Maledetto Cioran

Cioran

Al principio del 2008 appare in Francia, per i tipi de L’Herne, la prima traduzione completa della Trasfigurazione della Romania di Emil Cioran. L’operazione editoriale è coraggiosa sia perché si tratta di un’edizione integrale, nel senso che le pagine a suo tempo espunte per volontà dell’autore vi si trovano reintegrate, sia perché il libro stesso non è di quelli che, a scriverne, fanno propriamente onore. In Francia, naturalmente, l’eredità di Cioran è molto più sentita che in Italia; eppure il libro, che l’autore scrisse e pubblicò in romeno nel 1937 col titolo Schimbarea la faţă a României, non era mai stato tradotto in francese.

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S. Banach – se da Cracovia si rifonda la matematica

Banach

Però qui nel 1916 siamo ancora nel cuore della Galizia, dentro quel grandioso esperimento di Europa Unita ante litteram che fu l’impero asburgico, in un luogo che fu il prodotto di una mitopoietica politica e antropica fiorita miracolosamente sullo spartiacque tra i due secoli, aperto agli apporti di popoli e culture multiformi. Tra Vienna, Leopoli e Cracovia una continua corrente d’idee fluisce vigorosa. Tutto può accadere.

Tant’è vero che noi che passeggiamo lungo i Planty non siamo gente qualsiasi, ma Władysław Hugo Dionizy Steinhaus, già allievo di David Hilbert a Gottinga, fondatore della scuola di matematica di Leopoli ed ivi professore all’università. E allora come non fermarsi di botto, come non abbracciare quei giovani, come non gioire di fronte al talento finora misconosciuto del più brillante tra loro, Stefan Banach, un autodidatta cui non mancava che l’incontro con un mentore capace di intuirne e svilupparne il genio?

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Henryk Grynberg, Monolog polsko-żydowski

Monolog Polsko-Zydowski

Ma le violenze non esauriscono il dramma. Non lo esaurisce la stessa Shoah: i cui resoconti, certamente vitali per il dovere alla memoria di cui tutti gli uomini sono investiti, sono, paradossalmente, superflui. Il trauma, l’interrogativo, il confine tra prima e dopo congelato nell’incomprensibile è la svuotamento assoluto della Polonia dalla vita e dalla cultura ebraica. L’assenza, il vuoto, dove prima c’era un continuum inscindibile di identità ebraica ed identità polacca. Volutamente fraintendendo il senso di uno slogan che Kosinski fece circolare nel 1988 (“La Polonia è la nazione più spirituale d’Europa”), Henryk Grynberg usa la polisemia della parola duch per gridare che la Polonia è la nazione più popolata di fantasmi.

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L’altra Cracovia: Nowa Huta

Prima delle due puntate di Life.pl dedicate al quartiere cracoviano di Nowa Huta – di Roberto Reale – Cos’è Nowa Huta Nowa Huta è tante cose. Amministrativamente è un distretto di Cracovia: il XVIII, il più orientale, abitato senza soluzione di continuità fin dal neolitico. Sede di un insediamento celtico,…

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Di belle e di bestie – su Panna a netvor

Panna a netvor

È di questo genere il piacere che dà la visione di Panna a netvor, adattamento cinematografico cecoslovacco del classico La Belle et la Bête pubblicato nel 1740 da Gabrielle-Suzanne Barbot de Villeneuve (in La Jeune Américaine et les contes marins), nel 1756 in versione ridotta da Jeanne-Marie Leprince de Beaumont (in Magasin des enfants) e nel 1889 da Andrew Lang (in The Blue Fairy Book). Il regista si chiama Juraj Herz, è di origine ebrea, aperto alla sperimentazione e alla contaminazione tra linguaggi e generi, ed ha già alle spalle una certa notorietà in patria con film tuttora godibili: il drammatico Petrolejové lampy (Lampade a petrolio, 1971), l’horror gotico Morgiana (1972), il sentimentale Un giorno per il mio amore (Den pro mou lásku, 1976).

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Dikanda. Come arrangiare l’Oriente.

In Polonia l’interesse per la world music è piuttosto vivo, e ha prodotto negli ultimi vent’anni emergenze di un certo rilievo: celebre è, ad esempio, il gruppo cracoviano Kroke, il quale mescola efficacemente influenze di ascendenza orientale, klezmer e balcaniche ad un jazz di buona scuola. Di Varsavia è invece Katarzyna Szczot, in arte Kayah, già coautrice insieme a Goran Bregović di uno tra gli album di maggior successo di pubblico in Polonia (Kayah i Bregović, 1999; 700 mila copie vendute), e poi interprete di musiche della tradizione ladina, yiddish, araba, ebraica, macedone, romani e polacca in Transoriental Orchestra (2013).

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Joseph Roth, Viaggio ai confini dell’impero

Viaggio ai confini dell'impero

Prendete un autore dalla prolificità non comune, e prendete un libricino –smilzo, un centinaio di pagine– da riempire con scritti di quell’autore, in modo da dare agio a chi legge di farsene un’idea, non certo completa, ma neppure troppo inaccurata. È questa la sfida davanti alla quale deve essersi trovata Vittoria Schweizer, curatrice per Passigli Editori di una breve antologia di testi giornalistici di Joseph Roth fresca di stampa, dal titolo suggestivo Viaggio ai confini dell’impero. E il titolo già ci svela qualcosa della strategia adottata, perché gli articoli, trascelti da un corpus che ne contiene a centinaia e centinaia, sono tutti invischiati in una delle “ossessioni” all’autore più care: il confine.

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Kazimierz Kuratowski, La fondazione dell’infinito

Kuratowski PoloniCult

Nel periodo tra le due guerre la Polonia conosce una fioritura senza precedenti nella ricerca matematica. Uomini come Stefan Banach, Kazimierz Kuratowski, Stanisław Ulam, Wacław Sierpiński, per citare solo alcuni nomi, contribuiscono a riedificare su basi più solide “pezzi” cruciali della matematica contemporanea, non soltanto permettendo il superamento di quella crisi dei fondamenti conseguente al naufragio del programma di Hilbert, ma anticipando l’immenso impulso espansivo che discipline quali la teoria degli insiemi, la topologia generale, l’analisi funzionale, ed altre ancora, conosceranno nel secondo dopoguerra.

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Vaclav Havel, Anticodici

Anticodici

Durante la sua intera carriera letteraria, Václav Havel è profondamente interessato alla scomposizione (e successiva ricomposizione) degli elementi costitutivi del linguaggio, sino al “livello zero” dell’alfabeto. In quei “caratteruzzi”, attraverso i cui vari “accozzamenti” siamo in grado di comunicare i nostri “più reconditi pensieri a qualsivoglia altra persona, benché distante per lunghissimo intervallo di luogo e di tempo” (Galileo Galilei, Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, in Galileo Galilei: Opere, ed. nazionale a cura di A. Favaro, Giunti-Barbera, Firenze 1890-1909), egli individua la possibilità di costruire un linguaggio dell’assurdo, un “alogismo ebete”, che sia l’esasperazione di quello “squallore semantico della lingua ceca nei giorni in cui accaniti commandos di penitenzieri e mestatori politici gareggiavano a rintontire le menti con tricchi tracchi di slogan”

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Galizia, Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa

Galizia

Galizia. Non quella nel nord-ovest della Spagna, affacciata sull’oceano.L’altra. Quella circondata da ogni parte dalle terre e dagli uomini. Quel baricentro geografico e simbolico della Mitteleuropa che la storia ha cancellato, ma a cui tutte le storie rimandano; quell’Urheimat, quella casa-grembo smarrita per sempre, quel referente di un’appartenenza che si è depositata sul fondo del nostro subcosciente collettivo e continuamente orienta il nostro gusto e i nostri passi.

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