Fenomenologia di Wojciech Cejrowski

Cejrowski

Alla scoperta di Wojciech Cejrowski, showman, imprenditore, divulgatore e accanito conservatore… in camicia batik.

di Lorenzo Berardi

Su PoloniCult abbiamo parlato spesso di grande reportage polacco e dei suoi maggiori esponenti, partendo da Ryszard Kapuściński per arrivare a Marcin Kącki. Va detto, però, che in Polonia esiste anche un pubblico meno avvezzo a leggere i libri di reportage pubblicati da editori come Czarne o Terra Incognita, ma abituato a viaggiare guardando la televisione. In nessun Paese al mondo, del resto, può esistere solo cultura ‘alta’ in assenza di forme di divulgazione più accessibili e popolari.

Ed è proprio sul piccolo schermo che, a partire dal 2007, si è affermato un viaggiatore e divulgatore sui generis ormai noto a tutti i polacchi: Wojciech Cejrowski. Riconoscibile per la sua camicia batik multicolore, gli occhialini dorati, il volto scottato dal sole e i piedi nudi abbronzati, Cejrowski oggi non si discosta mai da questo look che lo rende simile a un cartone animato.

Nato a Elbląg nel ’64, Cejrowski studia in tre diverse università polacche, ma non porta a termine nessuno dei quattro percorsi di studi intrapresi e solo nel 2010 si laureerà in sociologia a Lublino. Ciò nonostante, approda in televisione appena ventottenne e già nel ’94 conduce WC Kwadrans, un programma tutto suo sul primo canale di TVP, la Rai polacca. Rivista oggi, la trasmissione fa sorridere. In uno scenario da spaghetti western di serie B, fra cactus di gomma, ruote di diligenza e incomprensibili carrellate circolari siede un giovane e pallido Wojciech Cejrowski. Per un quarto d’ora al giorno il ‘cowboy capo della Repubblica Polacca’ – come una didascalia lo identifica – commenta l’attualità con piglio conservatore e intervista un ospite alla volta.

Nel pronunciare i suoi anatemi contro falsi idoli giovanili, pornografia in edicola, ed erronei modelli educativi Cejrowski sbatte ripetutamente una tazza su un tavolino di rattan. Un gesto che è un impacciato omaggio a un oggetto feticcio, la tazza, reso celebre dal David Letterman Show negli Stati Uniti. Nel complesso, il programma risente molto di quell’estetica anni ’90 incentrata su un aggressivo opinionista che in Italia produsse le sfuriate mattutine di Vittorio Sgarbi e le fumantine invettive notturne del Giuliano Ferrara de ‘L’istruttoria’.

Smessi i panni del naczelny cowboy RP, Cejrowski inizia a girare il mondo nel ’97 per conto del canale privato Telewizja Niepokalanów (oggi TV Puls) all’interno del programma Podróżnik, ovvero Viaggiatore’. Seguono ruoli più o meno centrali in trasmissioni satiriche, talk show e persino una breve incursione nel ruolo di giudice di un reality show. I viaggi restano perlopiù nel cassetto a eccezione del 2004 quando l’emittente Polsat manda Cejrowski in Terra Santa nell’ambito del programma Co się święci w mej pamięci (‘Che cosa succede ai miei ricordi’).

La svolta arriva tre anni dopo. Il 7 gennaio 2007 il primo episodio di Boso przez świat (‘Scalzo per il mondo’) va in onda su TVP2, il secondo canale della televisione pubblica polacca. La trasmissione convince presto il grande pubblico e viene persino premiata per il suo taglio innovativo nell’edizione 2008 del New York Festival. Quasi dieci anni e centotrenta puntate dopo, il programma – nel frattempo ribattezzato Wojciech Cejrowski. Boso – è uno dei più longevi sui piccoli schermi polacchi con continue repliche trasmesse sui canali privati TVN, TV Puls e Puls 2.

Boso, a piedi nudi nel mondo

Da circa un decennio, quindi, Cejrowski gira il mondo in lungo e in largo per raccontarne abitudini e usanze locali a modo suo. Le destinazioni scelte dall’autore del programma – per quanto remote ed esotiche – non sono sempre insolite. Sono gli angoli dai quali Boso le mostra a essere perlopiù inediti. L’occhio della cinepresa del programma si tiene infatti alla larga dai monumenti, dai musei, dalle bellezze naturali per andare a scovare vicoli e villaggi, comunità coese che accolgono il visitatore polacco con naturalezza. La telecamera si concentra su manufatti e utensili indugiando sul modo in cui oggetti a prima vista banali vengano costruiti, utilizzati, riadattati. Cejrowski stesso fa da Cicerone e voce narrante in questo processo di scoperta con una partecipazione personale talvolta sopra le righe, ma che finisce per essere coinvolgente.

Si sarà capito come siamo lontani anni luce da una divulgazione scientifica o etnografica precisa ma distaccata. Cejrowski non è né Malinowski ne Kapuściński, ma neanche David Attenborough. Il programma non ha alcuna intenzione di fare analisi storica e geopolitica o suggerire una critica sociale. L’obiettivo è piuttosto quello di dare la sensazione allo spettatore di toccare con mano gli oggetti prodotti dietro le quinte del mondo da cartolina mostrato dagli altri programmi di viaggi. In questo senso, il titolo ‘Boso’ ossia ‘scalzo’ è emblematico. Non è solo Wojciech Cejrowski a presentarsi a piedi nudi e con le sue improbabili ampie camicie batik al cospetto di popolazioni e usanze poco note, ma è il telespettatore stesso a farlo.

Cejrowski

Gli episodi di Boso durano 25 minuti ciascuno sin dagli esordi del programma. Un breve lasso di tempo nel quale Cejrowski è il protagonista assoluto dello show. Inutile attendersi interviste ad esperti, dialoghi, momenti di approfondimento. Su un sottofondo di musica etnica o tribale Cejrowski monopolizza lo spettacolo e chiede alla telecamera di seguirlo, avvicinarsi, fermarsi a indugiare su un gesto, un volto o un particolare.

Il tutto fra monologhi più o meno ispirati del conduttore, dimostrazioni pratiche su come usare utensili e brevi scambi di battute in inglese, spagnolo o portoghese con i locali. Colpisce come in presenza del conduttore di Boso e dell’occhio indiscreto della telecamera tutti sembrino sentirsi a proprio agio. Dagli indios costruttori di piroghe dell’Amazzonia, ai raccoglitori di sale etiopi, passando per un barbiere di Gerusalemme e un artigiano lattoniere caraibico, l’intrusione di Cejrowski non è solo tollerata, ma vista con curiosità e simpatia. Segno di un eccellente lavoro preparatore compiuto dal conduttore del programma e dai suoi invisibili collaboratori.

Je suis Boso

Del resto anche chi non apprezza il protagonismo esasperato di Cejrowski sarà costretto a riconoscere come gli episodi di ‘Boso’ abbiano un che di ipnotico. Non ci sono momenti morti seguendo la camicia multicolore del viaggiatore polacco e i suoi abbronzati piedi nudi a spasso per il mondo. Il suo tono colloquiale zeppo di ‘Proszę Panstwo’ (Prego, signori) e ‘Uwaga!’ (Attenzione!) può risultare irritante, ma dà la sensazione di essere in compagnia di una stramba guida turistica pronta a mostrarci cose precluse ai turisti convenzionali. ‘Boso’ offre avventure in luoghi esotici e fuori dagli itinerari tradizionali, ma lo fa in modo rassicurante con il suo conduttore in totale e solitario controllo della situazione. Un viaggio organizzato a portata di telecomando.

E se da un lato la volontà di Cejrowski di non adattarsi allo stile e ai costumi dei luoghi da lui visitati, può apparire comica o irrispettosa – cosa ci fa un signore bianco di mezza età a piedi nudi e in camicia batik fra i Masai? – dall’altro è un modo studiato per creare una familiarità ricorrente con lo spettatore. In questo senso, seppur in un contesto diverso, vengono alla mente i farfallini multicolori del Philippe Daverio dell’ex programma di Rai3 ‘Passepartout’, un altro divulgatore televisivo dagli ispirati e prolissi monologhi.

L’elenco delle destinazioni visitate e documentate da Cejrowski è lungo e in continua espansione. A oggi, il creatore di Boso ha mostrato ai polacchi Belize, Brasile, Capo Verde, Colombia, Congo, Ecuador, Etiopia, Gambia, isole Vanuatu, Italia, Madagascar, Messico, Namibia, Paraguay, Perù, Portogallo, Senegal, Spagna Stati Uniti, Tailandia e Tunisia. Una galleria di luoghi scelti in ordine sparso e senza motivi apparenti. Un caos che lo spettatore occasionale del programma potrebbe riscontrare anche nell’assenza di un filo conduttore riconoscibile fra gli episodi realizzati in ciascuna località. Di rado infatti in Boso un episodio si ricollega al precedente o lascia qualcosa in sospeso, spezzandolo in due tranche.

Prendiamo la serie dedicata ai Caraibi nel 2013. Cejrowski lo inizia con una puntata dedicata all’industria del tabacco, seguita da una intitolata ‘Sull’aragosta’ (un omaggio involontario a Foster Wallace?) per poi fare un’escursione ragionata nelle piantagioni di canna da zucchero. La quarta puntata è dedicata invece all’elaborato processo di conversione di bidoni di latta in souvenir per turisti, mentre la quinta vede Cejrowski visitare un resort a cinque stelle e giocare a golf a piedi nudi.  Infine, nel sesto e ultimo episodio, il creatore di Boso alterna monologhi sulla vita da spiaggia a uno sguardo sul lavoro di chi rende possibile ai turisti una vita di amache, noci di cocco e pesce fresco. Nel complesso si può intuire come il tema fondante dei sei episodi sia l’economia caraibica nei suoi diversi e mutevoli aspetti, ma l’ordine in cui essi appaiono pare del tutto casuale.

Scelte autoriali legate agli interessi del creatore della trasmissione? Probabile. Boso è un programma ad personam, inutile nasconderlo. Impossibile affidare il format a qualcun altro o esportarlo altrove, perché Cejrowski stesso è Boso. In questo senso, la scelta di modificare il titolo del programma dall’originario Boso przez świat all’attuale Wojciech Cejrowski. Boso è significativa; un gesto con il quale il creatore del format intende rivendicare la titolarità di un marchio.

Proprio questa identificazione fra il programma e il suo creatore finisce per esserne il limite maggiore. L’assenza di una seconda voce, anche occasionale, di un’inquadratura che non comprenda il volto arrossato di Cejrowski come protagonista o il suo commento in sottofondo si fanno sentire. Ed ecco forse spiegato il perché gli episodi di Boso non sforino mai i 25 minuti. Una durata superiore rischierebbe infatti di stancare lo spettatore.

Un piccolo impero a marchio Cejrowski

Al di fuori del piccolo schermo, Cejrowski è un personaggio carismatico e controverso che ama esprimere la propria opinione. Cattolico, antiabortista, contrario all’immigrazione e dichiaratamente omofobo, il volto di Boso non ha disdegnato di manifestare le proprie preferenze politiche in passato. Nel 2009, ad esempio, la sua scelta di apparire in uno spot televisivo di Marek Jurek candidato del partito di destra Prawica Rzeczypospolitej al Parlamento Europeo portò a un breve divorzio con la televisione di Stato polacca.

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Nel suo sito personale, costantemente aggiornato ma dalla grafica vecchio stile, Cejrowski si definisce ‘viaggiatore, fotografo, scrittore, giornalista’. Tuttavia, a guardare i contenuti presenti sulla pagina, viene il sospetto che manchi un’ulteriore qualifica, quella di ‘imprenditore di se stesso’. Cejrowski.com promuove infatti con strategici banner tre diverse attività parallele lanciate dal creatore di Boso.

Prima fra tutte, ‘Sklep Kolonialny’ una linea di prodotti alimentari esotici, poi ‘TelePapuga’ un servizio di consulenza legale telefonica e infine ‘Biletos.com’, una biglietteria online per chi vuole assistere ai numerosi incontri pubblici di Cejrowski in Polonia. Non è tutto, perché Cejrowski è attivo anche in ambito editoriale con la collana ‘Biblioteka Poznaj Swiat’ della quale è una sorta di direttore artistico che include quattro dei suoi libri di viaggi.

Se si aggiunge a tutte queste attività collaterali la presenza fissa televisiva di Boso, frequenti comparsate radiofoniche e le buone vendite degli otto libri pubblicati sinora, si comprende come Wojciech Cejrowski sia riuscito a creare un mini impero commerciale. Il tutto trasformando il proprio nome in un brand di successo. Un marchio capace di resistere anche all’infelice scelta dell’acronimo ‘WC’ e a copertine di libri di viaggi dalla grafica talvolta un po’ pacchiana.

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Poco importa. I colorati diari di viaggio pubblicati da Cejrowski sono bestseller e, come tali, reperibili in qualsiasi libreria polacca. Non a caso alla Fiera del Libro tenutasi nel maggio di quest’anno allo Stadion Narodowy di Varsavia la fila per ottenere una copia autografata dell’ultimo libro del creatore di Boso era fra le più lunghe. Un fenomeno tutto polacco e che, come tale, non poteva passare inosservato in queste colonne.

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