A spasso per la Moldavanka con Babel’

I racconti di Odessa Babel'

Nonostante la citazione iniziale, ogg non parliamo di musica bensì di Izaak Babel’ e del suo libbricino Racconti di Odessa ( Bur, 2012), un libbricino molto klezmer. Babel’, di famiglia ebraica, ce lo aveva nel sangue quel ritmo particolarmente salterino che caratterizza questo genere musicale. Nato a Odessa, scrisse I testi presenti nella raccolta tra il 1923 e il 1932 scegliendo proprio come ambientazione la Moldavanka – il quartiere ebraico della città. Odessa, all’epoca, doveva essere un luogo pieno di fascino come tutte le città portuali e quindi piena di vita, di colori, di odori, di lingue che si mescolavano, di etnie… come scrive Rossana Platone nell’introduzione ai Racconti: “all’origine del mito di Odessa c’è quello che la rende unica tra tutte le città russe, la solarità, l’eterogeneità dei suoi abitanti […]. terra ricca di promesse e di commercio, attira da ogni parte gente operosa e solerte in cerca di fortuna, e una folla di speculatori, gabbamondo, contrabbandieri, lestofanti a caccia di facili guadagni”.

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Opowiadania Bizarne o il caos del mondo

Opowiadania bizarne PoloniCult

Opowiadania Bizarne è una raccolta di racconti. Sono dieci e completamente diversi gli uni dagli altri se non per qualche immagine ricorrente. Il lettore non viene preso per mano e condotto passo per passo attraverso posti incantati, in storie di uomini o donne coraggiose; non viene invitato a sedersi davanti al camino per ascoltare una voce calda che narra. Niente di tutto questo. Al contrario viene scaraventato in pasto ad una realtà feroce. Viene sbalzato via dalle sue certezze e sicurezze, da un certo modo ordinario di vedere e percepire il mondo. Ha dunque ragione la quarta quando ci diceva che la Tokarczuk ci fa uscire dalla comfort zone. Però ci sono anche modi e modi di farlo. E lei lo fa con violenza. Alcuni dei racconti sono come una doccia gelida. A voler fare un paragone storico, mi verrebbe da dire che ci troviamo a Sparta e non di certo ad Atene. Se si conosce Pani Olga, si sa già – più o meno – che è un personaggio che fa molto parlare di sé e con determinate caratteristiche. Ebbene, credo che questa volta si sia superata.

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Katowice, il carbone colorato della Slesia

Katowice - PoloniCult

“Non si giudica un libro dalla copertina!” – chissà quante volte vi sarà capitato di sentirlo o di dirlo a qualcuno. A dir la verità non sempre è una scelta sciocca, io tantissime volte mi sono lasciata convincere da disegni bizzarri… è a questo detto che ho pensato quando mi sono ritrovata a Katowice per la prima volta, tappa del tutto casuale dopo un viaggio in Scandinavia. E poi ci sono tornata un paio di settimane dopo  per trascorrerci tre giorni di zielona szkola – l’equivalente delle gite scolastiche di più giorni – e ne ho avuto la conferma: nonostante Katowice sia preceduta da una fama piuttosto triste e negativa, il suo “contenuto”, la sua “trama” sono davvero sorprendenti. Provare per credere!

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Miscellanea da Podgórze

Cracovia ha una planimetria che mi piace particolarmente: se partiamo da Stare Miasto, andando sempre dritti giungiamo a Kazimierz e una volta attraversato il ponte ci ritroviamo a Podgórze. È un itinerario essenziale che ci permette però di visitare le parti principali della città, il suo cuore pulsante. Cracovia si compone essenzialmente di queste tre parti che ho appena citato e io sono particolarmente legata ai due quartieri che si specchiano nel fiume – Kazimierz e, appunto, Podgórze. Sono come due gemelle che si assomigliano e si differenziano allo stesso tempo, ognuna con la propria specificità. Kazimierz è la più vecchia e più saggia delle due, ha un carattere forte, ti sa addomesticare e voler bene; Podgórze assomiglia piuttosto alla piccola capricciosa di famiglia nonostante le sue origini risalgono a tantissimo tempo fa.

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Irit Amiel – voci che continuano a raccontare

Irit Amiel PoloniCult

Irit è una dei tanti sopravvissuti che ha deciso di affidare alla parola scritta il suo dolore, quella che è stata la sua esperienza, quello che visto, sentito, provato. Ha lasciato che il dolore incessante a cui fa riferimento Adorno, trovasse espressione, perché non solo scrivere dopo Auschwitz è possibile, ma è necessario perché ogni cosa, d’altronde, inizia con le parole che posso a volte uccidere oppure resuscitare ( “Bo przecież wszystko zaczyna się od słów. Słowa mogą zabijać albo wskrzeszać”, Irit Amiel introduzione alla raccolta Spóżniona). La parola è la regina indiscussa della raccolta di cui scrivo oggi, non tanto perché si tratta di poesia, ma perché all’interno dei testi il raccontare si trasforma in un’instancabile urgenza di comunicare, di dare voce a chi l’ha persa. La Amiel diventa un medium tra chi è andato e chi è restato, lo sente – e noi lo percepiamo alla lettura – come un imperativo morale ed etico nonostante le difficoltà nel tramandare quello che è stato.

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Tra poesia e fotografia: istantanee di parole – su K. Dąbrowska

Dąbrowska

Con La faccia del mio vicino (Valigie rosse, 2017) arriva al lettore italiano la voce di Krystyna Dąbrowska, giovane leva della poesia polacca. – di Mara Giacalone – “Ad alcuni piace la poesia Ad alcuni – cioè non a tutti. E neppure alla maggioranza, ma alla minoranza”. [W. Szymborska, La…

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Toruń, viaggio a nord tra leggende e biscotti

Toruń

Toruń è una città che sembra uscita da un libro per bambini, da una fiaba, da una leggenda medioevale e che vive di vita propria, indipendente da tutto e da tutti. È come se si autoalimentasse traendo linfa dall’aurea di mistero storico che si percepisce percorrendo le sue vie e viette acciottolate. È una città non troppo grande situata nel voivodato della Cuiavia-Pomerania, non lontana da Bygdoszcz. Se siete amanti dei grandi spazi, delle metropoli e di quell’aria snob che si respira in città come Varsavia o Milano, allora non è il posto che fa per voi. Se invece siete nostalgici amanti delle storie e della Storia, non vi resta che mettervi in viaggio e lasciarvi conquistare da questo piccolo gioiello in cui il tempo sembra essersi arrestato e che vi farà fare un salto all’indietro di molti, molti anni.

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Viaggio ad Est – destinazione Leopoli

Leopoli

La Galizia per noi polonisti è un po’ una terra mistica, un luogo non più esistente nelle mappe ma ben presente nell’immagine collettiva, nei cuori delle persone e ovviamente nella Storia. È quel luogo in cui può accadere di tutto, solcato da sofferenze e guerra. Uno spazio non più rintracciabile se non nei racconti o nei libri, nelle pagine perdute di grandi storie… ecco perché ho voluto andare a Lviv, per vedere con i miei occhi, per toccare con entrambe le mani e per ascoltare le voci.

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Bednarek – dal freddo cielo polacco, le sonorità del reggae

Bednarek PoloniCult

Ho un ricordo ancora vivissimo di quando, alla vigilia della partenza del primo viaggio in Polonia, una mia amica mi inviò il link ad una playlist di Spotify chiamata “Polskie reggae”. Credo che possiate capire il mio stupore – di certo la Polonia non fa parte dell’immaginario collettivo di ambienti legati a questa tipologia di musica… ebbene, con gli anni ho avuto modo – e piacere – di scoprire questo genere e soprattutto che anche a queste fredde e nevose latitudini le sonorità jamaicane piacciono molto e ci sono diversi artisti davvero in gamba. Oggi vi voglio parlare di un ragazzo che probabilmente – parlo per chi ci segue dalle terre polacche – conoscete già, almeno di vista. Se vi piacciono i succhi Frugo avrete sicuramente visto il suo bel viso sorridente sulle bottiglie e sulle pubblicità. Mi riferisco a Kamil Bednarek – classe 1991, di Brzeg.

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Nes Gadol Hayah Sham

Nes Gadol Hayah Sham

It was one of those autumnally drenched afternoons, when the clouds loom heavily over us pouring their chaotic grey into our eyes that continuously and repeatedly cannot stop looking after the colours of an already-gone-summer; a summer that can survive thanks to our memories seeking for a shelter into her hay-scented warm hug. Mama had dispatched me and Adela to bring the lunch to Jakub. Jakub is my dad, but he was an unlikely father and that makes it difficult to call him “daddy”, so I have always preferred to call him by his first name – a name that to me, little dreamer and drawer, sounded enchanting. It reminded me the old stories about patriarchs that my grandpa used to tell me in the wintertime, when all the other adults were too busy to take care of me, strange child that I was. Fortunately, grandpa loved to narrate and I, I loved to shape paper figures with those words; for words are kaleidoscopic tools of creation working in perfect harmony with the world.

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