Essential Killing

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Maschere hollywoodiane per un grande film sull’alienazione.

 

di Salvatore Greco.

Un elicottero, in contatto con tre marines a terra, sorvola un gruppo di montagne sabbiose in cerca di qualcuno. È un tripudio di occhiali da sole, mitra e battutacce spinte come si conviene a ogni militare americano che si rispetti. A un certo punto si intravede un tizio barbuto che corre, è il nostro fuggiasco, che fa in tempo a rifugiarsi in una strettissima gola tra due rocce, viene quasi scoperto, ma spara con freddezza con una specie di lanciarazzi trovato lì in mano a un cadavere, uccide i suoi inseguitori e scappa. L’elicottero lo controlla dall’alto, poi inizia a sparare e il pilota esclama proprio quello che ti aspetti e cioè qualcosa tipo: “recita le tue preghiere, beduino!”.

Sembrerebbe l’inizio del classico film d’azione/guerra di produzione americana, per altro nemmeno dei migliori. Invece così, con queste esatte scene, si apre un gioiello del cinema d’autore polacco: Essential killing scritto e diretto da Jerzy Skolimowski.

Un film sorprendente Essential Killing, che Skolimowski ha presentato alla 67esima Mostra del cinema di Venezia nel 2011 e che ha colpito la giuria al punto da convincerla a tributarlo del Premio speciale della critica; una pellicola breve (poco più di 80 minuti) ma di straordinaria intensità; una storia “furba” che parte da uno scenario classico, ma se ne serve nel più beffardo dei modi, solo per creare un pretesto e spiazzare il pubblico, ci metterà poco Skolimowski a liberarsene per entrare presto nei suoi intenti.

Diciamo tutto questo perché dopo la cattura, un rapido interrogatorio e la deportazione in un luogo lontanissimo dal suo deserto, un bosco innevato di abeti e betulle verosimilmente in Polonia, della storia del nostro fuggiasco non importa più davvero quasi nulla. E in effetti, caracollato con violenza nel nuovo scenario, lo spettatore si rende conto di non sapere praticamente nulla. Chi è quest’uomo? Da dove viene? Perché i marines lo cercano? Dove si trova adesso? Non si sa. Non conosceremmo nemmeno il suo nome se nei titoli di coda accanto al nome dello strepitoso interprete Vincent Gallo (non a caso premiato a Venezia con la Coppa Volpi) non ci fosse scritto “Mohammad”. Mohammad non parla mai nel film, non dice una parola che sia una, d’altronde come potrebbe? Solo e fuggiasco in un Paese straniero, incontra quasi solo personaggi ostili e, pure volendo, non saprebbe in che modo comunicare con loro.

In sostanza non c’è nessuna storia né tantomeno alcuna retrostoria, niente spionaggio, guerre, nemmeno veri e propri personaggi, non sappiamo nulla di lui, al di fuori di qualche flashback generico sulla sua vita,se non che vive il dramma di un uomo solo e ricercato in un posto che non è il suo e nel quale tenta disperatamente di sopravvivere al costo dispogliarsi di qualsiasi abito della civiltà.

È questo infatti l’essential killing a cui fa riferimento il titolo, l’essenza brutale quanto naturale dell’uccidere, atto che Mohammad commette diverse volte, ma mai con ferocia o cinismo, solo per necessità: uccide due suoi aguzzini, un cane dei marines, un povero falegname innocente, è tentato di uccidere una donna con un bambino al seno, ma poi la risparmia per poter suggere lui dal seno della donna e ottenere un minimo di nutrimento. Sì, perché la condizione di Mohammad è ovviamente anche quella della fame, una fame che lo porta a commettere gesti strazianti come quello appena descritto, a rubare e mangiare un pesce crudo o a mangiare delle bacche sparute da un albero in preda a violente allucinazioni.

Essential-Killing-film-photo-02Un barlume di umanità sembra poter ritornare in lui quando una donna, sorda, Emmanuelle Seigner, lo trascina in casa salvandolo dall’assideramento e poi gli permette di fuggire a dorso di un cavallo bianco, che lui imbratta di sangue, mentre attorno a lui inizia il disgelo, segnale ambiguo di una salvezza impossibile.

Essential killing è innanzitutto un film in cui è la natura la grande protagonista, assieme a Mohammad. Una natura in chiave leopardiana che duella con l’eroe come in una tragedia greca. Solo che non c’è niente qui della proporzione e della pulizia del classico, ma un elemento ineluttabile che schiaccia l’individuo causandogli ogni male e al posto della catarsi scatena in lui la peggiore delle disumanizzazioni, rendendolo alla stregua di un animale selvaggio capace di qualsiasi cosa e precludendogli ogni possibilità di redenzione o finanche di salvezza in senso strettamente biologico.

In questo senso Skolimowski ha compiuto un’opera magistrale traendo da uno spunto verosimile e narrativo l’occasione per un’opera dal respiro filosofico. L’intelligenza del regista è stata fondamentale per calibrare esigenze artistiche e domande esistenziali all’interno di una cornice che fosse fruibile e non cervellotica e che rende il film godibile persino a chi voglia guardarlo come un action-movie qualsiasi, forse solo un po’ bizzarro.

Per concludere, Essential killing –proprio come si diceva a proposito dei lavori di Agnieszka Holland tempo fa – è un’altra interessante dimostrazione di come il cinema polacco degli ultimi anni riesca a mantenere il suo carattere riflessivo e autorale anche quando attinge a contesti, come quello hollywoodiano, più vicini a un’idea del cinema come intrattenimento che come arte o strumento di pensiero. Il cinema polacco, nei suoi maestri migliori, guarda agli Stati Uniti e alla modernità dei mezzi e delle produzioni, senza mai perdere di vista se stesso. Di questi tempi, una gran fortuna.

 

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