Pietrzykowski – storia di un pugile nella PRL

Pietrzykowski

Roma, 5 settembre 1960, al Palazzo dello Sport dell’EUR un giovane pugile afroamericano alza i pugni al cielo accanto all’arbitro che ne ha dichiarato la vittoria. Poco più in là, il pugile sconfitto, un uomo asciutto, biondo ed emaciato, guarda di fronte a sé con la faccia un po’ seria e un po’ corrucciata di chi è arrivato a un passo dal titolo olimpico ma alla fine ha perso. Sì, perché a Roma il 5 settembre 1960 si combatte la finale per l’oro ai Giochi della XVII Olimpiade nel pugilato e in particolare nella categoria dei pesi mediomassimi. Quel ragazzo afroamericano sorridente è il diciottenne Cassius Clay al primo alloro di una carriera maestosa, da miglior pugile della storia. Lo sconfitto è un ventiseienne del villaggio slesiano di Bestwinka e risponde al nome di Zbigniew Pietrzykowski.

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L’uomo di marmo – Wajda e il cinema che fa la storia

L'uomo di marmo

Nel 1976 la Polonia di Gierek scricchiolava, stretta com’era nell’affanno di gestire i contraccolpi di un’economia strozzata dal debito e nel laborioso tentativo di convincere l’URSS che Varsavia non sarebbe stata una nuova Praga e che non ci sarebbe stata un’altra Primavera dopo quella del ’68. In quell’anno, Andrzej Wajda era già un regista più che affermato, cinquant’anni e numerose pellicole alle spalle, tra cui almeno un paio di riconosciuti capolavori. L’apice era ancora da venire, ma era proprio dietro l’angolo della Storia, e forse lui stesso ne sentiva il crepitante avvicinarsi. Il ’76 per Wajda fu anche l’anno di una rivincita simbolica, l’ammissione da parte della censura di un film bocciato solo alla sceneggiatura dieci anni prima, quel film era L’uomo di marmo (Człowiek z marmuru).

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Ziemowit Szczerek – viaggio nell’Ucraina che non c’è

Szczerek PoloniCult

Nell’immaginario italiano, perlomeno in quello di chi non ha una passione spiccata per la geopolitica, l’Ucraina è una creatura strana. Talmente strana che la maggior parte del dibattito fino a poco tempo fa riguardava l’accento: Ucràina o Ucraìna? Sono state le vicende degli ultimi anni, prima con la famosa/famigerata rivoluzione arancione poi con il tracollo iniziato dalle proteste di Majdan, ad accendere su questo Paese un interesse un po’ più “pop” che ha prodotto anche una corposa bibliografia più o meno attendibile. Se è valido asserire che il modo migliore di conoscere qualcuno è sentire cosa ne dicono i suoi vicini, allora è proprio tempo di dedicare un po’ di attenzione a un bel libro polacco sull’Ucraina: Tatuaż z tryzubem (Tatuaggio con il tridente) di Ziemowit Szczerek, uscito per Czarne nel 2015.

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Natalia Fiedorczuk – diventare madri ai tempi del turbocapitalismo

Fiedorczuk

Il cambiamento di un paradigma socio-economico, specie se accelerato e in qualche modo forzoso, porta con sé strascichi inevitabili di contraddizioni, incomprensioni e difficoltà di vario genere, tutte cose di cui la letteratura  è da sempre chiamata ad occuparsi. La Polonia che ha abbandonato il socialismo (o quello che spacciavano per tale) convertendosi all’economia di mercato lo ha fatto con modi che, confrontati a quelli di alcuni Paesi vicini, sono stati indolori, ma certe ferite sono evidenti ed emergono ancor più oggi che la profezia del liberismo confessa anche da questa parte del mondo di non essere poi l’eldorado che sembrava. Una di queste ferite riguarda certamente il ruolo delle donne, e soprattutto il tema della maternità spaccato, in Polonia, tra la morale cattolica che la ritiene normale, doverosa e univocamente gioiosa, e i mantra produttivisti che escludono la possibilità che una madre possa essere una donna in carriera. In mezzo a questo fuoco incrociato crescono disagio, paura, sofferenze innominabili generalmente riconducibili alla cosiddetta sindrome post partum. E di questo ha parlato, con grande coraggio, la giovane scrittrice Natalia Fiedorczuk nel suo primo romanzo: Jak pokochać centra handlowe (Come innamorarsi dei centri commerciali) uscito nel 2016 per i tipi di Wielka Litera e premiato con il Paszport di Polityka, premio da sempre attento alla letteratura “sociale”.

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PoloniCultori – Intervista a Piotr Paziński

Pazinski

Intervista video a Piotr Paziński, giovane scrittore varsaviano, autore de La Pensione  – di Salvatore Greco – Un giorno di novembre del 2012, mentre ero a Varsavia, sono entrato in libreria spinto dal prosaico bisogno di ripararmi da un temporale. Curiosando tra i libri esposti, senza essere davvero in cerca…

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Michał Cichy – flash noir da Varsavia cangiante

Varsavia

Varsavia non è una città che si presta a una lettura univoca. A un primo sguardo non piace quasi mai ai turisti. Vive dentro un caleidoscopio pasticciato che non restituisce una visione chiara né a chi la vede né a chi la vive. È una città che coltiva profonde contraddizioni, non le spiega e un po’ se ne nutre. Non è facile scrivere di Varsavia sinceramente e affrontare tutto questo. Ci è riuscito – in parte – Michał Cichy in un libriccino di settanta pagine scarse edito nel 2014 dagli illuminati tipi di Czarne: Zawsze jest dzisiaj (È sempre oggi).

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2013 – l’anno che a Wimbledon si parlò polacco.

Wimbledon

Wimbledon è qualcosa di talmente antico e atavico che non ha bisogno di aggettivi. Il nome ufficiale del torneo, infatti, è “The Championships”. Non serviva aggiungere altro all’epoca, le specificazioni servono a differenziare, Wimbledon era unico. E continua a esserlo, nonostante tutto, nonostante il tennis abbia compiuto una metamorfosi totale del suo ruolo, da passatempo nobile e poi borghese a sport diffuso a livello mondiale. E nonostante il calendario professionistico copra quasi tutte le settimane dell’anno, l’ultima di giugno e la prima di luglio brillano di una luce propria, la luce di Wimbledon, che consegna i suoi protagonisti alla storia di questo sport. Com’è successo a Jerzy Janowicz e Łukasz Kubot il 3 luglio del 2013.

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Jacek Hugo-Bader: storie di ordinaria URSS

URSS

W rajskiej dolinie wśród zielska è una raccolta di reportage per la verità piuttosto datati, tutti usciti sulle pagine di Gazeta Wyborcza tra il 1997 e il 2001: esperienze fatte da Hugo-Bader in luoghi simbolo della vecchia URSS e delle sue trasformazioni, nella Russia europea, in Cecenia, in Asia centrale e in Crimea, anche se molti anni prima che la penisola diventasse teatro dei recenti stravolgimenti geopolitici. Leggerli oggi, per certi versi, crea una forma di insoddisfazione nel trovarsi di fronte a cronache di tempi ormai superati, eppure vedere oggi la Russia, e tutto il mondo ex URSS, attraverso gli occhi di un cittadino polacco nei tardi anni Novanta, è un modo estremamente interessante di approcciare e capire quella parte di mondo, una missione a cui il grande reportage è chiamato.

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La pensione – di come andare oltre la memoria

la pensione

Le narrazioni dell’Olocausto fanno parte della letteratura polacca del secondo Novecento con una forza insopprimibile, motivata da cause contingenti di ovvia natura. Altrettanto vale per le riflessioni sulla memoria, delle quali per altro su queste pagine ci siamo spesso occupati. Il passo successivo era finora mancato, la riflessione sempre più pressante su cosa ne resta della memoria, quella dell’Olocausto ma soprattutto quella del mondo ad esso precedente, quando i suoi testimoni arrivano alla naturale conclusione delle loro vite. Il romanzo La Pensione, tradotto in italiano da Alessandro Amenta e uscito nel 2016 per i tipi di Mimesis Edizioni, è una prima risposta a questo problema.

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Kazimierz Deyna, storia di un fantasista della PRL.

Deyna

Varsavia, 18 settembre 1979, allo Stadion Wojska Polskiego, lo stadio del Legia Warszawa, c’è un’atmosfera di festa, mista a malinconia. Fa piuttosto freddo per essere settembre, la gente assiepata sugli spalti indossa giacche e impermeabili, come anche i giornalisti, e i calciatori si preparano per il riscaldamento stretti nelle loro tute. Il pubblico delle grande occasioni è lì per l’amichevole tra il Legia e gli inglesi del Manchester City, e per un popolo affamato di oltrecortina basterebbe già questo, ma i tifosi varsaviani in tribuna quel giorno non sono interessati ad ammirare i nerboruti esponenti del mondo libero, quanto a omaggiare uno dei loro.

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