Czesław śpiewa: il bardo sghembo che incanta e indigna

Czesław śpiewa

Giocoso e irriverente, grottesco e feroce, musica colta e filastrocche. I mille volti musicali di Czesław śpiewa

di Salvatore Greco

C’è un personaggio trasversale nella musica polacca degli ultimi anni in grado di raccogliere consensi a vari livelli e accordare -è il caso di dirlo- le esigenze della musica colta, del cantautorato e del pop da classifica, tutto questo pur attirandosi antipatie e ire da parte di almeno metà dell’opinione pubblica. È un fisarmonicista dalla voce acuta, a volte persino stridula, e frontman di una band che domina con il suo nome al punto tale che spesso le due cose si confondono. Lui si chiama Czesław Mozil ma al mondo degli ascoltatori è noto come Czesław Śpiewa.

Nato nella località mineraria di Zabrze nel 1979, Mozil si trasferisce con la famiglia a Copenaghen quando ha appena cinque anni e la Danimarca rimane la sua casa fino agli anni Dieci circa di questo secolo quando torna in Polonia portando a termine un caso, comune ma non troppo, di emigrazione di ritorno. Nei suoi anni danesi Mozil si avvicina alla musica frequentando la Royal Danish Academy of Music e fondando assieme ad alcuni amici il gruppo dei Tesco Value con all’attivo due dischi (Tesco Value del 2002 e Songs for the gatekeeper del 2004) dove si intravedono già le tracce del futuro. Fisarmonica, ballate e canto stralunato con note gipsy e balcaniche compongono soprattutto in Tesco Value un campionario armonico di una linea ben precisa che strizza l’occhio a ritmi rock ed è sicuramente una voce autonoma e a suo modo autorevole nel panorama scandinavo di quegli anni più che mai dominato dalle varie declinazioni dell’ambient (nel 2002 esce Finally we are no one dei Mùm, ( ) dei Sigur Rós e viene lanciato Vespertine di Bjork). Mozil dimostra insomma autonomia di giudizio e una chiara visione artistica che porterà avanti successivamente con il ben più ricco progetto Czesław Śpiewa.

Nel 2007 Mozil decide di tornare in Polonia e oggi vive stabilmente a Varsavia, nel quartiere di Praga dove per altro è proprietario del locale italianeggiante Pausa Włoska, attività che comunque non lo distoglie dall’impegno musicale a tuttotondo. In nove anni di attività, dal 2008 a oggi, Czesław Śpiewa -a cui partecipano sia musicisti polacchi che danesi- ha lanciato sei album aggiudicandosi due dischi di platino e uno d’oro con i primi due dischi.

Debiut (2008) è, nomen omen, l’album di debutto della band edito da Mystic Productions. Il successo di pubblico è stato notevole con più di 70.000 copie vendute in Polonia anche grazie a una campagna di adesione molto originale (perlomeno nel 2008) con la proposta alla partecipazione degli ascoltatori: i testi di tutto l’album sono infatti opera collettiva del poeta Michał Zabłocki e dell’intera comunità di visitatori del forum Multipoezja da lui gestito. La forma complessiva dell’album ovviamente non è quella di un concept, ma nonostante il metodo di scrittura così aperto e collettivo l’anima narrativa del disco ha una sua coerenza interna: le ballate costruite sui ritmi giocosi e assieme tenebrosi di Mozil e della sua fisarmonica infatti raccontano un mondo di certezze rovesciate, di situazioni normali riproposte nella loro follia e del rimosso di una quotidianità fatta di ipocrisia con una potenza grottesca che sconfina nel noir. Lo dimostra a pieno già il brano che apre l’album, Ucieczka z wesołego miasteczka, dove si parla nel tono cantilenato di una filastrocca per bambini della fuga di una donna dal suo “paesino abbastanza allegro” per motivi che la voce della comunità sembra non spiegarsi, anche se tra le immagini ballonzolano ai margini asce, gomiti e violenza. È un immaginario dagli innumerevoli richiami letterari, a partire da Schulz fino a Gogol’, impossibile da non ricordare ascoltando la prima strofa di Wesoły Kapelusz (L’allegro cappello):

Swoje ciało umieszczam w sukience.
Wkładam nogi, piersi i ręce,
Ale głowę zostałam na stole,
Bo bez głowy na miasto iść wolę

[Infilo il mio corpo in un vestito
Ci metto dentro le gambe, il petto e le braccia
Ma la testa la lascio sul tavolo
Perché preferisco andare in giro senza]

Aiutato da un effetto hype costruito sulla nascente comunità di internauti Debiut ha segnato un solco nella musica alternativa polacca e che Mozil ha ben cavalcato, pubblicando nel 2010, il secondo album a firma Czesław Śpiewa, Pop. Il disco si presenta come una continuazione piuttosto naturale di Debiut, con lo stesso predominio della fisarmonica e della voce stridula di Czesław a cantare filastrocche stralunate e apparentemente innocue. Si tratta di un disco leggermente più “luminoso” del primo anche perché qui diminuiscono i fiati bassi che contribuivano a costruire le atmosfere un po’ gotiche di Debiut, ma i temi rimangono sostanzialmente simili.

Il 2011 è un anno di sperimentazione e gioco: trascinato dal successo oltre ogni aspettativa dei suoi lavori precedenti, Czesław Śpiewa esce nei negozi di dischi con un album profondamente diverso per impostazione, ma ancora una volta a suo modo coerente con la vena di “stupitore” professionista che l’autore si è cucito addosso. Il 2011 è l’anno in cui Czesław Miłosz avrebbe compiuto cento anni e la Polonia culturale celebra il suo premio Nobel con iniziative di ogni sorta, anche Czesław Śpiewa lo fa e gioca in maniera semplice e geniale con il proprio nome e l’omonimia con il poeta pubblicando l’album Czesław Śpiewa Miłosza (Czesław canta Miłosz) dove musica e canta dei versi di Miłosz.

Nulla di strano in un Paese che a queste cose è abituatissimo (Uno tra tutti, Marek Grechuta attinse a piene mani dal repertorio poetico nazionale per la sua carriera musicale), ma è ancora una volta lo stile di Mozil a sparigliare le carte montando un’architettura sonora ancora una volta costruita su fisarmonica, fiati e contrabbasso sulla base di poesie di Miłosz che però sono quasi tutte molto lontane dal canone più classico del poeta come A jednak, tratta da una raccolta molto tarda quale Dalsze okolice (1991) e in cui un Miłosz ottantenne esordisce con “E comunque ci somigliavamo così tanto con la nostra grande miseria di peni e vagine”. La provocazione contro la cultura alta e contro i canoni ingessati suona bene nelle corde di Mozil ma l’album ha comunque una patina intellettuale di difficile digestione per i fan della prima ora e la godibilità del disco è inferiore al passato per quanto la qualità degli arrangiamenti rimanga immutata.

Nel 2013 è tempo di Grać, nie srać (Suonare, non cacare), antologia live di cui la cosa più interessante sono le introduzioni che l’autore fa ai brani prima di iniziare a suonare che ricostruiscono perfettamente il cerchio intorno al personaggio. Il quarto album registrato in studio per Czesław Śpiewa arriva solo l’anno dopo con il titolo di Księga Emigrantów Tom I (Grande libro degli emigranti, Tomo I) e di nuovo con i testi co-firmati da Michał Zabłocki. È un disco questo che ha suscitato violentissime polemiche e tolto a Mozil la stima di una cospicua parte dei suoi fan della prima ora, per la prima volta infatti i temi affrontati lasciano il gioco tra cose note e celate di una quotidianità dell’ovunque ma si fanno chiari riferimenti a un tema che è una ferita calda della società polacca degli ultimi decenni: quello dell’emigrazione. Mozil stesso, come detto in anticipo, è figlio di emigrati, ne conosce i bisogni, le paure, i sentimenti controversi e sulla base di questi ha prodotto questo album. Il fuoco di fila Czesław Śpiewa lo apre subito con Milion na rok (Un milione all’anno), ballata dolceamara che parla con sarcasmo di come l’emigrazione di massa in fondo diminuirà solo i problemi della Polonia che, a quel ritmo, si troverà disabitata nel giro di quarant’anni.

“Wiwat parlament,
premier i rząd!
Niech wreszcie
Wszyscy wyjadą stąd”

[Evviva il parlamento,
il premier e il governo!
Che infine da qui
Se ne vadano tutti!]

Ancora più infuocate (quanto inevitabili) reazioni però sono quelle causate dalla feroce e assieme struggente Nienawidzę Cię, Polsko (Ti odio, Polonia), per altro musicalmente lontanissima dal Czesław Śpiewa che siamo abituati a conoscere (tanto che suonerebbe benissimo in bocca a Caparezza, per esempio). Già dal titolo si intuisce quanto anche il testo sia spiazzante, la dichiarazione di odio sofferto e tutto meno che immotivato di un emigrato nei confronti del Paese che non gli ha saputo dare prospettive. Inutile dire anche quanto l’ormai famosissimo Mozil abbia spaccato in due l’opinione pubblica tra una frangia di sostenitori del suo grido di dolore e un nutrito gruppo di oppositori indignati del fatto che la radio nazionale gli desse spazio e che a più riprese lo hanno invitato a ritornare in Danimarca. Musicalmente si tratta di un disco eclettico anche al di là della totale anarchia stilistica di Nienawidzę Cię, Polsko di cui si è detto, un altro elemento con cui la band si è smarcata evidentemente dai suoi esordi.

L’eterno depistaggio di Czesław Śpiewa continua ancora oggi con la recente pubblicazione (nel marzo del 2017) di un disco in collaborazione con il collettivo polacco di musica barocca Arte dei suonatori che appunto prende il titolo di Czesław Śpiewa & Arte dei suonatori. Si tratta di un’opera di grande complessità e di una certa genialità, probabilmente il capitolo più interessante della carriera artistica di Czesław Mozil anche se il riscontro di pubblico è ancora tutto da vedere. Partendo dal piano meramente musicale la ricchezza di arrangiamenti e motivi che un’orchestra di musica barocca è in grado di aggiungere al già politropo universo sonoro di Czesław Śpiewa è impressionante e si nota in maniera molto chiara l’educazione musicale classica di Mozil capace di intrecciare la sua fisarmonica strampalata con movimenti che sono chiari omaggi a Bach, Vivaldi e altri maestri indiscussi. Il lavoro sui testi, ancora una volta “appaltato” a un paroliere di mestiere come Zabłocki, è altrettanto geniale: l’autore prende a piene mani dal repertorio delle più note filastrocche per bambini, ne riprende ritmo e temi ma stravolgendoli in modo grottesco e feroce portando ancora una volta -dopo Księga Emigrantów Tom I di cui infatti alcuni critici ritengono questo disco una coerente continuazione tematica- temi politici, satirici, di attacco alla “polonità” usata come valore surgelato e stantio da una politica incapace di assolvere ai suoi compiti e che pretende ipocrita che il patriottismo venga prima a prescindere da tutto. La risposta di Mozil è feroce, geniale e candida, come del resto tutto l’album e la sua presenza scenica e musicale.

Tam się zjawię i zakręcę
Gdzie zabawek dają więcej
Rzucę orzeł, albo reszka
Wszystko jedno mi gdzie mieszkam

Wiem ze może to nieładnie
Ale zrobię jak wypadnie
Kraj gdzie dać najwięcej chcą
Będzie wnet ojczyzną mą

[Lì voglio stare e bighellonare
Dove più giocattoli mi vorranno dare
Tanti saluti all’aquila e al suo altare
Per me è indifferente dove abitare

So che potrebbe suonare male
Ma io faccio come è normale
Il Paese dove di più mi vorranno dare
Quello la mia patria vorrò considerare]

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