Zuzanna Ginczanka, hanno ucciso la bellezza

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Ritratto emotivo e letterario di Zuzanna Ginczanka, poetessa ebrea polacca spezzata dalla storia.

di Mario Carbone e Iwona Agatowska

Non lasciare che la bellezza appassisca, la bellezza delle parole, questo è il motivo per cui esiste la poesia: ci aiuta a tramandare non i fatti ma le emozioni. Non tutte le parole e non tutte le emozioni meritano di essere affidate al continuo fluire del tempo a imperituro ricordo ma pochi, selezionati, se non addirittura rari casi meritano di essere salvati dall’oblio in cui noi, imperfetta umanità, a volte releghiamo la grazia e la poesia. Zuzanna Ginczanka, poetessa
iniziata in età precoce all’arte delle parole, è stata tanto famosa nella sua epoca quanto troppo presto dimenticata. Nata a Kiev nel 1917 da una famiglia ebraica russofona scelse per motivi non del tutto noti di iscriversi a una scuola polacca mentre era ospite di parenti a Rivne attualmente Ucraina.

Ginczanka si distinse per l’eterea bellezza, l’anima forte racchiusa in un fragile corpo, l’intelligenza, la conoscenza della femminilità e la sensibilità rivolta verso un mondo in rotta verso una catastrofe di proporzioni mondiali. Vita e opere di Zuzanna Ginczanka sorsero da un incrocio di culture differenti ma forse è proprio in questi crocevia che crescono esotici fiori. Ancora adolescente utilizzò quaderni a quadretti per scrivere le sue poesie, questi quaderni possono essere ancora oggi visionati al museo della letteratura di Varsavia. Nel periodo tra le due guerre in Polonia fiorisce la poesia, dopo 123 anni di oppressione nel 1918 il paese recupera la sua indipendenza. Le persone possono liberamente esprimersi in polacco a scuola, per le strade, negli uffici. A Varsavia, fiorisce la vita culturale, non solo in teatri e musei ma anche nei caffè. È appunto ad uno di questi caffè, il “Mała Ziemiańska”, che nel 1936 a soli 19 anni sedeva Zuzanna insieme a mostri sacri della letteratura polacca come per esempio il suo mentore Tuwim.

Donna dotata di orientale bellezza, di una prorompente femminilità la “Tuwim in gonnella” aveva un corpo snello ed occhi da cerbiatta di colore diverso con una pelle olivastra che permise alla “stella di Sion” di passare per armena durante la guerra. Morirà a soli 27 anni fucilata dai tedeschi a Cracovia, di lei ci rimangono soprattutto le opere giovanili e quelle che furono pubblicate su riviste come “Szpilki” ma non tutto è arrivato a noi, si persero in particolare le opere degli ultimi anni in cui viveva in clandestinità, ma di quel periodo ci rimane la sua opera più conosciuta quella “non omnis moriar” di oraziana memoria in cui cita il nome di una portiera di Leopoli informatrice della Gestapo, opera che, caso raro, verrà usata come prova dopo la guerra durante un processo.

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In Italia Alessandro Amenta si è dedicato alla meritoria opera di far conoscere questa passionale figura del panorama letterario attraverso l’emozionante documentario con la regia di Mary Mirka Milo “La poesia spezzata – Zuzanna Ginczanka” e una raccolta di poesie con testo originale a fronte da lui tradotte “Un viavai di brumose apparenze“.
È sicuramente riduttivo parlare della poesia di Ginczanka citando solo gli episodi della sua breve vita; solo la lettura dei suoi componimenti potrebbe darci un’idea della profondità del suo pensiero e della bellezza che sgorga rigogliosa Ginczankaa ogni passo mentre ci immergiamo in un mare di parole, immagini e concetti spesso di difficile comprensione se non analizzandoli in tutte le loro forme. Lo stile linguistico di Ginczanka pare modellato su quello di un altro poeta dell’epoca Bolesław Leśmian come dimostra con l’uso di vari neologismi. I suoi componimenti contengono una forte carica emotiva, è una delle prime donne in Polonia a scrivere coraggiosamente sulla fisicità ed i bisogni del corpo femminile. I suoi versi perseguono, oltre a un’antica bellezza inaspettata, in componimenti scritti da una così giovane poetessa, la ribellione verso le convenzioni sociali che limitano le donne relegandole ad asessuati oggetti dell’anima. Ginczanka a quindici anni vuole essere libera di eccitarsi, vuole che le sue coetanee non debbano vergognarsi di essere già donne, a tal proposito mi permetto di citare un estratto da “la rivolta dei quindicenni” nella traduzione di Alessandro Amenta:


Noi vogliamo una costituzione, noi vogliamo avere il diritto
di essere liberi di confessare senza vergogna al mondo intero
la verità delle tempeste del sangue,
di essere liberi di dare voce agli impulsi dei desideri più sinceri,
di esser liberi oramai di sapere che possediamo seni caldi
oltre ad anime eteree

Anche la Ginczanka più matura non smetterà mai di reclamare il proprio corpo, con la sua “verginità” ci ricorda come i vestiti possano essere una prigione che induce le donne a limitare la loro funzione animale di partorienti per dedicarsi a più “educate conversazioni”


E noi…
… in ermetici
come un termos d’acciaio
cubicoli dalle pareti di color pesca
intrappolate fino al collo nei vestiti
intratteniamo
educate
conversazioni.

Ginczanka sentiva che la vita le aveva donato il privilegio di una famiglia benestante e che questo era solo un “caso”, lei non ne aveva né colpa né merito. In “przypadek”, “caso” appunto, confronta la sua vita con quella di una coetanea già madre, malata e prostituta, figlia e nipote di altrettante prostitute che semplicemente era nata dal lato sbagliato del vicolo, difficile non vederci il destino di tanti che oggi cercano rifugio altrove perché nati nel
lato sbagliato del mondo. È la modernità dei temi trattati, oltre alla bellezza dei versi, a farci amare questa poetessa che ora risorge dal declino a cui viene inesorabilmente condannato chi muore d’oblio. Difficilmente si rimane insensibili alle sue parole, leggendo i suoi versi si provano emozioni a livello epidermico più che provenienti dall’anima profonda, i brividi, la gioia, il disgusto, l’odio e l’amore per la vita.

Su Ginczanka in Polonia per molti anni è calato il silenzio. Tutt’oggi i suoi componimenti non trovano posto nei libri di testo, nei programmi di studio. Negli ultimi anni c’è stata qualche mostra, conferenze, articoli di giornale ma non è sufficiente perché il lavoro dell’artista sia riconosciuto da un vasto pubblico. Eppure i versi di Ginczanka risultano sempre attuali, ancora oggi in Polonia le donne lottano per il diritto di poter gestire autonomamente il proprio corpo come dimostrano le manifestazioni avvenute negli ultimi tempi.

Per finire non ci resta che recitare un accorato appello, godiamoci questo fiore colorato il cui fascino è nato a margine di culture diverse e salviamolo dall’oblio.

Estratto dalla poesia senza titolo conosciuta come “non omnis moriar”


Non lascio alcun erede, che la tua mano frughi
Tra le mie cose ebree, signora Chominowa,
Donna di Leopoli, prode moglie di una spia,
lesta delatrice, madre di un Volksdeutscher.

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