Płynące wieżowce – di amore e omosessualità in Polonia

Płynące wieżowce

Quando uscì nel 2013, quest’opera di Tomasz Wasilewski fece parlare molto di sé. Si trattava del “primo film polacco dedicato a tematiche LGBT”, o almeno così si andava ripetendo un po’ dappertutto sulla stampa. La pellicola (ancora inedita in Italia, distribuita all’estero con il titolo di Floating Skyscrapers) racconta la storia di Kuba (Mateusz Banasiuk), giovane nuotatore che sta mettendo anima e corpo nella preparazione di una gara. La sua è una vita tranquilla, scandita dalla routine che si è costruito con Sylwia (Marta Nieradkiewicz), la sua ragazza, profondamente innamorata di lui, e con la madre (Katarzyna Herman). A turbare la serenità di Kuba sarà l’incontro con Michał (Bartosz Gelner), per il quale il protagonista inizia a provare, ricambiato, un’attrazione a cui solo verso la fine del film egli riuscirà a dare il nome di “amore”.

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Papusza: how a people made its way into history.

Papusza (2013) is a biopic, directed masterfully by Joanna Kos-Krauze and Krzysztof Krauze, about the Romany poetess Bronisława Wajs (1908-1987), born and raised in Poland. The film doesn’t follow a coherent chronological line, continuous flashbacks take the story from the beginning of the 20th century, when Papusza (which means “doll”, that’s the Romany name of the poetess) was born, to the first years of the postwar period, in a wounded and wrecked Poland, trying to put the pieces back together; and then to WW2 when Gipsies had to hide in the woods to escape from the horrors of the Nazis. Lastly, to the 1970s, when Papusza and her community were forced by communist authorities to become nonmigratory, settling down in houses and attending school, that will entail the cultural “death” of the Romanies (I shall come back to this).

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Un incontro con Adam Zagajewski. Di Polonia e Italia

Zagajewski PoloniCult

A Cracovia, in ulica Kremerowska 11, all’inizio d’una laterale della centrale ulica Karmelicka, si trova un piccolo pezzo d’Italia. Sto parlando della libreria Italicus, gestita con competenza e passione dalla titolare, Krystyna Mydlarz, e dalla sua piccola ma agguerrita squadra di collaboratori. […] Un fiore all’occhiello della libreria sono gli eventi culturali lì organizzati: gli ultimi ai quali abbiamo avuto il piacere di assistere sono stati la presentazione della traduzione polacca del montaliano Quaderno di quattro anni firmata da Jarosław Mikołajewski nonché un incontro-discussione con il poeta Adam Zagajewski, dato ogni anno come “papabile” per il premio Nobel.

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Kraków pod ciemną gwiazdą

Il testo che qui si presenta è opera di Krzysztof Jakubowski, divulgatore che ha dedicato non poche opere a Cracovia, tra le quali voglio ricordare un’interessante Kawa i ciastko o każdej porze, ovvero una storia delle caffetterie e delle pasticcerie della città del Wawel. La sua fatica più recente, il cui titolo è approssimativamente traducibile con “Il volto oscuro di Cracovia”, è una raccolta di brevi resoconti dedicati a singoli episodi criminosi che lì si sono verificati in un arco temporale che si estende dal 1885 al 1967. Il libro, edito da Agora nel 2016, è scandito da tre macrocapitoli, dedicati rispettivamente agli omicidi, alle truffe e a quei casi che hanno avuto, per ragioni diverse, implicazioni con la politica. Ogni capitolo si articola in svariati microparagrafi, ognuno dei quali racconta – sarebbe meglio dire “relaziona” – di un caso specifico.

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Pięć razy o przekładzie – Viaggio nella traduzione.

Traduzione

Małgorzata Łukasiewicz è una germanista, apprezzata traduttrice, fra gli altri, di Adorno, Habermas, Nietzsche, Gadamer, Sebald ed Hesse.

I cinque saggi che compongono questo libro sono riflessioni su altrettanti aspetti capitali con cui ogni traduttore si confronta continuamente: cos’è la traduzione e perché si traduce (I-II); qual è il rapporto che intercorre tra lettura, traduzione e scrittura? Che rapporto ha il traduttore con l’autore del libro che affronta e come si configurano i suoi spazi di libertà d’azione nei confronti del secondo? In cosa si differenzia il traduttore da un comune lettore (in fondo il traduttore è prima di tutto un lettore, come insegna Gayatri Spivak quando afferma che “la traduzione è la più intima delle letture”, riallacciandosi acutamente a un’affermazione di Gadamer: “La lettura è una traduzione”) (III)?; qual è il rapporto che lega la traduzione e l’alterità, nel momento in cui la prima è un medium che mette in contatto due Weltanschauungen differenti (IV)? È possibile una storia della letteratura pensata come storia delle traduzioni (V)?

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Szymborska. Un alfabeto del mondo

Szymborska

Perché Szymborska sia divenuta in Italia un vero e proprio fenomeno “pop” soprattutto a partire dal 1996, anno di conferimento del premio Nobel, è domanda a cui Luigi Marinelli tenta di rispondere nel saggio che chiude il volume di cui parliamo oggi: La fiera dei miracoli, ovvero Wisława Szymborska (e lo szymborskismo) in Italia. Le risposte che lo studioso ci offre sono, io credo, tutte riassumibili sotto l’etichetta calviniana di “leggerezza”, categoria che già il traduttore italiano della poetessa, Pietro Marchesani, aveva impiegato nella postfazione all’antologia da lui stesso curata Vista con granello di Sabbia (1998).

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Poszukiwany poszukiwana, Bareja e la commedia impegnata

Poszukiwany poszukiwana

Bareja, rappresentante tra i più prestigiosi della commedia polacca, dopo gli anni sessanta, che la critica ritiene fondamentalmente segnati da una commedia votata al riso fine a se stesso, passò, negli anni settanta e ottanta (e a partire proprio dal film che qui presento) a un cinema più impegnato, che dietro a esilaranti gags e situazioni comiche veicola una pungente critica sociale

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Kogel-Mogel

Kogel-Mogel

Kogel-Mogel è un film del 1988 del regista Roman Załuski, artista formatosi a Łodź, anche lui diplomato della locale scuola di cinema, la PWSFTviT, istituto che ormai dovrebbe essere familiare ai nostri lettori; alla stessa scuola si è formata anche Grażyna Błęka-Kolska, l’attrice che interpreta Kasia Solska. Si tratta di una commedia che in Polonia è divenuta ben presto un film culto e che ha pure avuto un seguito, diretto dallo stesso regista: Galimatias, czyli Kogel- Mogel II (1989).

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La terza parte della notte – Żuławski

Trzecia czesc nocy

Andrzej Żuławski (Leopoli 1940) è regista cresciuto alla scuola di Andrzej Wajda; iniziò con lui, facendogli da assistente, a muovere i primi passi sui set cinematrografici. L’esordio nel lungometraggio è datato al 1971 e porta il titolo apocalittico di Trzecia część nocy [La terza parte della notte]; ecco qui il frammento dall’Apocalisse giovannea da cui ha preso ispirazione il regista (8, 12): “Poi suonò il quarto angelo, e la terza parte del sole fu colpita e la terza parte della luna e la terza parte delle stelle affinché la loro terza parte si oscurasse e il giorno non risplendesse per la sua terza parte e lo stesso avvenisse della notte“.

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