Cinque corti dallo Studio Munk, palestra dei cineasti polacchi

Studio Munk - Short films

Lo Studio Munk da dieci anni è attivo nel promuovere e assistere le nuove leve del cinema polacco, vediamone alcune.

di Salvatore Greco

A due anni dalla morte di Andrzej Wajda, il cinema polacco non ha ceduto al facile gioco del martirologio -come invece è purtroppo prerogativa di altri ambienti in Polonia- ma ha prodotto alcuni dei suoi risultati migliori di sempre. Basti pensare alla Palma d’Oro conquistata da Zimna Wojna di Paweł Pawlikowski, già premio Oscar al miglior film straniero per il suo Ida, o allo strepitoso successo al botteghino di Kler, il film di Woicjech Smarzowski dedicato ai piccoli e grandi vizi del clero arrivato in poche settimane a diventare il campione di incassi assoluto dal 1989 a oggi.

Non si tratta certo di un caso, ma del frutto della programmazione e del lavoro di una comunità produttiva e di una generazione di cineasti che ha saputo fare scuola nel vero senso della parola, dando il la a istituzioni e fondazioni che oggi formano giovani registi dal gusto maturo e dalle idee brillanti. E in questa galassia di accademie del cinema e produttori illuminati, fa capolino lo Studio Munk, un’istituzione attiva dal 2008 che si occupa di fornire supporto tecnico, artistico e finanziario ai registi esordienti producendo 25 film all’anno tra corti di fiction, documentari e progetti di animazione.

In occasione del CiakPolska Film Festival 2018, il festival del cinema organizzato dall’Istituto polacco di Roma, sarà possibile vedere in Italia cinque lavori di altrettanti esordienti lanciati proprio grazie al supporto dello Studio Munk. Si tratta di film diversi tra di loro per temi e maturità artistica, ma non è banale notare come il filo rosso che li lega stia nel sollecitare temi sociali di ampio respiro, cosa che fa immaginare una nuova ondata di cinema impegnato da parte della nuova generazione di cineasti polacchi.

Najlepsze fajerwerki ever – I migliori fuochi d’artificio di sempre – 30’, 2017, sceneggiatura e regia di Aleksandra Terpińska.

Varsavia ai giorni nostri. È la città che abitanti e turisti conoscono e riconoscono, ma è anche una città diversa, teatro di proteste antigovernative e di un presidio permanente da parte di manifestanti molto decisi. Una di loro è Anna, ragazza dalle idee chiare che crede nella causa di libertà per cui sta combattendo e cerca di coinvolgere anche la sua amica e amante Justyna (chiamata soltanto Ju), una giovane dottoressa in fase di specializzazione. A differenza di Anna, Ju è molto disincantata e indifferente verso le sorti della protesta. Le interessa vivere la sua vita e ottenere la borsa di studio a cui ambisce per la specializzazione. Al terzo vertice del triangolo c’è Jan, fidanzato di Ju, che vive la sua vita tra marihuana e videogiochi finché non riceve una lettera dal Ministero della Difesa che lo convoca per l’arruolamento in vista della legge marziale. Sullo sfondo sinistro di una Varsavia che rivede i carri armati per le sue strade, i tre personaggi si trovano su tre percorsi diversi: Anna sempre più coinvolta nella guerriglia, Jan fiondato contro la sua volontà a combattere sul fronte opposto con l’uniforme dell’esercito addosso e Ju tra due fuochi, sempre amaramente disillusa e presa solo dai suoi progetti. Quando i tre si ritrovano, mentre gli scontri degenerano in guerra, ogni decisione è rimandata. O forse ne rimane solo una da prendere.

Il film di Aleksandra Terpińska, premiato alla 56a Settimana della Critica del Festival di Cannes nel 2017, è forse il più maturo tra quelli presentati e non poteva essere altrimenti dal momento che la giovane cineasta originaria di Wrocław lavora da anni come aiutoregista sui set del già nominato Wojciech Smarzowski. L’effetto scenico più riuscito è sicuramente quello di aver affiancato scorci di Varsavia molto familiari a chiunque la viva al giorno d’oggi ad altri dove la città è teatro di guerra civile. Una distopia drammaticamente realistica, dunque, dove i protagonisti non hanno strumenti sufficienti per accorgersi della gravità dei fatti e vagano inermi nonostante credano di avere un ruolo nelle cose.
Alla fine di tutto è paradossalmente l’ignava Ju, con un gesto definitivo e drammatico, l’unica a reclamare il libero arbitrio in una vicenda senza vincitori.

Studio Munk - Short films

60 Kilo niczego – 60 chili di nulla – 27’, 2017, regia e sceneggiatura di Piotr Domalewski.

L’uomo sbagliato, nel posto sbagliato al momento sbagliato. Deve sentirsi così Krzysztof al suo primo giorno di lavoro come nuovo supervisore di una miniera da qualche parte in Polonia. Prende il suo lavoro molto sul serio, telefona emozionato alla moglie, fa subito rapporto per un operaio che bighellona senza casco protettivo e mette fiero in mostra sulla scrivania delle foto di famiglia. L’idillio del bravo impiegato dura però pochi minuti, quelli che bastano perché una coppia di operai porti nel prefabbricato dove lavora un uomo incosciente e gravemente ferito a seguito della frana di un muro della cava. Ignorando le parole dei suoi dipendenti, Krzysztof chiama un’ambulanza e poi si sincera delle condizioni del minatore. È l’inizio del suo dramma morale: il minatore ferito è un cittadino ucraino, assunto in nero, e il suo infortunio è un problema per il direttore dell’azienda degli scavi che, quando arriva, costringe Krzysztof a nascondere il minatore dietro i cassonetti dei rifiuti e gli rifila un pugno sul naso per farlo sanguinare e far credere ai paramedici che il ferito sia lui. Il momento di paura passa, ma il problema resta: c’è un uomo ferito che ha bisogno di cure anche se nessuno vuole e può ammettere la sua esistenza. Il perverso sistema vigente vuole che a occuparsi degli operai clandestini sia la mafia ucraina: sono “i loro uomini”, loro li portano al lavoro, loro se ne liberano se ci sono dei guai. Di fronte alla cosa Krzysztof è impietrito, tenta di ribellarsi, affronta lo scontro con il cognato -un politico locale di mezza tacca che gli ha trovato il lavoro e glielo rinfaccia- e il dilemma morale successivo. La vita di quel minatore vale la chiusura dell’impianto, la disoccupazione per un’intera cittadina e le pene per la sua famiglia? Krzysztof, a modo suo, cerca una risposta.

Piotr Domalewski non è un vero e proprio esordiente, il suo primo lungometraggio Cicha noc è uscito l’anno scorso con una più che buona accoglienza da parte della critica e del pubblico, e questo corto non è da meno. Il tema dei lavoratori ucraini senza permesso di soggiorno, sfruttati dalle larghe maglie del lavoro nero, è un problema sociale di dimensioni enormi e pressoché taciuto dal dibattito politico in Polonia. Domalewski prova a scuoterlo con un cortometraggio molto semplice dal punto di vista tecnico, realizzato con una camera a spalla e la stessa fotografia per tutta la durata del corto, ma molto intenso da quello artistico e sociale. Il suo personaggio, come l’eroe di una tragedia di Euripide, si trova di fronte a un problema molto più grande di lui e in più con la miseria morale dominante nel capitalismo senza scrupoli del XXI secolo.

60 kg di nulla ha già avuto un riconoscimento in Italia, premiato come il miglior corto al Trieste Film Festival del 2018.

Studio Munk - Short films

Więzi – Legami – 2016, 18’, regia e sceneggiatura di Zofia Kowalewska.

Alla base di questo film/documentario c’è la vita di una coppia di anziani tornati assieme dopo che l’uomo ha passato otto anni con un’altra donna, senza tuttavia mai divorziare. C’è un filo di amarezza in questa coppia ritrovata, ma un’amarezza che si declina in modi molto concreti suggeriti forse da priorità dovute all’età che può permettersi di perdonare il passato ma non i fastidi nella vita di ogni giorno. E così Barbara rinfaccia al marito ritornato a casa di passare troppo tempo in bagno e l’aumento delle bollette o la sua testardaggine nel voler comprare un armadio di cui lei non sente assolutamente il bisogno. Non gli permetterà di forzare la sua routine faticosamente ricostruita. Da parte sua Zdzisław sembra ineffabile, quasi strafottente, si insinua nella quotidianità della sua vecchia casa condividendo con la moglie i gesti più semplici, ripetuti con stanchezza e lentezza dai due anziani, che sia il mangiare una zuppa o lo sfogliare un catalogo di mobili. E infine ha un’idea: celebrare il loro 45esimo anniversario di matrimonio per portare un segno di riappacificazione. Barbara all’inizio reagisce con sarcasmo e diffidenza, ma poi si lascia convincere e finisce per accettare con commozione le strozzate scuse del marito.

Zofia Kowalewska è nata nel 1995 ed è la più giovane tra gli artisti dello Studio Munk presenti a Roma, attualmente studentessa di regia alla Scuola di Cinematografia di Łódź. Więzi le è già valso numerosi riconoscimenti tra cui la Colomba d’Oro al DOK (Festival internazionale del documentario e del film d’animazione) di Lipsia nel 2016, il Drago d’Argento al Festival del Cinema di Cracovia e il premio speciale della giuria all’IDFA (Festival Internazionale del Documentario di Amsterdam). Il film è stato anche selezionato per il Sundance Film Festival del 2017. Si tratta di un film delicatissimo, che sembra quasi non lasciare traccia, come del resto i suoi protagonisti ostinatamente alla ricerca della meritata pace. Sono però le piccole banalità quotidiane, ritratte nella difficoltà di riprodurle dopo un grande dolore, a restare più impresse. Il caffè sorbito rumorosamente o un buffo bisticcio sul sedano da comprare assumono un valore diverso conoscendo lo sforzo fatto perché tornino cose normali dopo la separazione, e alla regista il compito riesce splendidamente.

Studio Munk - Short films

Wolta – Il volteggio – 14’, 2017, regia e sceneggiatura di Monika Kotecka e Karolina Poryzała.

Il volteggio è una specialità sportiva dell’equitazione particolarmente acrobatica e difficile, tanto da rendere labile il confine tra sport e esibizione circense. Richiede forza, agilità e anche leggiadria. Tutte doti terribilmente effimere. Zusia ha circa 12 anni quando arriva finalmente il suo momento di eseguire la parte più difficile, ovvero quella del volteggio vero e proprio sul cavallo al galoppo. Nei suoi grandi occhi ci sono fiducia e passione, ma quello che emerge da subito è che Zusia è già ben più robusta delle sue compagne di corso e probabilmente lo è ormai troppo per il delicato ruolo per il quale pur si prepara da tanto tempo. I tentativi sono numerosi e tutti falliti, per la frustrazione delle istruttrici e della stessa Zusia che però reagisce in modo sempre molto pacato e in silenzio finché alla fine arriva il confronto con la realtà: la ragazzina ormai è troppo grande e le toccherà un altro posto, alla base del volteggio.

Il breve film realizzato in coppia da Monika Kotecka e Karolina Poryzała è per la verità poco più di un esercizio di stile, compiuto con scelte minimaliste e una storia molto esile che però affronta con delicatezza e garbo temi eterni come quello del tempo che passa. Particolarmente meritevoli le scelte di inquadratura sui muscoli e i volti dei cavalli, segno di un’attenzione estetica ai dettagli non da sottovalutare, e il volto espressivo della giovanissima protagonista a cui non è per niente preclusa una carriera da attrice professionista.

Studio Munk - Short films

Ja i mój tata – Io e mio padre – 30’, regia di Alek Pietrzak, sceneggiatura di Alek Pietrzak e Mateusz Pastewka

Dawid ha da poco superato la trentina, vive in una casetta fuori città con la moglie e il figlio piccolo, lavora in una multinazionale ed è profondamente disgustato dalla retorica produttivista e dal suo capo che odia sinceramente. È il ritratto di una generazione intera, in fondo. E come tutta quella generazione, anche Dawid arriva al ribaltamento dei ruoli per cui gli toccherà occuparsi del padre anziano e malato. Edward, il padre di Dawid, è un omone gioviale e dagli occhi giocosi, un vecchio marinaio in pensione orgoglioso e ridanciano che l’Alzheimer si porta via pian piano.

Quando Dawid prende la decisione di portare il padre a casa con sé per occuparsene, emergono tutte le difficoltà che una malattia degenerativa come l’Alzheimer porta con sé. Dawid è oberato dal lavoro, la moglie manifesta tutto il suo disagio, il vecchio padre passa le sue giornate tra sbalzi di umore, pericolose amnesie e piccole attività inutili che però soddisfano il suo bisogno di ordine come stendere ad asciugare delle bustine di tè. Il cammino dei due uomini si fa parallelo quando il padre inizia gravemente ad alienarsi dal mondo, ma anche pieno di incroci, con divagazioni tra i ricordi a volte gioiosi e a volte amari, e il desiderio di Dawid di regalare per l’ultima volta a Edward un’immagine dei suoi anni migliori: il mare.

Pietrzak ha confezionato un film ironico e leggero riuscendo nell’impresa difficilissima di coniugare questa vena con un tema drammatico come l’Alzheimer per la vita di chi ne soffre e soprattutto di chi sta accanto a chi ne soffre. Nonostante non manchino momenti di forte malinconia (resi ancora più forti dal fatto di essere incisi a fuoco in un film così breve), l’opera è permeata da un continuo sottofondo di dolcezza e sicuramente influisce la scelta del regista di dare al proprio protagonista un atteggiamento sanamente positivo nei confronti della malattia e dell’impegno che richiede.

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