O Canada! – il regno liberale dei balocchi visto dalla Polonia

Kanada PoloniCult

Uscito recentemente per Agora, Kanada di Katarzyna Wężyk è una raccolta di reportage sul Canada tra sogni e ombre.

di Salvatore Greco

I vari capitoli via via dedicati da noi di PoloniCult alla fertile vena del reportage polacco hanno gettato uno sguardo attento sulla capacità del reportage in Polonia di farsi osservatore e narratore anche di realtà geograficamente e culturalmente lontane dal Paese sulla Vistola. Un recentissimo esempio di questa felice tendenza è il libro da poco uscito per l’editore Agora a firma della giornalista di Gazeta Wyborcza Katarzyna Węzyk: Kanada, ulubiony kraj świata (Canada, il mio Paese preferito al mondo).

Kanada, più che un libro uniforme, è una silloge di vari reportage in forma di feuilleton che l’autrice ha dedicato al Canada da inviata di Gazeta Wyborcza in seguito alla rielezione a Primo Ministro di Justin Trudeau. Nei fatti però l’elezione di Trudeau e il ritratto che ne consegue sono solo l’antefatto a un reportage che partendo da toni leggeri e frizzanti riesce poi ad approfondire temi profondi, complessi e talvolta non privi di un lato oscuro.

Un paradiso liberale…

La curiosa composizione di Kanada: ulubiony kraj świata ci porta a conoscere il Canada attraverso una serie di personaggi che danno il nome -il proprio nome di battesimo- ai capitoli del libro, e il primo è proprio Justin, inteso Canadacome Justin Trudeau, personaggio che la Wężyk presenta con un taglio sbarazzino all’inizio non particolarmente incoraggiante. Il primo ministro canadese che viene presentato è un bell’uomo, un “baciabambini” professionista, star di twitter, il politico liberale che l’affannata borghesia polacca vorrebbe anche per sé. È un Canada un po’ patinato quello che ne viene fuori, ideale come il titolo vuole fare intendere e invidiabile dal punto di vista di un’Europa (e di una Polonia soprattutto) dove il liberalismo non vive certo la sua stagione migliore. L’aria di avere a che fare con un posto pressoché perfetto si perpetua nei capitoli successivi, dove però le battute argute lasciano finalmente spazio al giornalismo e a un tipo di reportage che -seppure alleggerito da uno stile spiritoso e ammiccante- si decide ad andare fino in fondo. E così una piccola avventura sull’isola Prince Edward a omaggiare i luoghi resi immortali dal mito di Anna dai capelli rossi fa da introduzione a una breve ma ragionata storia del Canada mentre la vicenda del rifugiato siriano Khaled è l’imbeccata di cui l’autrice si serve per presentare un altro fiore all’occhiello del Canada a marchio Trudeau: l’accoglienza e l’integrazione di cui possono godere profughi e rifugiati. Non sono narrazioni a senso unico, lo testimonia in particolare il ritratto a luci e ombre di Pierre Trudeau, padre di Justin e primo grande politico liberale canadese, ma comunque reportage dai quali emerge un Canada impeccabile, ideale, fedele a quello del titolo, degno di essere il Paese preferito praticamente di chiunque.

… e il suo lato meno noto.

Se nei suoi primi quattro capitoli il libro della Wężyk è laudatorio in un modo che sfiora lo zuccheroso, la musica è destinata a cambiare quando l’autrice approfondisce le ferite perlopiù nascoste di un Paese costruito su una pace forzosa. A condurre il capitolo 5 è Geronimo Henry, un nome pesante il suo, quello di un’intera tradizione nativa americana che, se negli Stati Uniti ha conosciuto persecuzioni e umiliazioni, in Canada non è stata certo più fortunata. La storia di Geronimo è quella di intere generazioni di nativi, assimilati a forza in un sistema perverso di colonizzazione, strappati dalle proprie terre e famiglie ed educati in convitti vittoriani, annullati in un sistema di internamento con lo scopo dichiarato di “civilizzare i selvaggi” e immagini che oggi risuonano estremamente sinistre:

Quando chiusero la porta alle nostre spalle, l’insegnante dei ragazzi prese da parte me e mio fratello mentre le nostre sorelle furono condotte in un’altra direzione. Allora portavamo i capelli lunghi fino alla vita e la prima cosa che fecero fu di tagliarceli cortissimi, quasi a zero. Poi ci ordinarono di spogliarci, presero i nostri vestiti e ci diedero le uniformi della scuola. L’insegnante ci disse che prima di presentarci al resto della scuola -al Mohawk allora vivevano settantacinque maschi e ottantanove femmine- ci avrebbe dato un numero. Ognuno qui ha un numero. Tu, disse a mio fratello, sarai il numero 36, non dimenticarlo. E tu, Geronimo, il numero 48. In seguito mi tatuai sulla mano: Mohawk Residential School, 48, survivor.
La mia carriera scolastica iniziò in questo modo”.

Le angherie e le violenze, anche di carattere sessuale, subite dalla popolazione nativa occupano una parte considerevole del libro a dimostrazione di quanto in realtà Kanada. Ulubiony kraj świata sia meno ingenuo e partigiano di quanto lo stesso titolo possa suggerire. C’è spazio più avanti anche per l’indipendentismo Québécois, per i movimenti operai pacificati nel sangue o per la storia vera dell’eroe delle epopee canadesi Sam Steele, la giubba rossa portatrice di giustizia con uno scheletro da alcolista nell’armadio, e persino per l’attività sociale di un collettivo hip-hop impegnato nella coesione sociale e nel training autogeno per superare le difficoltà.

I lettori più assidui del reportage, quelli più fedeli alla scuola di Kapuściński, forse faranno fatica a superare le pagine dal sapor di pan di zucchero che aprono questo libro e c’è da chiedersi se forse non si poteva immaginare una diversa disposizione dei capitoli per evitare le perplessità di trovarsi di fronte a un ritratto da Cosmopolitan del bel primo ministro canadese. Tuttavia la profondità a cui la Wężyk arriva e i temi che riesce a scoperchiare sono una lettura via via più interessante che potrebbe benissimo valere per moltissimi lettori non polacchi, dal momento che il Canada più o meno consapevolmente sono in molti a guardarlo senza una prospettiva reale, affabulati dagli stereotipi e attutiti dall’ovatta mediatica di un Paese “noioso”. La migliore definizione di un titolo che meriterà attenzione la dà uno che di reportage se ne intende come Witold Szabłowski che citato in quarta di copertina dice:

“Katarzyna Wężyk è volata in Canada a verificare se Justin Trudeau, un politico che si preoccupa dei rifugiati e ha un governo formato per metà da donne ‘perché siamo nel 2015’, esista davvero. E ha scritto un libro su un Paese che -come Trudeau stesso- è troppo perfetto per essere vero. E infatti non c’è nessun Canada, non c’è Justin Trudeau, ma al loro posto c’è questo eccellente reportage”.

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