Tra poesia e fotografia: istantanee di parole – su K. Dąbrowska

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Con La faccia del mio vicino (Valigie rosse, 2017) arriva al lettore italiano la voce di Krystyna Dąbrowska, giovane leva della poesia polacca.

di Mara Giacalone

“Ad alcuni piace la poesia
Ad alcuni –
cioè non a tutti.
E neppure alla maggioranza, ma alla minoranza”.

[W. Szymborska, La gioia di scrivere, Adelphi]

Non sono una fan di Szymborska, eppure questi versi me li porto scolpiti nella memoria, forse perché mi ritraggono. Ad alcuni piace la poesia e ad alcuni no: io posso tranquillamente affermare di rientrare nella seconda categoria. O meglio, la guardo con aria sospetta, mi sembra un gatto sempre pronto ad attaccare nonostante quel musino dolce e apparentemente innocuo. Mi fido solo di pochi, eletti nomi. Eppure a volte non posso fare a meno che prendere il gatto e coccolarlo, apprezzando quello strano affetto tipico dei felini. È il caso della raccolta di poesie di oggi, La faccia del mio vicino di Krystyna Dąbrowska – edita da Valigie Rosse e tradotta da Leonardo Masi.

Krystyna Dąbrowska, classe ‘79, è una giovane poetessa polacca che da circa dieci anni fa parlare di sé. Laureatasi all’accademia varsaviana delle Belle Arti, ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie [Agenzia viaggi – Biuro podróży] nel 2006  conquistando, l’anno seguente, il terzo posto al concorso letterario Złoty Środek Poezji; nel 2013 ha ottenuto altri due importanti premi, quello della Fondazione Szymborska (arrivando pari con Łukasz Jarosz) e quello della fondazione Kościelski per il suo secondo volume, Sedie Bianche [Białe krzesła]. Nel 2014, infine, è uscito Czas i przesłona [Tempo e diaframma]. Il volume di cui parliamo oggi è un mosaico di testi presi dalle tre raccolte e presentati al lettore italiano in modo da invogliarlo e avvicinarlo alla poetica della Dąbrowska. Un mosaico colorato o meglio ancora, una vetrata i cui giochi di luce ci fanno sorridere di una dolcezza serenamente malinconica.

La poetica della Dąbrowska è caratterizzata dalla semplicità, non intendendo banale ma piuttosto quell’innocenza e purezza che può avere una conchiglia: ruvida da un lato, liscia dall’altra, piena di perlacee sfumature e proprio per questo estremamente candida, che se messa vicino all’orecchio ci sussurra echi e storie lontane; un oggetto delicato, concreto e tutto da scoprire. È una poesia viva, che sa di realtà, di urbano, di scorci di vita rubata e intravista da una finestra, da un treno di passaggio, da una passeggiata in bicicletta. Nella prefazione, Masi cita un commento della traduttrice verso l’inglese Antonia Lloyd-Jones a proposito del carattere della poesia della Dąbrowska: “l’onestà nei confronti della vita […]; la curiosità per il mondo”. Quando lo lessi prima di immergermi nei testi, non capivo cosa volesse dire, quando ci sono tornata dopo aver compiuto questa esperienza multisensoriale, ho compreso. Le poesie sono scatti che fermano una precisa immagine senza modificarla di una virgola. La potenza e la profonda bellezza della poesia della  Dąbrowska sta proprio in questa mano ferma e consapevole che scatta al momento giusto e immortala istanti stupendi, come una polaroid che con uno pscik cattura l’attimo e ce lo ridà subito, cristallizzato sulla carta. Nella scrittura della poetessa, ritroviamo tutto ciò realizzato tramite le parole. In questo è evidente come il suo occhio artistico e di fotografa si fa presente e diventa caratteristica principale dei suoi testi.

Scrive Masi: “davanti ad una poesia così visuale ci si chiede dove sia il confine fra quello che non si può fotografare, ma si può scrivere” e poco prima afferma che la Dąbrowska “sa bene quali zone non raggiungibili dalle arti figurative sono invece raggiungibili dalla poesia”. Chi ha mai detto, d’altronde, che le due arti non possano essere sorelle? Entrambe sono un tentativo di resa della realtà e della sua complessa bellezza. Non si deve però fare l’errore di pensare che si tratti di lunghe poesie descrittive perché, come dicevo poco sopra, sono istantanee – brevi ma intense pennellate sulla tela. Vi spiego cosa intendo.

Nella metropolitana

Il lampo di uno specchietto. Come in un piccolo acquario

si presentano occhi, sopracciglia, bocche voraci.

Nella folla che spintona, una ragazza con mano sicura

traccia una linea sulla palpebra, si trucca le ciglia.

Giornata calda. Coppia di anziani, tesi, in silenzio,

con un nipote magrolino, tutto imbacuccato.

Nel vagone quasi vuoto stanno davanti alla porta

come se dovessero scendere tra un attimo. Ma vanno oltre.

Giocano a scaldamano. Fratello e sorella? Le mani piccole di lui

paf, sui palmi della signorina vestita alla moda,

tutta sexy dalle zeppe agli occhiali da sole.

Lei ride. Pura gioia. Per un attimo di nuovo

bambina.

 

Sera presto di dicembre. Portati dal ritmo della corsa

i volti nella metropolitana lanciano smorfie, travestimenti,

sprofondano in se stessi, si allargano come una calligrafia

che si fa sempre più illeggibile via via che si scrive.

[dalla raccolta Czas i przesłona]

Sono quattro cartoline. Mi piacerebbe riceverle per posta. Brevi immagini che contengono e contemplano un mondo, il mondo. Lampi e bagliori della vita che scorre veloce. È questo che si intende con onestà nei confronti della vita, una resa vivida, dettagliata, pungente e senza barriere come lo è la realtà che ci circonda. E per fare questo non c’è bisogno di strani ghirigori di parole, di una lingua complicata con strane figure retoriche o che. No, basta un linguaggio colorato e semplice che sappia di quotidiano e famigliarità. Un linguaggio che arriva a commuovere o far sorridere proprio perché accessibile a tutti, usato però con mano sapiente in modo da non risultare vuoto, altresì capace di offrire uno spazio di riflessione al lettore – ri-flessione intesa come il pensare a ciò che si è letto e al contempo ritrovarsi, riflettersi nel testo.

Come accennavo sopra, questo volumetto è il frutto di una scelta di testi presi dalle tre raccolte dell’autrice eppure si possono rintracciare temi che ritornano e che si sente le stanno a cuore. Uno è quello che definirei della vecchiaia e che va a braccetto con quello della morte, la quale si presenta sotto diverse forme e in diverse circostanze, con riferimenti anche alla Storia e più precisamente alla seconda guerra mondiale. Nonostante il tema, le poesie mantengono quel loro candore di cui parlavo prima; vediamo e sentiamo come le parole siano pesanti nella loro leggerezza, come si poggiano pacate sul nostro cuore rendendoci partecipi di quel dolore e quella malinconia senza però farci del male, senza essere soffocanti. Sono le parole scritte dietro fotografie sbiadite e in bianco e nero.

E il ritratto della sorella: ci mette davanti i fiori.

Prima della guerra giravano tutta l’Europa,

una coppia famosa di ballerini adolescenti.

Poi il ghetto, la fuga, la divisione.

Pensò che se era sopravvissuto

era soltanto per incarnarsi in lei nella danza.

[ da Fratello e sorella, nella raccolta Czas i przesłona]

L’altro grande tema è l’amore. Ma un amore nostalgico, che fa pensare ad occhi velati di lacrime, a mani tremanti che vibrano per emozioni difficili da trattenere, da controllare, ad una gola che vorrebbe urlare parole e invece le sussurra appena, come un eco lontano. Un amore forte e spinoso, malinconico come un abbraccio vuoto. Si percepisce una dolorosa solitudine.

IL SALUTO

Forse ci dovremmo salutare proprio così,

come quei due in Georgia, in quel bar lungo la strada.

Uno entra, l’altro si alza in piedi, chinano appena la testa

e ti ricordi come si toccarono le loro fronti?

Non una stretta di mano o una pacca sulla spalla,

ma fronte contro fronte, come se si facessero un inchino

e al tempo stesso si dessero una cornata.

Forse dovremmo fare proprio così

quando le nostre anime riottose si salutano.

Col corno e pungenti, attraverso la pelle delle tempie

si confluirebbero a vicenda, come affluisce il battito.

[tratta da Czas i przesłona]

Il terzo tema, o nucleo, che secondo me si può individuare è quello della memoria, dei ricordi, che si lega indissolubilmente con quanto si diceva sulla fotografia. Specie nei primi testi, si ha la sensazione di ritrovarsi a guardare un vecchio album contenente storie di vita. Ci si può immaginare seduti in un comodo divano di pelle intenti a sfogliare le pagine di un grande libro in cui volti ed eventi appaiano chiari nonostante sia trascorso un bel po’ di tempo. Sono fotografie che narrano. Sono poesie che fotografano e immortalano. Dove sta il confine? Che poi, chi ha detto ci debba essere? Questa fusione delle due arti regala alla poesia una vividezza incredibile, una verità che raramente si riesce a trovare nei testi poetici. Non ha pretese alte. Si esprime e basta. E sempre con un velo di malinconia. Tutta la scrittura della Dąbrowska è intrisa di malinconia. A volte si sente forte, altre volte si nasconde tra le parole per non farsi vedere, ma è sempre presente. È una malinconia visiva ma anche tattile e acustica, perché è una poesia multisensoriale – ed è qui che la scrittura riesce la fotografia non arriva.

AD UN INCROCIO

All’incrocio di due strade strette e trafficate

– una ripida come cascata

si rovescia impetuosa nella corrente dell’altra –

stanchi e affamati facciamo una sosta.

Nella vetrina luminosa di un bar, il padrone

scuote la saliera come un aspersorio

sul cartoccio con le melanzane

e i fiori di zucca caldi in pastella.

Cornucopia croccante! Ci sediamo davanti al bar

sugli sgabelli come trampoli fra la spazzatura

e guardiamo la gente. Donne sugli scooter

nella folla di pedoni, coi bimbi penzoloni come scimmie,

un branco di ragazzine alla caccia serale,

gli ombelichi all’aria, come mirini all’erta.

Emigranti: africani, slanciati come alberi

(la gente del posto al confronto sono cespugli tozzi)

e donne del Pakistan che con la fiacca negli occhi,

portano il silenzio nel clamore. Ad un incrocio

la gioia che si incontrano i nostri sguardi,

si biforcano e convergono, distinti e intrecciati.

Tu vedi gli strati, gli stati, le tribù,

io pesco le singole facce,

come se insieme dipingessimo un quadro.

E in questi quadri abbiamo una casa in comune.

[tratta da Biuro Podróży]

La faccia del mio vicino, più che essere una raccolta di poesie, è un viaggio ricco di suoni, colori, immagini, emozioni. Un viaggio che vale davvero la pena di compiere. Una raccolta di poesia che, in ultima analisi, è una cartolina che porta la firma del mittente: La Vita.

Da fotografa amatoriale e scrittrice a tempo perso, non posso che ringraziare la Dąbrowska per aver reso omaggio a due delle arti che più amo.

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