L’estetica della memoria: arte polacca che (soprav)vive

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Tra silenzi e rovine, l’arte polacca alza la voce e si fa sentire anche a noi.

di Mara Giacalone

Il fatto che PoloniCult non parli mai di arte visiva stricto sensu, non significa che il panorama polacco non abbia nulla da offrire, anzi…

Ecco perché, non appena ci siamo imbattuti – totalmente a caso – nel libro La memoria finalmente: arte in Polonia 1989 – 2016, non abbiamo esitato un solo istante a recuperarlo per colmare le nostre lacune e dare una voce anche ad artisti che utilizzano altri mezzi di comunicazione per esprimere, non solo se stessi, ma il paese in cui vivono.

La memoria finalmente: arte in Polonia 1989 – 2016 non è solo il titolo, con ripresa szymborskiana, del libro, ma è anche quello della mostra tenutasi a Modena e curata da Marinella Paderni. Il testo – edito per Silvana Editoriale – si configura quindi come un catalogo del percorso espositivo a cui fanno da cornice tre saggi critici (Paderni, Leder e Zielińska) che introducono il lettore, potremmo dire gli  “danno un’infarinatura generale”,  ad artisti che vengono poi presentati nella seconda parte del libro, in modo da non arrivare completamente digiuni da quello che fu ed è il background della scena artistica contemporanea polacca.

I primi due saggi – Paderni e Leder – insistono su un tema caro a noi e alla Polonia in generale: la memoria. Il termine, non solo è presente nel titolo ma diventa parola-chiave ricca di simboli e significati di cui tutta la generazione di artisti nata tra la fine degli anni ’50 e l’inizio degli anni ’80 si fa carico: un termine grande, pesante e soprattutto sovrastante per un paese in cui la Storia ha più e più volte dovuto fare i conti con la scrittura, riscrittura e censura della propria identità.

La Paderni – critica d’arte contemporanea -, così riflette: “la memoria è un reagente che modella la forma del presente, che insegna ad immaginare le promesse del futuro”.  Bisogna dunque che, per parlare di arte oggi, si faccia un salto indietro, in quel retroterra storico scomodo e doloroso che però è bagaglio necessario alla comprensione odierna. E gli artisti polacchi lo sanno. Se nella prima parte del suo saggio, Andrzej Leder parla di (non)memoria, è anche però vero che l’arte dagli anni novanta ad oggi sta combattendo duramente per evitare che una fetta di passato – quella compresa tra ’39 e ’89 – cada nell’oblio. La sua analisi nei confronti di questa zona nebulosa che ha tentato – invano – di essere cancellata, rimossa, è interessante e dura, grazie al suo occhio interno:

Per una parte degli artisti fare i conti con questa rimozione ha significato il ritorno a una realtà preistorica o ultra-storica, a una “natura” idealizzata o a una fantasmatica tradizione. Ecco allora l’enorme successo della prosa di Olga Tokarczuk […]. Allo stesso tempo però nel campo dell’arte si è verificato un enorme “lavoro di memoria” […] iniziato dallo scontro con il silenzio e la coltre di nebbia che avevano preso il posto della memoria.

Non è semplice affrontare traumi personali e nazionali, specie se per circa 50 anni questi sono stati calpestati, nascosti e riposti nell’armadio in soffitta che non apriamo mai. Ma i fantasmi restano. E per fortuna l’arte aiuta a rimarginare le ferite offrendo diverse possibilità di lettura e di rievocazione, in modo (in)diretto ma non per questo non funzionante. Ecco dove sta uno dei maggiori pregi del gruppo di artisti che compone questo catalogo: il loro occhio moderno, attento a nuove idee e stimoli, parte sempre dallo sfondo, da quello che è rimasto alle spalle per costruire una nuova identità più consapevole che cammina mano nella mano con un’estetica sociale, relazionale, personale, filosofica e metafisica sempre più critica e forte. Indicativa e perfetta l’immagine che usa la Paderni, quella di un Giano bifronte che rivolge il proprio sguardo al futuro mantenendo sempre un occhio fisso sul passato.

Dialogando con queste riflessioni, non va però dimenticato un passaggio fondamentale che riguarda piuttosto il nostro atteggiamento nei confronti dell’Europa Orientale e cioè il come si relaziona l’Occidente a quello che, per anni, è stato nascosto dietro un muro. Il saggio di Joanna Zielińska parte proprio da ciò, riportando alcune delle idee dello storico dell’arte Piotr Piotrowski: come risolvere la questione delle due storie dell’arte parallele? Perché sembra che al di qua del muro – immaginario e non – si tenda a considerare il percorso svolto dall’arte “dall’altra parte”, come altra ed estranea, tendendo a sottolineare ancora e ancora come l’Occidente sia “maestro”, instaurando così un dialogo che non è tra pari e ponendo (sempre e comunque) l’Europa Orientale come l’Altro. Il dilemma della Polonia tra Oriente e Occidente – per citare la Janion – continua.  Che poi il percorso sia differente, è ovvio. Perché diverso era il sottostrato storico. Eppure ci sembra – e Piotrowski è dello stesso avviso – che questo non sia un buon motivo per sottoclassarla, visto che ha molto da dire.

E mi sembra ora che io lasci dunque la parola a loro, agli artisti. Il catalogo comprende solo 15 nomi, e qui sotto io mi limiterò a citarne cinque, con la promessa – e la speranza – di tornare a parlare di arte prossimamente.

5 ARTISTI IN CERCA D’APPASIONATI

arte polaccaPaweł Althamer, classe 1967, scultore e performer, vincitore del Premio Vincent nel 2004 (premio olandese di arte contemporanea). Quello che lo rende speciale è la sua tendenza sperimentatrice che produce interessanti contaminazioni tra i linguaggi artistici in modo da rendere sempre meglio la complessità della vita. Questo indirizzo lo troviamo espresso nell’installazione The Venetians (presentata alla Biennale di Venezia del 2013): sculture a grandezza naturale realizzate con plastiche industriali. Figure grandi, scheletriche, vuote e svuotate che sono bloccate in movimenti in procinto di concludersi. La particolarità è rappresentata dai volti, vere maschere di conoscenti. Il risultato è sconcertantemente realistico ed efficace: l’ansia metafisica è palpabile e rievocata in ognuna delle figure, anime sospese ed intrappolate in (non)corpi, come a testimonianza di un presente che imprigiona l’uomo rendendolo vittima di un’estetica che erode.

Restando vicini al tema dell’identità sofferta di Althamer, non posso non menzionare il lavoro di Michał Grochowiak intitolato Silence. Di dieci anni più giovane, Grochowiak è principalmente fotografo e il progetto appena menzionato è un esempio di non-fotografia, in quanto, per usare un suo termine, ha realizzato dei non-ritratti: le persone sono tutte voltate di spalle, non vediamo il loro volto ma nella cornice accanto troviamo documenti che ci parlano di loro – un certificato che diagnostica l’HIV, un pagamento per la notte passata in cella… non-ritratti che ritraggono quelle che per la società sono non-persone, le cui vite si trovano ai margini, bandite al confine tra la società e il baratro. Un altro lavoro che, seppure con prospettiva differente, fa riflettere sulla logorante estetica sociale e relazionale. Un silenzio, quello dei non-ritratti che urla e chiede che si smetta di definire tali persone altre – un accento che non poteva mancare da un artista, come abbiamo visto sopra, che faceva parte di quel mondo al di là dal muro, di quel mondo altro.

Continuando sulla strada dell’estetica dura, complessa e complicata, cito Paulina Ołowska. Una figura particolarmente curiosa, non solo perché donna e questo influisce sulla sua scelta di lavorare sempre e soltanto su personaggi femminili, ma perché il suo stile prende origine dalla propaganda degli anni ’60 e da lì muove una profonda e curiosa ricerca nei confronti della caduta delle utopie del secolo scorso. L’estetica che ci troviamo davanti è più distaccata dal reale, non è crudelmente veritiera come quella dei due uomini sopracitati, si fa più trasognata, più attenta anche alla “moda” e tutta tesa alla rivalorizzazione della donna nel passato, per offrire un modello femminile che possa dar frutti migliori di quelli odierni.

Sarà che noi donne abbiamo una sensibilità innata maggiore, io questo non lo so per certo, ma guardando i disegni diarte polacca Aleksandra Waliszewska, è un pensiero che mi viene spontaneo. Nata prima che quel famoso muro di cui sopra fosse distrutto, deve aver fatto dei gran bei sogni – o incubi – da piccola. Doveva esserci un mondo che l’ha angosciata nel profondo per avere, da grande, un tratto artistico che si trova ben piantato tra sogno e incubo, tra reale e immaginario. Le sue opere vivono di immagini che si incontrano scontrandosi, sono spesso cacofoniche, ossimoriche, prive di leggiadria ma cupe e pesanti di una gentilezza fanciullesca che cerca il mostro sotto il letto… e lo trova. Un’estetica gotica, fatta di elementi che si sommano litigando e incastrandosi – una specie di tandeta dell’inconscio che viene a galla e cerca di sfogare i più nascosti sentimenti.

E se la Waliszewska ci porta lontani dalla concretezza, il collettivo Slavs and tatars ci riconduce con i piedi per terra, ma una terra fatta di multiculturalismo: il loro lavoro cerca di restituire spazio a narrazioni identitarie e storiche che abbracciano uno spazio transnazionale, varcando quei confini (o quei muri) mentali, geografici e storici che hanno bloccato – e bloccano – l’identità, l’arte e il pensiero.

L’estetica della memoria è dunque il tratto principale, costante e quasi angosciante che percorre come un filo rosso non solo questi cinque nomi, ma quella che sembrerebbe essere un’idea pressante nell’arte polacca. Una memoria che, come si diceva all’inizio, necessita di nuove forme di espressione se non vuole cadere nel dimenticatoio e che quindi si cimenta in un’impellente corsa a salvaguardia di questa attraverso linguaggi nuovi, sperimentali che tengano conto anche dei problemi moderni.

Concentrare l’operato di un artista in un articolo, non è semplice. Concentrarne cinque, ancora meno. Quindici sarebbe stato pressoché impossibile, ma per lo meno si è tentato di lanciare un seme, nella speranza che porti fiore e frutti, ché il mondo ha bisogno di arte.

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