Stanisław Lem – La Cyberiade

Cyberiade
 
 
di Lorenzo Berardi

Di Stanisław Lem abbiamo già scritto altre volte, ma è giusto e opportuno farlo ancora. Perché del maestro indiscusso della fantascienza polacca ed europea, a nostro avviso, oggi non si parla abbastanza. E questo nonostante l’evidente debito nei suoi confronti di numerosi autori capaci di unire invenzione semantica, umorismo e scenari interstellari da Douglas Adams a Stefano Benni. Scrittore noto al pubblico internazionale grazie al capolavoro “Solaris” reso ancora più celebre dalla fortunata trasposizione cinematografica del regista russo Andrej Tarkovskij, la produzione di Lem merita di essere esplorata più a fondo. A partire, magari, da una delle sue opere ancora oggi più note e tradotte all’estero.

Le picaresche avventure di Trurl e Klapacius

Cyberiade“La Cyberiade” (Cyberiada, nell’originale polacco), è una raccolta di racconti che sfugge a ogni definizione. Fantascienza sì, ma in libera uscita dagli stilemi del genere. Lem trasporta il lettore in una dimensione insolita a metà strada fra la fiaba popolare, la satira politica, il mito in salsa picaresca e il divertissement comico puro e semplice. La componente favolistica è evidente nella scelta di ambientare la maggior parte delle vicende dei due “costruttori”, gli inventori itineranti Trurl e Klapacius, alle corti di sovrani planetari seguendo una struttura narrativa simile a quella descritta dall’antropologo russo Vladimir Propp.

La satira, secondo fondamentale ingrediente del mix ideato da Lem, è presente nelle descrizioni degli usi e dei costumi di alcuni dei pianeti visitati dai misteriosi Trurl e Klapacius. Pianeti che paiono altrettanti regni rinascimentali retti da despoti più o meno illuminati in cerca dei servigi dei due costruttori per accontentare i propri capricci o concretizzare le proprie mire espansionistiche. Da questo punto di vista è facile pensare al Jonathan Swift de “I viaggi di Gulliver,” ma anche ad alcuni dei racconti di un contemporaneo e connazionale di Lem, Sławomir Mrożek, intrisi di amaro sarcasmo nei confronti delle gerarchie della Polonia socialista.

L’elemento mitologico picaresco è espresso dalla struttura del libro che vede Trurl e Klapacius percorrere l’Universo in lungo e in largo per cimentarsi in una serie di “fatiche” sfidando pirati intergalattici e avari mecenati. Imprese che hanno ben poco di erculeo e nelle quali i due costruttori riescono a prevalere sul prossimo grazie al proprio ingegno e alla propria astuzia. Qualità che, unite all’autoironia, rendono i due inventori molto umani a dispetto della loro natura robotica, evidenziata dalle visionarie illustrazioni di Daniel Mróz (evidente modello dell’italiano Pirro Cuniberti), nell’edizione originale polacca dell’opera.

Infine la parte comica: irresistibile e irrefrenabile al punto da scivolare di tanto in tanto nell’autocompiacimento da parte dell’autore. Ma si tratta di una critica affettuosa. I due ‘fantageni’ Trurl, Klapacius e le loro macchine senzienti sono il pretesto per una serie inesauribile di giochi di parole che sia la traduzione italiana che quella inglese riescono a trasporre in maniera efficace. Indimenticabile, fra gli altri, il bardo elettronico ideato da Trurl e capace di sfornare versi a richiesta o un altro macchinario in grado di generare qualsiasi cosa cominci con la lettera “N”. Marchingegni che, lungi dal portare fama ai propri inventori, finiscono per perseguitarli rendendo necessario disfarsene. Per non parlare dello smisurato filibustiere interstellare che, simile a un buco nero, inghiotte e ammassa conoscenza dai quattro angoli dell’Universo.

Un costruttore di universi linguisitici e tecnologici

Il linguaggio adoperato dallo scrittore nato a Leopoli e scomparso a Cracovia dieci anni fa è un vortice di invenzioni,Cyberiade neologismi, calembour e latinorum parascientifico in grado di ammaliare e stordire al tempo stesso. Facile perdere il filo del discorso durante uno dei dotti dialoghi cibernetici fra Trurl e Klapacius. Impossibile poi non restare ammirati e al tempo stesso frastornati dinnanzi alla dotta dissertazione sui ‘draghi della probabilità’ liberamente ispirata alle teorie della meccanica quantistica.

Persino l’aspetto tecnologico è ancorato a una dimensione artigianale. I misteriosi costruttori cibernetici Trurl e Klapacius sono simili ad alchimisti dei secoli andati capaci di creare le macchine più strabilianti da elementi comuni al termine di un’intensa notte di lavoro trascorsa nei loro laboratori. L’epopea intergalattica de “La Cyberiade” funziona proprio per la capacità di Lem di mescolare scienze esatte come fisica, chimica e matematica a speculazioni semantiche e filosofiche ottenendo reazioni spettacolari e verosimili.

Risultati che possono essere apprezzati tanto nella recente riedizione polacca del 2015, disponibile per i tipi di Wydawnitcwo Literackie quanto nell’edizione italiana edita da Marcos y Marcos per la traduzione di Riccardo Valla. Il consiglio ai lettori è quello di lasciarsi trasportare dalle invenzioni lessicali di Stanisław Lem senza farsene travolgere: “La Cyberiade” è per palati fini, non occorre rischiare indigestioni cibernetiche.

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