Di calcio e Polonia – il Legia Varsavia

Il Legia Varsavia è approdato ai gironi di UEFA Champions League 2016/2017, una finestra sul calcio di club in Polonia e sul suo ruolo sociale

 

di Salvatore Greco

 

La sera del 24 agosto del 2016, pareggiando 1-1 nel match di ritorno contro i campioni d’Irlanda del Dundalk, il Legia Varsavia ha conquistato l’accesso alla fase finale della UEFA Champions League a ventuno anni dalla volta precedente, esattamente ventuno, non un giorno di più non un giorno di meno come ci hanno tenuto a precisare i tifosi polacchi presenti allo Stadion Wojska Polskiego quella sera con uno striscione che lasciava veramente pochissimo spazio alla scaramanzia tipica degli appassionati di sport.

Legia PoloniCult - foto Jacek Prondzynski(foto di Jacek Prondzyński)

Bastava il minimo sforzo al Legia per superare il turno contro i combattivi ma invero modesti irlandesi, soprattutto in virtù del risultato dell’andata che aveva visto il club varsaviano imporsi a Dundalk con uno 0-2 che aveva permesso di mettere in cassaforte la qualificazione. Resta comunque il valore storico della qualificazione ottenuta e che riporta un club polacco in Champions League a vent’anni dall’edizione 1996/97 che vide ai nastri di partenza il Widzew Łódź.

Nei vent’anni intercorsi i club polacchi hanno raccolto solo scialbe partecipazioni alla coppa UEFA poi diventata Europa League oltre ai tentativi di volta in volta falliti dai campioni di Polonia di turno di superare le forche caudine dei preliminari di Champions League, segnali di un calcio ancora tecnicamente e finanziariamente lontano da quello conosciuto nei maggiori campionati d’Europa. Per la verità il Legia nel 2014 era già andato vicinissimo all’impresa e anzi l’aveva conquistata sul campo, superando nel play-off l’ostico Celtic per 4-1 nella partita di andata a Varsavia e per 2-0 in quella di ritorno a Glasgow; fu solo l’ingenuità del momento nel fare entrare in campo a tre minuti dalla fine lo squalificato Bartosz Beresiński ad assegnare la partita a tavolino (3-0) e la conseguente qualificazione agli scozzesi. Beffarda quanto impeccabile applicazione del regolamento da parte dell’UEFA che i tifosi del Legia non presero particolarmente bene e non si fecero timori a mostrare le loro rimostranze alla prima occasione utile di livello europeo, il match contro i kazaki dell’Aktobe giocato qualche settimana dopo nell’esordio del Legia in Europa League, il “premio di consolazione” destinato alle perdenti del play-off.

Legia 2 PoloniCult - UEFA

Al netto dei corsi e ricorsi della storia la presenza di un club polacco in Champions League alimenta la curiosità del mondo calcistico più mainstream verso i cugini del Paese sulla Vistola in un trend che, dopo le buone prestazioni dimostrate dalla nazionale polacca all’ultimo europeo in Francia, sembra in continua crescita. Noi di PoloniCult proviamo a dare il nostro contributo raccontando il Legia Varsavia anche e soprattutto fuori dal campo, cercando di capire che mondo gira attorno agli undici che si cimenteranno contro alcune delle compagini più forti del pianeta, e lo facciamo attraverso tre elementi fondamentali per raccontare il calcio in chiave sociale: la storia, i tifosi, la società.

La storia

Legia Varsavia 6 PoloniCultIl Legia Varsavia nasce lontano dalla capitale, la preistoria del club fissa le sue radici nel 1916 in piena prima guerra mondiale quando in un villaggio della Volinia –regione oggi appartenente all’Ucraina-un gruppo di ufficiali polacchi fondò la propria drużyna legjonowa e a queste radici militari il Legia deve il suo nome attuale. Alla conclusione della guerra il club aveva già un piccolo palmares di vittorie contro altre formazioni militari formate in giro per la Polonia, ma una struttura societaria inesistente, fu così che nel 1920 a Varsavia nella maestosa cornice del castello reale venne fondato il Wojskowy Klub Sportowy (Club sportivo militare) Warszawa con i colori sociali presi da quelli della bandiera della neonata Polonia indipendente, il bianco e il rosso. Nel 1922, una volta conclusa anche la guerra polacco-bolscevica, il legame con il mondo militare si fece più labile con l’ammissione alla squadra aperta anche ai civili e la fusione con l’altro e più antico club di Varsavia, il Korona, che portò in dote al nuovo WKS “Legia” Warszawa i colori sociali ancora oggi utilizzati dal club: il bianco e il verde.

Non sono anni coronati da successi sportivi, tutt’altro, i risultati migliori nel massimo campionato di allora sono quattro terzi posti conquistati nel decennio 1928-1938. Dopodiché i problemi e gli interessi della nazione polacca si distaccano dal campionato di calcio: l’invasione nazista e quella sovietica sanciscono l’inizio della guerra.

Nel dopoguerra la società viene rifondata e per qualche anno si limita a vivacchiare fino al 1949 quando la Polonia tutta inizia il suo passaggio a Repubblica socialista e il Legia diventa de facto la squadra dell’Esercito Popolare Polacco. Un simile riconoscimento porta al club anche notevoli privilegi, come quello di poter schierare tra le sue fila giocatori ufficialmente affiliati ad altri club durante il loro periodo di leva.

Con il potere acquisito arrivano per il Legia i primi risultati, soprattutto le stagioni 1955 e 1956 con il Paese in pienaLegia 5 PoloniCult ricostruzione valgono al club della capitale la vittoria double di campionato e coppa di lega prima di un’egemonia in campionato detenuta per quasi dieci anni di fila dal Górnik Zabrze. Per conquistare il suo terzo scudetto il Legia deve aspettare la stagione 1968/69, ma gli anni d’oro sono dietro le porte: nel 1979 arriva il quarto titolo nazionale, il secondo consecutivo, trascinata soprattutto dal fantasista originario di Danzica Kazimierz Deyna, rappresentante di quella Polonia che chiuse al terzo posto il mondiale del 1974 dopo essersi messa al collo l’oro olimpico due anni prima. Sono anche anni di soddisfazioni internazionali con la storica semifinale nella Coppa dei Campioni 1969-1970, i quarti di finale l’anno successivo e il secondo turno nella Coppa delle Coppe 1972/73, risultato apparentemente magro ma conseguito cedendo l’onore delle armi al Milan di Benetti e Rivera dopo 120 minuti di fondamentale equilibrio.

Il decennio degli Ottanta, forse seguendo le vicessitudini del suo Paese, è di flessione. Il titolo nazionale manca all’appello ma il Legia ripara vincendo la coppa di lega nel 1989 e nel 1990, cosa che permette al club di giocare la Coppa delle Coppe in cui raggiunge la semifinale dopo aver eliminato, tra le altre, la mitica Sampdoria di Vujadin Boskov. Gli anni novanta significano profonda rifondazione del club che smette di essere l’espressione dell’Esercito Popolare, per altro ormai non più esistente, e ottiene il suo primo sponsor privato. Sono anni in cui arriva la macchia del titolo 1992/93 revocato per presunte combine ma segnati dalla conquista del quinto e sesto titolo nazionale. Per il settimo bisognerà attendere il nuovo millennio con lo scudetto vinto in volata sul Wisła Cracovia.

Il resto appartiene alla storia recente e recentissima del Legia, una storia di egemonia in patria abbastanza consolidata, che parla di tre titoli e un secondo piazzamento negli ultimi quattro anni di Ekstraklasa, trascinata nell’ultima stagione dai 28 goal della punta ungherese Nemanja Nikolic su cui si basano per altro le pallide speranze del Legia di andare avanti in Champions League. Di sicuro gli uomini del coach albanese Besnik Hasi sono chiamati a raddrizzare la china che per ora in campionato li vede viaggiare ampiamente sotto le aspettative di tifosi e commentatori e non promette nulla di buono per questo ritorno europeo.

I tifosi

Il clima che si respira negli stadi polacchi non è lontano dalla media di quanto accade nel resto d’Europa, le curve si confermano facile incubatore di ideologie di estrema destra dottrinalmente dozzinali e luogo di incontro/scontro di spiccato nazionalismo e localismo. Va detto che lo status di squadra nazionalpopolare e vincente di cui il Legia gode rende la sua tifoseria più neutra e slavata rispetto a quella –per esempio- del Lech Poznań che durante un match di Europa League contro lo Żangiris di Vilinus espose uno striscione dal sapore tardo colonialista che fece scalpore:

Legia 3 PoloniCult - Lech Poznan-Zalgiris Wilno

(“zotico lituano, inginocchiati di fronte al tuo signore polacco!”)

I tifosi del Legia sono stati tradizionalmente più lontani da questi eccessi nei match internazionali, ma durante le sfide ospitate nel loro stadio i tifosi della capitale hanno anche recentemente conquistato i titoli dei quotidiani nazionali polacchi per manifestazioni di intolleranza e precisa identità politica espresse attraverso il più comune degli strumenti da ultras: sempre gli striscioni.

Legia 4 PoloniCult

(“Tutto il Legia lo urla a gran voce: no a questi islamici barbari!”)

L’islamofobia e il malcelato fastidio verso le quote migranti dettate dall’Unione Europea ai Paesi membri sono elementi la cui diffusione sociale in Polonia oggi è difficile da negare, di certo non lo fa il governo centrale né si esimono le comunità degli ultras, tra cui quella del Legia, che dello spirito di appartenenza e identità fanno il proprio elemento costitutivo. Va detto a difesa dei Legioniści che, nonostante il belligerante nome che portano, non si sono mai o quasi macchiati di violenza di carattere razziale come è successo nel passato a tifosi di altre squadre come il Ruch Chorzów.

Qualcosa in negativo è cambiato nel periodo più recente quando la tifoseria del Legia ha deciso di sposare una linea fortemente critica nei confronti delle forze di opposizione al governo. Le difficoltà delle forze progressiste in Polonia a trovare una base popolare e a scollarsi dalla fastidiosa nomea di rappresentanti esclusivi del ceto medio riflessivo trovano qui una triste quanto concreta dimostrazione della reale portata di questo problema; il pubblico tendenzialmente popolare e poco istruito delle curve degli stadi, alle istanze di chi si batte per la democrazia risponde così:

Legia

(“Kod, Nowoczesna, G.W., Lis, Olejnik e le altre sgualdrine: per voi niente fischi, vi aspetta la forca!”)

Non mancano le reazioni di quello stesso ceto medio nei confronti delle manifestazioni ultras; in particolare nel caso di quelle del Legia gira per la rete un video in cui ad alcuni tifosi del club della capitale viene chiesto cosa sia un patriota per loro e le risposte –quando arrivano-  sono imbarazzanti testimonianze di un’ideologia vuota buona solo a riempire cori e slogan. Resta il fatto, a margine, che se nei confronti di populismo e concetti vuoti la risposta è l’ironia dei più forti il fenomeno sarà sempre più lontano dal poter essere emarginato.

La società

Il Legia Varsavia è una società per azioni dal luglio del 2012, una condizione sociale piuttosto comune in Ekstraklasa (sono S.p.A. sette società su sedici iscritte al massimo campionato polacco) molto diversamente da come accade, ad esempio, in serie A dove continuano a prevalere le società sportive. Tuttavia la forza economica del club varsaviano è ad oggi decisamente modesta con un bilancio 2015 che riportava un fatturato pari a circa 27 milioni di €, cifre che nel campionato italiano competono a società di media-bassa classifica e lontane da quelle dei maggiori club europei che viaggiano nell’ordine delle centinaia di milioni. I motivi di una simile disparità sono molteplici e vanno ricercati nella modesta qualità del campionato polacco e quindi nella sua scarsa capacità di produrre profitti provenienti da diritti televisivi oltre che in un sistema calcio poco integrato: quasi inesistenti gli stadi di proprietà, poca cura del merchandising, forza del brand all’estero pressoché nulla.

Il presidente del Legia oggi è il quarantunenne Bolesław Leśnodorski, avvocato e uomo d’affari che dal 2014 detiene anche il 20% delle quote societarie. Il restante 80% è in mano a Dariusz Mioduski che assieme a Leśnodorski ha acquistato il Legia prima controllato dal gruppo ITI, holding oggi con sede in Lussemburgo ma fondata nel 1984 in Polonia da Jan Wejchert e Mariusz Walter e che fece la sua fortuna grazie alla concessione governativa per importare in Polonia materiale elettronico e film in vhs.

Sia Leśnodorski che Mioduski sono uomini dalla formazione manageriale classica sviluppata in giro per l’Europa e gli Stati Uniti come nel migliore storytelling del capitalismo occidentale, lontani anni luce da personaggi come il presiente dello Jagiellonia Białystok Cezary Kulesza con un passato da calciatore, poi affarista senza scrupoli e impresario delle prime star della disco polo.

Il Legia Varsavia che si presenterà nei prossimi mesi all’Europa che conta è insomma un club che punta a mostrare la sua faccia pulita, senza eccessi dovuti a rappresentanti eccentrici o a ultras vandalici o politicamente impresentabili. La vetrina è importante e anche il tornaconto economico lo sarà per una squadra che punta a crescere nel campionato polacco ma sa che non potrà farlo senza il contributo di tutto il sistema calcio del Paese. Ed è per questo che, a prescindere da come andrà, vedere il Legia giocare nei gironi della UEFA Champions League sarà un risultato importante a prescindere da quello che sentenzierà il campo.

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