Gli aruspici (estratto in italiano) – Wit Szostak

Szostak-Gli-aruspici

Estratto in italiano dal romanzo Wróżenie z wnętrzności (Gli aruspici) di Wit Szostak.

di Wit Szostak, traduzione italiana a cura di Francesco Annicchiarico

Sono il fratello idiota del mio fratello brillante, lui ha tutto e io niente e va bene così. Ha una bella moglie, una casa, figli e denaro, ha amici e fortuna, è intelligente e tutti lo amano, sa tutto di tutto e senza pregiudizi, mentre io non ho niente. Lui è buono, mi lascia vivere nel solaio, non mi fa pagare niente, tanto non avrei di come farlo. Qui sto benissimo, lui e sua moglie si occupano di me, il mio buon fratello Mateusz e la mia buona cognata Marta, Mateusz e Marta, il mio nome invece è Błażej.

È stato sempre così, c’è stato sempre qualcuno che si occupava di me, perché io ho bisogno di attenzioni e non posso vivere senza che qualcuno si prenda cura di me, ho bisogno di affetto e, da quando è morta mamma, abito con Marta e Mateusz, qui sto bene e sono la persona più felice del mondo. Io non ho niente, ho solo le loro premure, ho loro, ma loro non sono miei, loro due non appartengono a nessuno, allora io non possiedo nemmeno loro due, mi limito a stare con loro e loro mi lasciano stare qui e forse non sanno che la mia esistenza è più semplice della loro, perché tanto non devo scegliere niente. Lo ha sempre fatto qualcun altro per me, almeno da quando ho dimostrato di non essere capace di farlo da solo. Vivo libero ben oltre la libertà, perché la libertà stessa è un dovere, perché bisogna essere liberi quando si vive e io sono vivo ma non devo essere libero, io sono solo me stesso, il fratello idiota, nel solaio del fratello intelligente. Libertà è uscire, è la manifestazione della propria persona oltre essa stessa, da qualche parte lì fuori. Ma io non devo manifestare niente, io sto benissimo chiuso dentro di me, che ci vadano gli altri fuori. Io guardo e basta. La vita, così strana la vita, ma in fondo per chi non è così.

***

Ora sono lì seduti in veranda, il sole sta tramontando ma loro non guardano il sole e non si stanno guardando e non si stanno parlando, è da un po’ che non si parlano, perché non hanno di che parlare, allora stanno lì seduti e basta, immobili come se non fossero più vivi, perché non è che siano proprio vivi, è da mesi che non lo sono più, da anni, sono solo seduti in veranda a bere vino, due divinità classiche, mio fratello e sua moglie.

La veranda è il binario della stazione in cui vivono, e io abito il solaio della stazione, sul binario ci sono fiori in grossi vasi, tra i blocchi di cemento cresce l’erba e nessuno se ne prende cura, allora l’erba è sempre più alta e fa il solletico ai piedi perché io cammino scalzo per il binario, perciò fa il solletico, ma ora sono nel mio solaio a guardare il binario, Marta e Mateusz, e il sole che tramonta dietro le montagne, perché qui intorno ci sono le montagne. Non ci abita nessuno in questa stazione, perché nelle stazioni non si abita, perché nelle stazioni ci abitano solo i senzatetto, che appunto non abitano niente, visto che sono senzatetto, dormono e basta, ma noi invece abitiamo qui, perché mio fratello intelligente ha comprato questa vecchia stazione e ha ordinato che i treni non ci passassero più, quindi è in macchina che si arriva fin qui o a piedi dai paesini vicini oltre le montagne. La nostra stazione, cioè la stazione di Mateusz e di Marta, mica la mia, io non ho proprio niente, io non possiedo niente, e nemmeno questa stazione. È loro la stazione, loro la banchina, i binari ricoperti di erba, il grande giardino di Marta e il vecchio vagone lì in fondo, dove ora c’è la serra e si sente il profumo dei pomodori. Mi piace tanto il profumo dei pomodori perché mi ricorda l’infanzia, perché durante l’infanzia succede tutto per la prima volta e oggi invece si limita a tornare o a non tornare: ritornano i pomodori e il dolce del miele, e le frittelle di mele, e di patate, ma non ritornano solo cose da mangiare, perché ritornano anche cose da leggere, cose per dormire e cose da portare. Io ho avuto una bell’infanzia, mi amavano tutti, e poi sono diventato un idiota che ha bisogno di attenzioni, ma continuavano ad amarmi, proprio come da piccolo. È per questo che ora vivo questa continua infanzia, in cui tutto ritorna. Oppure non ritorna, perché mamma non tornerà e non ritorneranno i miei giocattoli, che ora sono nello scatolo in cantina e sono vecchi e stanchi. Una volta gli ho anche chiesto di venire a trovarmi, e me li sono portati qui nel mio solaio, ma non erano più gli stessi di prima. Non riuscivano più a giocare con me e neanch’io sapevo più come fare. Erano diventati un po’ strani, vecchi, persino il mio orsetto era diventato calvo. Allora li misi a dormire e li riportai in cantina, che restino a dormire, tanto io lo so che dormiranno perché non tutto può ritornare, neanche mamma tornerà, i miei giocattoli non torneranno più. Soltanto i pomodori ritornano sempre perché crescono nel vagone lì in fondo, sono tutti verdi e rossi e io adoro quando Marta ci fa la zuppa.

Una volta quell’odore mi ha fatto addormentare, proprio nel vagone, perché può capitare che l’odore dei pomodori faccia girare la testa, e mi hanno cercato tutti, ma io mica lo sapevo che mi stavano cercando, io stavo dormendo, e il fatto che tutti mi cercassero mi aveva fatto diventare triste, perché poi Mateusz mi disse che si erano spaventati, pensavano che fossi andato nel bosco e fossi morto. Ma io non ci sarei mai andato a morire nel bosco, che ci vado a fare nel bosco? Quando mi andrà di morire mi metterò nel mio letto e dirò a tutti che sto morendo e morirò. Prima però chiederò che mi portino la zuppa di pomodori, a me piace tantissimo la zuppa di pomodori. E io non ho paura della morte, ma della morte senza zuppa sì.

Si prendono così cura di me, si erano spaventati così tanto che potessi essere morto che hanno girato per il bosco con le lampade a cercarmi, Błażej, Błażej chiamavano, e io non sentivo niente perché dormivo nel vagone e dopo mi è dispiaciuto così tanto di essermi fatto cercare così. Marta me l’ha detto che mi avevano chiamato, Błażej, Błażej, ché io stavo dormendo mentre mi chiamavano. Gli sono grato e mi sono detto che da lì in poi li avrei aiutati, per quel che posso. Ma come posso aiutarli, io non posso fare niente per loro, non si può dare niente a quelli che hanno già tutto. E ancor meno può dare chi non ha niente. Ma li aiuterò.

Sul muretto tinto di bianco anche se il colore è già vecchio e solo io lo so che era bianco, dove muoiono i binari e comincia il giardino, io ci metto su dei sassolini, scuri e chiari. È una delle poche cose che faccio fuori. Lo faccio solo quando mi annoio troppo dentro, senza uno scopo preciso. Marta e Mateusz mi osservano curiosi e cercano di indovinare il senso di questa cosa. Quei sassi loro li chiamano il limite e pensano che per me significhino qualcosa. Se un sassolino cade o si sposta loro lo sistemano, per non darmi noia. Aggiusta il limite di Błażej, così dicono. Ma quel limite non è certo il mio, tutti i sassi sono della stazione, e la stazione è di Mateusz e Marta, quindi io non faccio altro che spostare roba loro. E sto attento a non portare fuori dalla stazione niente che sia di dentro, né dentro la stazione niente che venga da fuori. Forse solo la spesa o le more che crescono nel bosco dall’altra parte dei binari, che sono già finite.

Mettere i sassolini come lo faccio io non è di certo un aiuto, mi è venuto in mente di farlo una volta, neanch’io so perché. E Marta ha detto a Mateusz che sicuramente era stato Błażej, e Mateusz a Marta che di sicuro l’avevo fatto per non far cadere nessuno. Mi ha fatto piacere sapere che in quella cosa dei sassi loro ci avessero trovato un senso, perché per me non ne aveva nessuno, ma siccome loro ce l’hanno trovato, allora posso trovarcelo anch’io. Ma forse questa cosa non conta come aiuto, tanto io l’ho fatto senza motivo.

***

Non ci sono più binari, sono coperti dalla terra, ora hanno una propria vita sotterranea ricoperta dal terreno e dalle serre in cui Marta coltiva piante e verdure. Non ci sono più binari, li abbiamo sepolti sotto il giardino di Marta, ma c’è ancora la sbarra e lo scambio ferroviario, anche se qui di treni non se ne vedono più. Quando splende il sole mi siedo vicino alla sbarra e resto lì. Mateusz allora dice che Błażej controlla lo scambio. Ma io non controllo niente, quindi neanche qui do una mano. A volta passano le macchine per la strada. Se potessi io le farei passare qui, tanto i treni non ci sono più. Mi starebbero a sentire e passerebbero di qui, e io sarei il vigile. Così mi ha detto Mateusz. E ha pure trovato un berretto dove priva si metteva il capostazione. Era sicuramente un signore molto vecchio e molto buono che se ne stava tutto il giorno seduto al binario, pressava il tabacco nella pipa e contava le nuvole. Si diventa intelligenti a contare le nuvole e allora pure io me ne sto seduto col cappello da vecchio capostazione, che di certo è morto tanto tempo fa, perché era vecchio già nei racconti di mio fratello, e quei racconti sono di tanto tempo fa, quindi il capostazione è sicuramente morto, e io continuo a contare le nuvole e a volta di sera mi sento più intelligente. Solo che dura non più di quindici minuti, e a volte pure meno, specialmente quando Marta mi chiama a cena, e allora quell’intelligenza svanisce, scappa via da me e non torna più.

Io non è che non li aiuto solo perché non dico niente, ma anche perché non ci sono macchine che passano di qui per andare dove sono dirette, visto che la nostra stazione si trova alla fine dei binari e alla fine della collina, o alla fine del mondo intero? C’è un passaggio sì, ma di passeggeri non ce ne sono. È Mateusz che li inventa per me, perché pensa che io ne abbia bisogno. Che quando uno ha così tanto tempo si inventa un sacco di giochi e passatempi, e così passa un sacco di tempo, anche tutta la vita, si può scendere a patti col tempo così. E io allora faccio finta di sistemare le auto che non ci sono, di aprire e chiudere la sbarra, così Mateusz e Marta pensano che li stia aiutando. Ma io sto solo scendendo a patti col tempo per i minuti che seguono, alcuni più pieni, altri meno, perché è così che succede col tempo. E così anche con la mia parte di aiuto. Perché io davvero non posso aiutarli, nonostante gli sia davvero molto riconoscente, a Mateusz il buono e alla brava Marta. Ma per aiutarli c’è da scegliere, e io non scelgo mai, e c’è da essere fuori, anche se solo per un passo oltre se stessi, e io invece sono tutto dentro me stesso e non conosco nemmeno la strada per uscire. Non posso nemmeno parlare, perché le parole collegano il dentro con il fuori, e io riesco a stare solo dentro me, allora le parole gironzolano dentro di me e non mi lasciano.

Il vecchio capostazione una volta ha salvato la vita a Mateusz, così dice lui, quando Mateusz era giovane e andava a passeggiare in montagna. Era inverno, c’era la neve e Mateusz era solo, proprio solissimo su quelle montagne, e avrebbe potuto morire per quella solitudine, scese qui nella stazione ed era ancora solo, ma poi trovò il capotreno che gli fece un tè caldo e gli diede una coperta, e poi un po’ della sua cena e così Mateusz sopravvisse. E poi molti anni dopo il vecchio capotreno morì, perché era pure vecchio, e Mateusz fu molto triste perché erano diventati amici e aveva cominciato a venire qui alla stazione per fare visita e chiacchierare col vecchio capotreno, perché tutti e due erano intelligenti e avevano molte cose da raccontarsi. E poi Mateusz è diventato un uomo ricco e comprò questa stazione, questa piccola stazioncina di collina, perché disse che le ferrovie avrebbero distrutto le stazioni dimenticate, e lui non avrebbe mai permesso che gli distruggessero il posto in cui aveva ritrovato la vita. E quando chiusero questa linea ferroviaria, perché tutta la gente che la usava per viaggiare era morta o si era trasferita in città, allora Mateusz comprò la stazione e ora è diventato lui il capostazione. Veramente non so se sia lui il capostazione, o io, ma forse è lui perché la stazione è sua, a me invece non appartiene niente, nemmeno me stesso, perché io sono un randagio.

Questo racconta Mateusz a me e ai suoi figli, e io conosco Mateusz sin da quando non aveva ancora figli, e io non ero ancora un idiota, e so che Mateusz non andava a passeggiare per le montagne perché Mateusz non è uno da montagna, è più un mediterraneo. Ma i suoi figli non lo sapevano e ascoltarono quel racconto sull’inverno e sul vecchio capotreno, e io ascoltavo Mateusz fissandolo negli occhi, perché ero sicuro che non avesse fatto così freddo, che il capotreno fosse lì davvero, ma che tutto fosse andato diversamente.

***

Mateusz e Marta hanno ristrutturato la stazione per abitarci dentro e così vivono al di fuori del mondo, ma Marta ospita anche delle persone ogni tanto, anche se non molti. Ci sono delle stanze, qui al primo piano, dove dormono i nostri ospiti, e non ci entra nessuno quando ci sono loro, e ci incontriamo tutti nella sala d’attesa della stazione, dove c’è il soggiorno e la mensa, e la cucina e tutto ciò che è in comune. Una grande vecchia sala d’attesa in cui crescono antiche palme in grandi vasi, risalenti ancora ai tempi delle ferrovie, che arrivano fino al soffitto che non si vede, perché nella sala d’attesa è tutto buio. In terra ci sono i tappeti colorati e le poltrone, tutte diverse tra loro. Ci si può addirittura perdere in questa sala d’attesa, ma del resto ognuno può perdersi per fatti propri. Certi si perdono sulle poltrone a leggere libri, poi si mettono a camminare con l’aria di chi è perso e hanno lo sguardo strano, di chi non sa più ritrovarsi. Altri si perdono nelle conversazioni, intorno a quel grande tavolo, e su di loro crescono le palme. E dalla sala d’attesa si può accedere al binario dove ci sono le panchine e i vasi di fiori e dove d’estate le donne si mettono nude a prendere il sole, tanto non guarda nessuno. Se passassero ancora i treni non si potrebbero mettere nude, perché nessuno si mette a prendere il sole su un binario, ma qui si può fare, perché intorno ci sono solo le montagne e basta.

***

Marta e Mateusz sono seduti sulla banchina e non stanno guardando il sole. Una volta parlavano, ma adesso si parlano solo quando hanno ospiti. Ma quando alla stazione non c’è nessuno a parte noi, stanno in silenzio per giorni interi. Si piacciono ancora e si amano, certo, quindi è un silenzio gentile il loro, di cortesia, quando si incrociano in sala d’attesa o per le scale. E in effetti non hanno di che parlare, perché hanno già parlato di tutto all’inizio del loro amore. A quel tempo restavano svegli per tutta la notte a sussurrarsi molte cose, si raccontavano storie vere e inventate, parlavano di sé e dei loro amori, e dei loro interessi, e delle loro passioni, di musica e di letteratura, parlavano di arte e di infanzia. E adesso è stato già detto tutto e non ci sono più parole tra di loro, perché non esiste più un mondo oltre il loro mondo in comune, che si parla a fare di ciò che si conosce già? Le persone che vengono a trovarci parlano troppo, e a sproposito, dicono che il sole sorge e tramonta e lo dicono a Marta e Mateusz che lo sanno già, loro sanno tutto.

Non c’è di che parlare quando tutto è già stato detto, perché le parole sono importanti e bisogna usarle con parsimonia. Mateusz mi ha detto così un giorno, che le parole si consumano, e se parliamo troppo può anche succedere che poi ci mancano quando servono per le cose importanti. Ma qui non succedono cose veramente importanti, quindi Mateusz e Marta conservano le parole per il momento giusto. E tra loro due ci sono cose per cui non hanno ancora parole per discuterne, e le cercano tutto il tempo. Questo tema è sempre lì sospeso tra loro due e loro ne tacciono diversamente rispetto a come lo fanno per l’alba o il tramonto del sole. Le parole solite non vanno bene, e di insolite ce ne sono poche. Allora Marta e Mateusz aspettano quelle nuove, che magari arriveranno, magari sarà qualcuno a portarle, e magari la vita proseguirà nell’attesa di esse e non ci sarà più bisogno di cercare parole. Tacciono così, in molti modi diversi perché sono intelligenti, il mio fratellino e la sua moglie intelligente.

Qui succedono cose tutti i giorni, ci alziamo, mangiamo, dormiamo, riposiamo, a volte qualcuno ci viene a trovare e allora è importante parlarci. Io so che Mateusz ha sempre ragione, perché è intelligente e ha conosciuto la vera natura del mondo, così come quella dell’uomo e la natura del parlare. E lui lo sa come fare per metterle insieme, come fanno tutti gli uomini al mondo con la propria eloquenza. Lui sa come funziona, per questo è intelligente e tace. Ma sono io lo stupido, non parlo molto a voce alta, non racconto a nessuno cose su di me, quindi mi sono messo a scrivere ora, anche se scrivo a sussurri, così che nessuno mi senta, così che le parole non scoprano mai che le sto usando, altrimenti si sciupano e si rompono, si bucano e diventano da buttare. Perciò scrivo a sussurri, solo quando le parole non se ne accorgono, proprio come se stessi sussurrando mentre rubo a fior di dita la marmellata di more dalla credenza. E nessuno se ne accorge che lo faccio, poi io la sera mi addormento con quel sapore in bocca e mi sento molto bene. Scrivo a sussurri, a fior di dita, le parole dormono, non se ne accorgono. Un uomo intelligente non scriverebbe mai, forse è solo una cosa da stupidi. Per chi è intelligente non è importante farlo, sa già tutto e non gli serve scrivere. E neanche per uno stupido sarebbe importante, tanto e stupido e non capirebbe mai chi è più intelligente, così come io non capisco bene mio fratello Mateusz. Può scrivere solo uno stupido, per questo lo faccio io.

E io mio fratello Mateusz non lo capisco perché nessuno lo capisce. Tutti gli dicono che ha fatto male a comprare questa stazione. Che dovrebbe stare in città e mettersi a lavorare lì, perché sa fare un sacco di cose e ha talento e potrebbe arrivare lontano, ed è già andato lontano, perciò potrebbe avanzare ancora e ancora. E lui se la ride e dice che, sì, è andato lontano, ma cos’avrebbe poi ottenuto. Marta a volte dice che Mateusz è scappato, che ha lasciato tutto e ha tagliato i ponti. Forse ha ragione lei. Io non lo so com’è perché io non ho mai lasciato niente, perché per lasciare qualcosa devi prima avercelo qualcosa, e io non ho mai avuto niente, quindi non ho mai potuto buttare via niente, o andare lontano, non ho mai avuto un lavoro o un talento, mai avuto prospettive. Tutti dicono che Mateusz avesse delle prospettive. E perciò non capiscono come mai questo uomo intelligente ora viva in una stazione vicino le montagne, dove non ci passano più nemmeno i treni, che ci vanno a fare in una stazione estranea. Le ferrovie fanno visita alle proprie stazioni, a quelle delle ferrovie, e questa qui invece è di Mateusz e Mateusz qui i treni non ce li fa venire. Mateusz ha lasciato tutto, ha lasciato il lavoro e la città, ha lasciato una carriera e delle prospettive, nemmeno le prospettive ha portato con se qui alla stazione, neanche una prospettiva si è messo in valigia. Ha portato solo Marta e i suoi figli che ora non ci sono perché sono andati dai nonni, per vedere cos’è una città, e per vedere come ci si sta, come vive la gente in città. Perché Marta lo sa che quanto Zuzanna e Szymon cresceranno andranno via dalla stazione, e torneranno al mondo.

***

Noi qui invece viviamo oltre il mondo, abbiamo un mondo oltre tutti i mondi e qui non arriva niente che noi non vogliamo, perché solo le persone che invitiamo noi hanno accesso a questo nostro mondo. Sul tetto della stazione pende una vecchia insegna a caratteri neri CURAMONDI, così si chiamava questa stazione quando ancora era una stazione. Doveva esserci una stazione termale qui vicino perché gli uomini saggi che tanto tempo fa venivano sulle montagne a cercare la verità, scoprirono le acque sorgenti in collina, quella che cura dalla tristezza e dalla malinconia, ma poi scoprirono che quell’acqua non curava e le persone tornavano a essere tristi. Prima di tutte le guerre mondiali qui c’era più di una pensione, poi caduti in rovina, ora sono tutti diroccati, che emergono dai giardini, e nessuno ci va più. Su uno di questi c’è una civetta, su un altro un pappagallo, ognuno aveva il proprio simbolo segreto. Poi costruirono la stazione dei treni, troppo grande, i piani erano di farla troppo grande, nella sala d’attesa fecero addirittura una fontana, che ancora oggi è lì, abbiamo la fontanella in casa, qui da noi alla stazione. La sera sciaborda allegramente, l’acqua colpisce l’altra acqua e c’è questo sciabordio che fa addormentare. Forse funziona così quest’acqua, che fa addormentare, che col suo sciabordio assopisce la tristezza e la malinconia, con quel movimento di acqua sull’acqua immobile. Io resto spesso a guardare la fontana, le due acque che si incontrano e mi sento soddisfatto della mia vita, che occupo con il guardare l’acqua e col berla proprio dalla fonte.

Mateusz mi ha detto che quel nome, Curamondi, l’hanno inventato dei signori in bianco e nero, vestiti eleganti, che ci guardano dalla fotografia appesa nella casa del vecchio capostazione di qui. Pure io li ho osservati spesso, osservavo le loro pose e il mondo in cui erano, pieni di certezza e di forza, osservavo i loro sguardi scintillanti di speranza. Loro avevano fiducia nell’acqua viva, ci credevano a Curamondi, se non ci avessero creduto non l’avrebbero nemmeno inventato, altrimenti a chi sarebbe mai servito questo Curamondi alla fine dei binari e della strada? Nella foto ce ne sono tre, tre divinità di Curamondi, uno vestito di scuro, uno di chiaro e il terzo tra loro due, in pantaloni chiari e giacca scura. Dietro di loro, la stazione e i pensionati in costruzione, che nella foto appaiono esattamente come ora: impalcature di legno divenute a malapena qualcos’altro, ma senza per forza esserci riuscite. E infatti non ci sono riuscite, perciò sono così. Ora quelle casette sono ruderi, non diventeranno mai altro, e i loro scheletri finiranno in schegge appuntite a graffiare il cielo.

Nella foto le tre divinità di Curamondi fanno un brindisi con l’acqua di fonte e sono vivi in questa foto, anche se sono morti da tanto tempo. Uno è morto in un incidente d’auto durante le gare dell’automobile club di Cracovia, un altro è morto in guerra, il terzo è morto dimenticato da tutti e non si sa nemmeno dove sia sepolto. Mateusz ha scritto i loro nomi da qualche parte, ma a chi serve conoscere i nomi di persone dimenticate? Bisogna dimenticarli, vivono senza motivo nella nostra memoria, io mi sforzo di dimenticarli, mi alleno a dimenticarli ogni giorno. Eppure appena mi ricordo di ciò che dovrei dimenticare, i nomi tornano per farmi capire cosa dovrei dimenticare oggi, e grazie a loro mi ricordo ancora meglio le cose. Ora sono appena tornati e li ho qui con me, ma non li trascrivo per non sprecare parole. I tre dei di Curamondi, nei loro vestiti elegantissimi.

***

Mateusz non ha abitudini, ma Marta sì. Mateusz ogni giorno fa tutto daccapo, come se il mondo stesse ricominciando tutto, e lui lo sa come stare a questo mondo. Si alza a un orario diverso, va a dormire a un orario diverso da tutti, mangia a un orario diverso, legge, lavora e va in macchina in paese a fare provviste. Non ha mai orari fissi e improvvisa tutto, ogni volta creando una nuova versione di se stesso. Le abitudini lo annoiano, le rifugge sempre, anche se non sa dove andare, perché non ha un posto da parte in cui nascondersi dalle abitudini. Magari non se ne starà con Marta sulla banchina, durante le serate calde, ma dovrebbe comunque scappare dalle altre abitudini, come leggere i libri o pensare alla morte. Mateusz è il fratello intelligente e lo sa che non si scappa dal mondo delle abitudini, resta sulla banchina a bere vino, ieri è rimasto sulla banchina a bere vino e domani sarà la stessa cosa, eppure è come se questa abitudine non esistesse. Non è lui a stare seduto lì, non è lui a bere, e allora lui non c’è. Mi chiedo allora dove sia mio fratello quando va via così. Si può scappare con il pensiero? È forse un’altra abitudine? Mateusz non è mai riuscito ad abitare su questo pianeta. È da sempre un viaggiatore, sin da quando stava a casa dei miei genitori. Si era riempito di mobili la stanza, era sempre lì a cambiare qualcosa e poi non ci stava mai dentro. A volte penso che lui sia solo un ospite della Terra, un passeggero che non capisce come mai le persone abbiano bisogno di avere un posto, o delle cose o la loro visione sulle cose. Mateusz non ha radici, non ha un posto, neanche la stazione gli appartiene.

Marta ha le sue abitudini e le sue abitudini uniscono posti, cose e persone. Questo mondo si dissolverebbe senza Marta e non ci sarebbero né Mateusz, né tutto Curamondi e nemmeno io. Marta questo non lo sa, ed è un bene, perché se lo sapesse si preoccuperebbe moltissimo, perché lei si preoccupa sempre di tutto, perché è buona e premurosa. E se cominciasse soltanto a preoccuparsi delle proprie abitudini – come controllare l’ora e il posto per far sì che il pranzo sia a quest’ora, la colazione a quest’altra, e la cena in quella stanza – se dovesse quindi essere preoccupata da tutte queste cose il mondo cadrebbe a pezzi, perché non sarebbe più niente come era stato finora. Marta ha le sue abitudini, ma non le gestisce, e va meglio così. Mateusz ci prova a gestire le proprie abitudini e se stesso, e si vede come non ci riesca mai. Una volta si è ripromesso di cominciare a leggere dopo pranzo sulla poltrona verde della sala d’attesa. E per una settimana ci è riuscito, poi si è scocciato. Un’altra volta ha deciso di cominciare a svegliarsi insieme a Marta. Ma una volta soltanto è rimasto a dormire e la routine si è spezzata. Mateusz è così, vaga per il mondo e abbraccia le abitudini degli altri. Il più delle volte sono quelle di Marta, a volte le mie, e altre volte le abitudini del bosco che circonda la nostra stazione. Perché il bosco partorisce i funghi all’alba e le bacche all’imbrunire. Queste sono le abitudini del bosco, e Mateusz le rispetta. Unisce i posti al tempo e ci viaggia su. Ma torna sempre.

Marta si alza sempre alle sette di mattina, prepara la colazione e porta i bimbi a scuola, che si trova nel paese accanto. Non pronunciamo mai il nome di quel paese e non so il perché. All’inizio io lo pronunciavo, ma quando ho notato che Mateusz dice solo di andare in paese, e che anche Marta dice solo di andare al paese, ho capito anch’io quel loro gioco e ho cominciato a chiamarla villaggio o paese.  A che serve il nome quando c’è solo un paese qui vicino, la prima che si vede dai binari? Parole sprecate per trovare un nome a un paese che non serve a nessuno, tanto sappiamo tutti di cosa si tratta. Bisogna risparmiare le parole per tempi peggiori, per il tempo della guerra e della fame. Allora ci serviranno. E poi lo ripeto tra me e me, così non mi sente nessuno se ho usato il nome oppure no. Per questo scrivo a sussurri. E le parole che non uso adesso me le ricorderò per i miei momenti bui. Chissà se arriverà quel momento in cui le parole inutilizzate salveranno la vita di qualcuno. Neanch’io so dirlo.

Ora, in questo paese che ha un nome che non ha senso pronunciare, i treni terminano la loro corsa, la stazione irrompe nella vita della ferrovia, le locomotive si sciolgono sui binari e poi il vento diffonde ovunque lo stesso odore, che tutti conoscono, perché tutti conoscono i treni. Ma da noi non arriva questo odore perché non passano i treni, l’odore si è estinto molto tempo fa ed è sbucata ovunque l’erba. Per ultimi sono arrivati i convogli col legno, appena uscito dalla segheria, era proprio qui accanto al bosco. Ora non si sente più l’odore dei treni, ma c’è odore di resina, è viva e profuma. Marta al mattino si alza, e quando i bambini non hanno scuola e sono dai nonni in città, che è Cracovia, anche allora Marta si alza, solo che anziché guidare fino al paese, resta in cucina a bere il caffè. Il caffè diventa freddo, la sigaretta si consuma, Marta si sveglia e poi può di nuovo tornare a vivere. E così ora dopo ora, il mondo di Marta è pieno di abitudini. Alcune quotidiane, altre settimanali, abitudini estive e invernali. Io penso che Marta abbia un registro delle abitudini nella sua stanza, e ogni mattina lo apra, come il breviario di un prete, e canti l’abitudine del giorno, e poi si realizza tutto. Per questo Marta sa sempre dove si trova e non si perde mai. È il mondo che ogni tanto la perde, che le ruba le abitudini. Se di ritorno da scuola con Szymon e Zuzanna calpesta una gomma, perde mezz’ora e non riesce più a pelare le patate, e cucina la pasta e invece dovevano essere patate, e cambia menù, e cambia l’ora di pranzo, e Marta non riesce più a cucinare ciò che è scritto sul suo registro, quindi salta un’abitudine e fino a sera è nervosa e triste che c’è qualcosa che non le riuscito. Io lo so che in quei momenti non bisogna consolarla, a che serve consolare Marta quando tutto il mondo va a rotoli. Le parole non aggiustano il mondo, c’è solo da aspettare il giorno dopo e sperare che tutto segua il piano stabilito.

Marta si arrabbia intristendosi, perde la propria scintilla e si ingobbisce come se prendesse sulle spalle tutti i malesseri del mondo. È così con quelli che hanno delle abitudini. Ma anche non avercene affatto è una cosa buona, perché le abitudini costruiscono case, e non è una cosa buona essere un senzatetto. E Mateusz lo è, e abita in una stazione, e anche se per Marta questa stazione è una casa, per Mateusz no.

***

L’estate Marta ha l’abitudine di prendere il sole nuda sulla banchina. A volte si abbronza tutta nuda, altre volte non del tutto nuda, ma si gode il sole e allora prende altre abitudini. Mi piace guardarla distesa immobile, con gli occhi chiusi. Io penso che sia molto bella, ma non è mia quella bellezza, appartiene a lei e a Mateusz, quindi non posso stare a guardare quella bellezza troppo a lungo, potrei finire per rubarla. E allora Marta potrebbe perderla, potrebbe sentirsi priva di se. Quindi non mi metto a fissare la sua bellezza, ma Marta in se. Mi sembra che sia ancor più bella, e forse perché le rubo ogni difetto, ogni piccolo disequilibrio, borsa di grasso, ruga o crosta sulla pelle. Osservo quei punti dove è più brutta, e un attimo dopo non sono più brutti per me. È così che salvo la sua bellezza, per lei e per Mateusz. Dev’essere così.

Ero seduto in sala d’attesa quando Marta si spogliò sulla banchina per la prima volta. E se ci vede Błażej?, chiese a Mateusz, ma lui la calmò ricordandole che una volta si era spogliata già in Spagna e lì era pieno di Błażej e non le aveva dato fastidio. In Spagna la spiaggia è piena di Błażej che guardano Marta nuda! Quando ci vengono a trovare gli ospiti adesso, che è estate, la banchina diventa una spiaggia, solo che non ci sono più tutti quei Błażej, ma soltanto io, soltanto uno. Il resto dei Błażej è in Spagna. A volte però è poco un solo Błażej per tutta questa bellezza, perché ci sono giorni in cui tutta quella bellezza a stento ci sta su una banchina.

Scriverei volentieri della bellezza di Marta, ma non so se così facendo gliela ruberei. E dovrei usare molte parole che andrebbero bene per un’altra occasione. Perché la bellezza non ha bisogno di parole, ma solo di essere guardata. A che servono le parole quando qualcosa può essere vista? Perciò dirò soltanto che c’è un punto tanto bello di Marta, ma non si vede sempre, solo a volte, quando Marta è sulla sdraio e alza una gamba, quel punto appare nella piega di quella gamba. Tra Marta e la sua gamba c’è una piega, che le circonda la vita, la cinge e sparisce lì dove Marta ha il suo tesoro. E quando Marta distende la gamba, quella piega sparisce e si vedono solo le tracce di sudore che ha lasciato. Ma quel punto non c’è più, fino al prossimo accavallamento di gamba. E quel punto è bellissimo, nonostante tutto intorno faccia caldissimo, e quando fa caldissimo l’uomo vede ovunque cose brutte e cattive, perché non può pensare né vedere bene.  Quindi deve essere una bellezza schietta, per colpire persino con questo caldo. Bisogna riempirsi gli occhi d’estate, perché d’inverno questo posto non esiste. Marta anche d’inverno a volte si siede e accavalla le gambe, ma non è la stessa cosa. È un altro posto, invernale, senza sole e goccioline di sudore. Del tutto brutto e senza interesse. E poi Marta d’inverno porta i pantaloni di cotone e non sono affatto sicuro che sotto i pantaloni spunti di nuovo quel punto sulla piega delle gambe. Chi può dirlo?

La bellezza di Marta è la bellezza della terra, profuma di terra e la terra cresce in lei. Marta è la regina di questa collina, la dea del giardino in cui cresce ogni cosa. Abbiamo carote e sedani, rape viola e verdi, copiose foglie di spinaci. Le grosse zucche crescono sotto il palo, e bisogna portarle nella cucina della stazione e tagliarle in quattro con la sega. Marta cammina scalza per il suo regno e i suoi piedi sono duri, e i talloni screpolati. Dissoda la terra a mani nude, la vedo sempre in ginocchio vestita della canottiera di Mateusz che si asciuga la fronte con le mani sporche. I suoi polpastrelli portano le tracce di tutte quelle mansioni, feriti dalle spine dei lamponi e delle more. Ma quando è nuda sulla banchina, a mettersi la crema, allora Marta diventa una regina. È naturalmente bella, la sua nudità è qualcosa di normale, quotidiano, mentre invece le sue amiche indossano la nudità e fanno finta di portarla. Hanno la pelle più liscia e forme splendenti, ogni tanto riesco a vedere i draghi e i serpenti che hanno sottopelle che bruciano al sole. Profumano di odori sconosciuti, mentre Marta profuma di terra, di verdure e pomodori. Sicuramente in città sono loro a essere le più belle, quelle che meglio si addicono alle strade bollenti, alle case, e all’aria fredda dentro. Ma qui, ricca di indipendenza e di potere, governa la dea della terra. Marta. Regna e si muove tra le altre per distribuire i bicchieri di limonata, offuscando i loro serpenti e draghi. Le sue amiche sentono quella forza e allora tacciono, la osservano con gelosia. Lo sanno che si stanno sforzando di essere belle, mentre invece Marta è la bellezza. Solo Sara è diversa, ma Sara è Sara, la sorella bionda di Marta. Sara non guarda, Sara non è gelosa, ma Sara ha bisogno di altre parole rispetto a Marta e di un posto suo, non si può mettere Sara tra una limonata e le amiche nude, quindi basta parlare di Sara e torniamo a Marta.

Si aggira per la banchina a distribuire le limonate e io osservo la sua bellezza e lo so che non è possibile sottrarla a Marta. Si può rubare con lo sguardo una bellezza in prestito, perché lo sguardo riconosce questo prestito e sa già che non appartiene a una determinata persona. Ma la bellezza in se, di cui Marta è regina, non si può rubare. Quindi la osservo muoversi, dondolare i fianchi, nuda e scalza, col vassoio pieno di bicchieri di limonata. Marta la regina, Marta la dea.

I diritti del libro appartengono a Wit Szostak e a Wydawnictwo Powergraph. I diritti per l’Italia sono rappresentati in esclusiva da Nova Books Agency s.c. Per informazioni e richieste: agent@novabooksagency.com

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