki che molti di voi ricorderanno come autore di “Piccola Apocalisse”.

Fabio Izzo

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