Cicha noc – sul piano inclinato dell’autodistruzione

Cicha Noc 1,2

Discusso e premiato film di Piotr Domalewski, Cicha noc è una storia drammatica sulla Polonia che guarda sé stessa.

di Salvatore Greco

Un pullman di lunga percorrenza viaggia da occidente verso Olsztyn, Polonia. A bordo un uomo sulla trentina con indosso una maglietta con un’enorme bandiera polacca al centro parla al telefono e chiede alla sua ragazza di mandargli una foto della sua vagina, lo fa così ad alta voce che è impossibile non sentirlo. Un ragazzo un paio di file più avanti lo guarda sconfortato e commenta ad alta voce parlando alla sua videocamera portatile. Cicha noc, film tra i più discussi del cinema polacco nel 2017, inizia così e nel cinema d’essai nel centro di Varsavia in cui mi trovo il pubblico ride di gusto e borbotta commenti di familiarità per una scena grottesca quanto realistica. Siamo solo all’inizio, ma già in quella scena e nella reazione del pubblico si condensa la poetica di 97 minuti di pellicola che il giovane regista Piotr Domalewski ha dedicato al tema croce e delizia di ogni rappresentante delle arti polacche: la Polonia stessa.

Cicha noc, letteralmente “notte silente”, non è altro che il nome polacco del canto di Natale noto a tutto il mondo occidentale che in italiano prende il titolo di Astro del ciel. La trama del film, del resto, si svolge durante la notte di Natale ma è una notte tutt’altro che silente e non c’è ombra di paternalismo dickensiano o buoni sentimenti un tanto al chilo, ma tutte le ferite della contemporaneità, gli armadi colmi di scheletri e le montagne di polvere sotto i tappeti raccontati con aperta -e discussa- brutalità. Il protagonista di Cicha noc è Adam (interpretato da Dawid Ogrodnik), giovane polacco emigrato nei Paesi Bassi che torna a casa per passare la vigilia di Natale con la famiglia, ma anche con l’intento all’inizio celato di ottenere il consenso di tutti per vendere la casa del nonno -vecchio e irrimediabilmente alcolizzato- a un suo conoscente olandese incantato dalle atmosfere idilliache dei laghi Mazury. Con i soldi della vendita Adam è pronto a lanciare un suo business nei Paesi Bassi e a sposare la fidanzata Asia che aspetta anche un bambino. La famiglia di Adam, che vive in una casa a poche centinaia di metri da quella del nonno, reagisce in modo variegato all’arrivo del ragazzo e alla sua proposta: il padre Zbyszek ha dei forti dubbi, il fratello Michał è arrabbiato per non avercela fatta come lui, la sorella maggiore è succube di un marito crapulone e violento, la madre con volto severo cerca di mantenere un ordine delle cose che ritiene essenziale. Tutti attorno a loro, nella claustrofobica casa di corridoi di legno stretti e negli spazi esterni bui, si svolgono i preparativi della cena e poi la cena stessa che non viene scalfita -per volere della madre- dall’ubriachezza molesta del nonno, dai ricordi amari del padre, dallo iato sempre più insostenibile ogni minuto che passa tra i valori, le ambizioni e le volontà di Adam e quelle del resto della famiglia, tutti a loro modo condannati a osservare un rituale talmente ipocrita da risultare persino macabro.

Le cose sono destinate a prendere una piega tragica, degno crescendo rossiniano di emozioni sempre più forti in un ambiente sempre più asfittico, quando il padre di Adam -da poco disintossicatosi dall’alcool- si nasconde con una bottiglia di vodka nella casa del nonno e quando Adam lo va a cercare inizia un monologo delirante ma al contempo drammaticamente lucido sull’emigrazione, sull’identità, su quell’insostenibile peso di riconoscibilità che un uomo polacco della sua estrazione sociale porta con sé. “All’estero ero costretto a essere un polacco”, dice al figlio “solo qui posso essere semplicemente un uomo”. Quando poi arriva anche Michał a confessare al fratello che il figlio di Asia in realtà è suo, tra i due parte una colluttazione che fa cadere una candela che a sua volta scatena un incendio: i tre uomini si salvano, ma per la casa è la fine e ogni prospettiva sia per Adam e i suoi sogni sia per la sopravvivenza di tutta la sua famiglia finisce -letteralmente- in cenere. Nonostante tutto, una volta spento l’incendio, aggrappata alle tradizioni come al ciglio del burrone in cui non vuole essere ingoiata, la madre convoca la famiglia e la porta per intero in Chiesa per la messa di mezzanotte e per i canti di natale, uno su tutti Cicha noc.

Cicha Noc 1,2

Domalewski è stato molto criticato, e non poteva essere altrimenti, da ambienti conservatori che gli hanno rimproverato di raccontare una Polonia stereotipata fatta di povertà, alcolismo e disperazione mentre la parte liberale del Paese -come il piccolo campione che condivideva la sala con me durante la proiezione- guardava con sconforto, ironia e distanza un volto della Polonia di cui si vergogna e che vorrebbe cancellare. Si può imputare forse al regista di avere un po’ calcato la mano condensando in una famiglia sola e in una notte sola tutta una serie di cose che -singolarmente- sono a volte ancora la cifra stilistica delle campagne polacche, ma quello che da un lato viene sottratto a un richiamo di verosimiglianza lo si ritrova al servizio del messaggio di fondo: tutto quello che Cicha noc ritrae esiste e forse solo lì condensato riesce a comunicare la sua drammaticità che spesso, diluita nei tempi e negli spazi della quotidianità, diventa quasi normale e accettabile, elemento per il quale è superflua una riflessione artistica e sociale.

Le scelte registiche sono particolarmente efficaci, a partire dalla scelta di fare uso di luci naturali e di steadicam che rendono più fluidi i movimenti e le riprese quasi documentaristiche accrescendo nello spettatore la consapevolezza che -pur trattandosi di fiction- il soggetto è decisamente reale. Inoltre il gioco metacinematografico che Adam porta avanti involontariamente filmando la casa e i paesaggi per il suo acquirente si presta alla narrazione di una storia a due facce: quella edulcorata, idilliaca, di meravigliose case di campagna immerse nel silenzio, atmosfere familiari e allegre, tradizioni e gioia; e quella reale, a camera chiusa, fatta di fango, avidità, alcolismo e profonda maturata incapacità di gestire i rapporti sociali. L’interpretazione di Ogrodnik (che i lettori di PoloniCult hanno già conosciuto per le sue parti in Ida, Ostatnia rodzina, Io sono Mateusz e altri) è, assieme alle scelte pocanzi citate, la colonna portante di un film che per struttura delle scene e dei personaggi è quasi teatrale. Ad ampi tratti Adam recita il suo monologo che vorrebbe epifanico ma che si conclude con l’esplosione fasulla di una diversità dalla sua famiglia che lui rivendica senza che sia reale e la volontà di una fuga che non è compiuta e non si compirà, trascinata e annegata com’è in quel valzer di disperazione e salvezza che è la tradizione, rappresentata dalla madre e dalle voci che intonano Cicha noc.

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