PoloniCultori. Intervista a Fabio Izzo.

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di Salvatore Greco

Fabio Izzo nella vita fa il romanziere anche se forse lui mai direbbe così, però che scrive romanzi è un fatto innegabile. La sua ultima fatica, To jest, uscito nel 2014 e presentato nella prestigiosa cornice del Premio Strega, evoca Polonia da tutti i pori anche solo leggendo il titolo. Per questo affascinante libro oltre che per il fatto di essere un grande amico e sostenitore di PoloniCult, ci piace battezzare con lui la rubrica dei PoloniCultori.

Innanzitutto benvenuto, Fabio, e grazie della disponibilità. La prima cosa che vorrei chiederti è di presentarti, o meglio, di provare a spiegare tu ai nostri lettori perché sei qui in qualità di Polonicultore meglio di come l’ho fatto io.

Vorrei inizialmente ringraziarvi per lo spazio e il tempo concessomi. Dovrei fare subito una precisazione, nella vita non faccio il romanziere ma è la vita a far di me un romanziere. Il mio tentativo di letteratura è spesso e volentieri accomunato alla Polonia, terra che per me è un po’ come l’Africa per Alain Quatermain, una risorsa inestimabile di sentimenti, di idee e di passione. In altre parole possiamo dire che la Polonia, la cultura polacca o parte di essa, è sempre presente nei miei scritti, in particolar modo nelle mie ultime tre opere, Il Nucleo, Doppio Umano e To Jest, tutti ambientati tra l’Italia e la Polonia, tra Genova, il Basso Piemonte, e la Polonia, in particolar modo Varsavia e Danzica.

To Jest in particolare ha anche un titolo polacco. Sul senso di questo titolo vorrei tornare perché sono curioso di esplorarlo, ma intanto ti chiedo se le storie dei tuoi personaggi nascono già legate alla Polonia o esistevano a prescindere e la Polonia –Danzica in modo particolare- c’è, per così dire a posteriori, in virtù di legami simbolici e affettivi, magari con l’altra protagonista geografica che è Genova.

To Jest ha avuto una gestazione particolare, durata tre anni. Il motore del libro è una frase pronunciata anni fa da Pietro Marchesani traduttore della Szymborska e professore di Letteratura Polacca all’Università di Genova, un verso di una poesia proprio di Szymborska. La poesia è ovviamente “Le due Scimmie di Bruguel” e tutto nasce dall’ultima frase…poi sviluppata in romanzo.

Il personaggio di Piero è nato a Danzica, durante un mio viaggio. Nel racconto che lo vedeva protagonista Piero si trovava già in Polonia, per altri motivi, gli interessati potranno leggere la sua origine nel Nucleo. Mentre Laura no, la protagonista infatti non metterà mai piede in Polonia. Con questo materiale ho poi imbastito tutta la trama di To Jest. Il legame simbolico affettivo nasce quindi da queste esperienze di vita che hanno legato, in maniera letterale, due città di mare molto diverse tra loro.

Questo con Wisława Szymborska è un altro legame indissolubile che detta letteralmente i tempi della storia, qual è il tuo rapporto con la sua poesia?

Ho scoperto la poesia della Szymborka nel 2000 in Ulica Piotrkowska a Łódż. Lì mi fu regalata una sua raccolta con testo polacco a fronte. Quest’estate sono andato a Cracovia, a trovarla. Non ho avuto modo di conoscerla personalmente, To Jest che è un libro sulle schiavitù moderne nasce anche in seguito ad un particolare aneddoto. All’epoca del mio servizio civile la Poetessa premio Nobel era ospite a Genova dell’Università, chiesi qualche ora di permesso che, inspiegabilmente, mi fu negata così da quel momento decisi di scrivere un libro sull’importanza della poesia che poi con il tempo è diventato un libro sull’importanza di una poesia in particolar modo. In pratica posso affermare di avere un legame stretto, molto personale, con il lavoro della Szymborska…

Torniamo al titolo del tuo libro. To jest è forse la prima espressione grammaticale che gli studenti di polonistica imparano, quella fondamentale per iniziare a dire le frasi base che indicano gli oggetti e insegnano un po’ di nomi delle cose e imparare i nomi delle cose in fondo è imparare a vedere e conoscere il mondo… I tuoi personaggi, una ragazza cieca nel vero senso della parola e uno cieco nel modo in cui non è capace fino in fondo di guardare il mondo, fanno questo esercizio in qualche modo? Imparano una lingua imparando a conoscere il mondo? E tu a tua volta ti sei sentito un po’ così quando hai iniziato a studiare polacco?

Inizialmente volevo raccontare una semplice storia d’amore, poi io sono bravo a complicarmi le cose o l’amore non è mai semplice così i personaggi hanno preso questa strada dove ognuno apprende qualcosa dall’altro, infatti c’è uno scambio continuo tra Laura, Piero, Monika e Woody Allen. Tutti apprendono qualcosa in questo visivo scambio linguistico di esperienze e di sogni, tutti tranne Boudianski, l’unico che, se ci fate caso, parla più lingue. In qualche modo quindi l’importanza delle lingue, in questo caso del polacco, è un valore importante. La prima lingua che ho imparato, oltre l’italiano, è il napoletano, il mio bilinguismo casalingo è iniziato così, poi quando ho deciso di studiare polacco ho cominciato a guardare il mondo con un altro sguardo. In seguito ad alcune vicende personali ho dovuto poi accantonare la lingua polacca, con grande rammarico attuale, ma poi, con il passare del tempo tutto è riesploso perché la Polonia, la sua lingua, la sua cultura e la sua letteratura, come noi ben sappiamo, esercitano un fascino irresistibile.

Per concludere, in quanto polonicultore ormai ufficializzato, cosa ti senti di dire a chi si avvicina al mondo polacco per la prima volta? Hai qualche suggerimento o anche un “semplice” consiglio letterario?

Preparatevi a essere sorpresi. Tutto qui: è una grande e immensa sorpresa. Avete mai visto i colori autunnali scendere su Łódź? Vi siete mai fermati ad ascoltare Jazz nella piazza del Rynek di Varsavia davanti alla statua della sirena? Vi siete mai persi nel tardo pomeriggio tra i riflessi della Motława? Ma fate attenzione perché non è semplice e, una volta persi nel gorgo della Polonità, non si torna indietro…

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