Di calcio e Polonia – verso Euro2016

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Una breve storia recente del calcio in Polonia, per capire come e chi arriva a questo Euro2016.

 

di Salvatore Greco

 

L’amore dei polacchi per il calcio, visto dalla prospettiva di una nazione che da quel punto di vista ha avuto ben altre fortune, è quasi commovente. Riesce difficile per altro immaginare un ruolo sociale così radicato del pallone senza eventi che hanno forgiato –per conferma o per negazione- il carattere collettivo di una nazione. Non credo di esagerare se dico che avremmo ben altra narrazione di noi stessi come “popolo” senza pietre miliari calcistiche del livello di Italia-Germania 4-3 del mondiale messicano 1970 o del Mundial conquistato nel 1982 e stampato nella memoria collettiva persino di chi è nato anni dopo –come il sottoscritto- con l’ormai museale sequenza dello scopone scientifico del presidente Pertini con i freschi campioni del mondo sull’aereo di ritorno dalla Spagna. In Polonia le vicende calcistiche nei decenni sono state ben più parche di soddisfazioni di questo genere e soprattutto delle narrazioni che possono generare. Ma nonostante questo, nonostante un campionato nazionale piuttosto povero al dispetto del roboante nome di Ekstraklasa (extra-classe, circa) e nonostante altri sport (come la pallavolo in cui la Polonia detiene il titolo mondiale, le discipline invernali e il pacchiano quanto amato żużel) abbiano rispettabili quote di appassionati a seguirli, il calcio in Polonia ha un profondo radicamento.

Ben più che qualche effetto deve averlo avuto l’aver ospitato –in collaborazione con l’Ucraina- gli Europei del 2012 con la costruzione dello Stadium Narodowy che ha cambiato in maniera significativa la geografia anche sociale di Varsavia e con il fiorire di una generazione di calciatori che sembra in grado di dare qualche soddisfazione in più agli appassionati.

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Proprio Euro2012, croce e delizia di una Polonia che ha cercato di mostrarsi al mondo meno grigia e povera di quanto ancora la si volesse raccontare, ha segnato un punto di svolta all’interno di un percorso di crescita dell’intero movimento partito dieci anni prima, con il ritorno della Polonia alle grandi competizioni internazionali dettato dalla qualificazione ai Mondiali di Corea e Giappone 2002. Naturalmente non è di un percorso lineare che si tratta, fatto com’è nella realtà di recriminazioni e scarso coinvolgimento né  tantomeno scevro di risvolti sinistri come la progressiva trasformazione delle curve in bacino e fermentatore di grossolane ideologie nazionaliste rivolte soprattutto contro i territori orientali della Polonia che fu, i cosiddetti kresy.

Affronteremo nel tempo tutti questi temi, certi che un racconto della Polonia come quello che ci preme fare, passi anche e soprattutto dal riconoscimento di cosa ribolle dietro e oltre ciò che la cultura “alta” è in grado di presentarci.

Oggi iniziamo, con leggerezza e modestia, dalla storia recente di una nazionale di calcio e del suo ritorno a livelli riconosciuti.

Dal tracollo di Corea alle speranze di Francia

Se la storia val pur qualcosa, non è strano immaginare perché tra la coppa del Mondo 1986 e quella del 2002 la Polonia del calcio sia stata continuamente assente dalle competizioni internazionali. Sedici anni comprendenti il travagliato passaggio da uno stato socialista al sogno (infranto) del capitalismo panacea di tutti i mali ebbero riflessi anche sull’universo calcistico, tanto che la Polonia arrivata in Corea del Sud all’alba del nuovo millennio si presentò quasi da Cenerentola nonostante le sue ultime due apparizioni mondiali avessero fatto segnare un terzo posto (Spagna ‘82) e un ottavo di finale (Messico ’86). Il cammino di qualificazione era stato incoraggiante, sei vittorie su dieci match disputati seppur all’interno di un girone che comprendeva come unico avversario degno di nota l’Ucraina di Shevchenko. Le prestazioni nel girone della fase finale furono invece impietose. La squadra condotta dall’esperto Jerzy Engel trovò spazio in un raggruppamento in cui si trovavano il forte Portogallo di Louis Figo, gli Stati Uniti e la Corea del Sud attesa nel ruolo di pittoresca comparsa di casa. Fu proprio il match d’esordio contro la Corea tuttavia a segnare le cattivissime sorti di quella spedizione mondiale. I padroni di casa correvano come saette in campo lasciando pochissimi punti di riferimento ai giocatori polacchi, allora capitanati da Jerzy Świerczewski e con il loro punto di forza nel portiere Jerzy Dudek che all’epoca militava nel Liverpool campione d’Europa l’anno successivo. Trovata totalmente impreparati dalla rapidità della Corea, la Polonia si trova poco dopo l’inizio del secondo tempo sotto 2-0 e completamente incapace di reagire. L’eliminazione arriva, cocente, cinque giorni dopo con la sconfitta per 4-0 subita da parte del Portogallo e solo relativamente lenita dalla vittoria ormai inutile contro gli Stati Uniti nell’ultima partita del girone. La nota curiosa di quel giorno resta quella che oggi farebbe tristemente scalpore: la rete al terzo minuto di gioco segnata da Emmanuel Olisadebe, calciatore nigeriano naturalizzato polacco che, siamo quasi certi oggi, susciterebbe non pochi malumori.

Calcio 2 PoloniCult

Ai successivi europei, quelli giocati in Portogallo nel 2004 e vinti dalla miracolosa Grecia, la Polonia non riesce a ottenere un posto nella fase finale. Arrivata terza nel girone di qualificazione dopo la solida Svezia e la sorprendente Lettonia di quell’anno, la nazionale polacca paga un periodo di transizione alquanto tortuoso complice anche la non perfetta guida data in mano al più famoso calciatore polacco in Italia Zbigniew “Zibi” Boniek, il “bello di notte” della Juve degli anni ’80.

Verso i mondiali del 2006 in Germania la guida della nazionale passa a Paweł Janas che riuscì a portare i suoi alla fase finale della coppa del mondo superando un girone non semplice in cui però la Polonia vince tutte le partite disputate salvo le due sconfitte subite contro l’Inghilterra, squadra di un livello indiscutibilmente superiore. Ancora una volta però il buon cammino di qualificazioni non è destinato a tramutarsi in prestazioni positive durante la fase finale. Con una squadra arrivata in Germania sull’onda delle polemiche per le mancate convocazioni del portiere e capitano Dudek e del prolifico attaccante Frankowski, la compagine biancorossa sembra comunque in grado di potersi assicurare il secondo posto nel girone dietro la Germania in un girone che comprende anche Ecuador e Costa Rica. Arrivano invece una sconfitta beffarda contro la Germania, consumata solo nei minuti di recupero, e una ben più grave contro l’Ecuador per 2-0 che sancisce ancora una volta la precoce eliminazione della Polonia. Come quattro anni prima, l’ultima partita del girone porta alla Polonia la consolazione di una vittoria inutile, contro la Costa Rica in rimonta con due goal dell’altrimenti destinato all’anonimato difensore Bartosz Bosacki, autore delle uniche reti polacche in Germania e uniche anche della sua carriera con la maglia della nazionale.

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La sensazione beffarda di non riuscire a esprimere un potenziale che pur sembra esserci fa sì che la federcalcio polacca decida un piccolo terremoto, se è vero che alla squadra manca esperienza internazionale allora sarà bene portarla da fuori, così dopo l’esonero polemico di Janas sulla panchina della nazionale arriva l’esperto olandese Leo Beenhakker, globe trotter delle panchine famoso per aver guidato a USA ’94 l’Arabia Saudita e nel 2006 Trinidad & Tobago dopo svariati successi nei club sanciti da tre campionati di fila conquistati tra l’86 e l’89 sulla panchina del Real Madrid. Beenhakker risponde bene al mandato richiestogli, porta la Polonia a qualificarsi per gli Europei di Austria e Svizzera vincendo sorprendentemente un girone di qualificazione in cui arriva persino davanti al Portogallo di Cristiano Ronaldo battuto nello scontro diretto di Chorzów per 2-1 con due goal di Euzebiusz Smolarek –figlio del Włodzimierz leader della grande Polonia degli anni ’80- che avrebbe chiuso poi quel girone di qualificazione da capocannoniere, ancora una volta davanti a Cristiano Ronaldo. Sembrano quelli i fasti di un europeo da protagonisti, ma ancora una volta va diversamente. L’urna aveva destinato la Polonia al confronto –ancora una volta- contro la Germania oltre che contro la Croazia e l’Austria padrona di casa, un girone duro ma lenito dal grande ottimismo che circondava la squadra. Ottimismo subito spento dopo l’esordio contro la Germania e la beffarda punizione subita con i due goal segnati da Lukas Podolski, passaporto tedesco ma natali a Gliwice, in Slesia. Ancora più beffarda, se possibile, la partita contro l’Austria, gestita per quasi tutta la sua durata con il goal del brasiliano naturalizzato Guerreiro a fare sperare nella vittoria fino al pareggio austriaco su rigore nei minuti di recupero. La terza partita del girone, persa di misura contro la Croazia, segna l’ennesimo beffardo fallimento di una spedizione internazionale partita sotto ben altri avvisi.

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Il boccone amaro questa volta non si traduce con l’ennesimo cambio della guida tecnica, si va avanti con Beenhakker a cui viene chiesto di portare la Polonia a disputare i mondiali del 2010 in Sudafrica. È una squadra, questa, che vede debuttare un giovane Robert Lewandowski e può contare ancora sui goal di Smolarek, ma la discontinuità è tanta e le sconfitte contro Slovacchia e Irlanda del Nord mettono a serio rischio la qualificazione, l’ennesima contro la Slovenia sancisce l’esonero di Beenhakker e la panchina assegnata a Stefan Majewski, uno degli eroi di Spagna ’82. Ma non basta il cambio alla guida, la situazione è compromessa in modo irrimediabile e la qualificazione fallisce.

Le buone impressioni, nonostante tutto, di una squadra che vede crescere il talento di Lewandowski e di altri giocatori di livello vengono lasciate in dote a Franciszek Smuda: suo il compito di preparare degnamente la nazionale all’Europeo del 2012 da disputare in casa. La Polonia si presenta all’appuntamento tanto atteso con una squadra di tutto rispetto di cui Lewandowski è leader riconosciuto e non mancano altri ottimi interpreti. Il girone, ancora una volta, sembrerebbe alla portata: Grecia, Russia e Repubblica Ceca, sono forse più le tensioni fuori dal campo a preoccupare che non le prestazioni sul terreno di gioco. La Polonia però ancora una volta delude: pareggio stiracchiato contro la Grecia, altro pareggio contro la Russia e la sconfitta per 1-0 contro la Repubblica Ceca sanciscono l’ennesima beffa per una nazione che si appassiona sempre di più alle sorti della sua squadra, incoraggiata dal talento cristallino di alcuni suoi interpreti, finalmente visibile. Tuttavia in federazione regna il caos, viene allontanato Smuda e al suo posto viene chiamato Waldemar Formalik, allenatore con una notevole esperienza in patria. Le qualificazioni per i mondiali brasiliani del 2014 sono durissime in un girone che include Inghilterra, Ucraina e Montenegro. Ancora una volta le prestazioni sono altalenanti, nonostante un trascinante Jakub Błaszczykowski, e la qualificazione ai mondiali viene mancata.

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Arriviamo dunque a oggi: la Polonia passa sotto la guida di Adam Nawałka che amministra probabilmente la formazione più forte dagli anni ’80 pronta a portarla alle fasi finali degli Europei del 2016. Le qualificazioni iniziano sotto i migliori auspici con un sonoro 7-0 rifilato alla piccola Gibilterra e continuano con la storica vittoria allo Stadium Narodowy sulla Germania per 2-0 con goal di Milik e Mila. Inutile dire che l’eco di quella vittoria risuona ancora, e non poco. Qualcosa aveva rischiato di complicarsi, ad esempio con un evitabile pareggio contro la Scozia a Glasgow, ma si risolve con l’energica vittoria nell’ultima partita del girone di nuovo allo Stadium Narodowy  contro l’Irlanda costretta agli spareggi.

La Polonia che si presenta a questi Europei è una squadra figlia di tutto questo percorso fatto di beffe ed errori, ma arriva forte di un collettivo ormai quasi totalmente di caratura internazionale. Robert Lewandowski è da tempo il fulcro offensivo del Bayern Monaco e top player riconosciuto, Adam Milik –suo compagno di reparto- è uomo, come si dice in gergo, dal goal facile e molto ci si aspetta possa passare per i piedi buoni di Krychowiak (Siviglia) e dalle incursioni di Błaszczykowski – reduce da una stagione anonima alla Fiorentina ma comunque giocatore di elevatissimo spessore. La retroguardia che parla molto italiano con il capitano del Torino Kamil Glik e il portiere della Roma Wojciech Szczesny sembra dare segnali di solidità. Nel girone ancora una volta la Germania, campione del mondo in carica, e poi Ucraina e Irlanda del Nord. La storia del calcio polacco racconta ancora di grandi appuntamenti mancati, a questo gruppo di professionisti il compito non da poco di smentire l’adagio che vuole la storia fatta di cicli. E di dimostrare ai tifosi che il turno della farsa sia già parte del passato.

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