Abram Cytryn – Storie di fame dall’inferno

Racconti dal ghetto di Lodz PoloniCult cover

Racconti dal ghetto di Łódź, la testimonianza di un adolescente dal Litzmannstadt

di Mara Giacalone

Più volte ci siamo occupati di Shoah, di memoria e di testimonianze. Ci torniamo ancora anche oggi per presentare un testo particolare che ci arriva dalla penna e dalle sofferenze di un adolescente che nella sua vita avrebbe voluto fare lo scrittore, ma la cui esistenza è stata presa e spezzata da un’ideologia nera che avviluppa e sottrae. La notizia bella, è che nonostante le vittime mietute, alcuni germogli sono riusciti non solo a sbocciare, ma anche a crescere e oggi Abram Cytryn può essere considerato scrittore a tutti gli effetti.

Racconti dal ghetto di Łódź (Marsilio 2016) è un volume composito e formato da tre parti, la prima contiene 13 racconti su diverse vicende del ghetto, la seconda alcune poesie e l’ultima è un lungo racconto autobiografico. Questo non copioso ma notevole corpus di testi, è sopravvissuto alla guerra e all’oblio grazie alla sorella dell’autore, la quale, sopravvissuta ad Auschwitz, tornando nella casa in cui avevano vissuto ritrovò i fogli del fratello e li portò con sé in Israele dove si decise a pubblicarli solo dopo la morte della figlia. Non fu facile però, per i curatori dell’edizione polacca, rimettere in ordine e insieme il manoscritto – come ricorda Frediano Sessi, traduttore e curatore per Marsilio – nel ghetto la carta era un bene di difficile reperibilità e dunque il giovane Abram usava e riutilizzava lo stesso foglio per scrivere. La lingua è il polacco con delle espressioni popolari in yiddish. Abram era il figlio di un industriale nel settore tessile ma questo non fu certo abbastanza per salvarli o per garantirgli una situazione migliore: anche loro vennero sfrattati e trasferiti nel ghetto – la cui storia meriterebbe un articolo a parte. Łódź fu il primo ghetto ad essere istituito (12 febbraio 1940), il secondo per consistenza numerica e l’ultimo ad essere liquidato. A capo c’era Mordechai Chaim Rumkowski che trasformò sé stesso in imperatore e il ghetto in uno stato alle sue dipendenze specializzato nell’industria tessile: nel 1940 c’erano diciotto grandi laboratori che davano lavoro a settemila ebrei ma nel ’43 le fabbriche e i grandi laboratori erano aumentati a centoquattordici andando ad occupare settantamila addetti (dati riportati nella prefazione).

Delle tre parti, la prima è la più significante e la più riuscita. I vari episodi si susseguono in modo molto veloce, ma condividono tutti un sottile filo rosso: la fame. Si ha l’impressione di essere davanti ad una serie di flash, di deliri e di allucinazioni, immagini di un’umanità ridotta all’osso – e alle ossa – che cerca di restare dalla parte dei vivi anche se ha già entrambi i piedi dall’altra parte, a Marysin – il cimitero ebraico di Łódź. Protagonisti sono quasi sempre Racconti dal ghetto di Lodzbambini e ragazzini – Abram aveva solo diciassette anni quando morì ad Auschwitz, ed è normale che siano proprio i più giovani a popolare le sue pagine: quella era l’umanità che meglio conosceva, quella a cui apparteneva, quella in cui si rispecchiava e di cui condivideva le sofferenze. Per quanto non si possa classificare la sofferenza, giudicarla, ordinarla e dividerla per gradi ed età, sicuramente i sentimenti di un ragazzino erano diversi da quelli di un adulto e questo carattere appare in maniera evidente nei testi. Non si possono definire infantili, ma c’è una sensibilità “candida” e “fanciullesca” che si riflette anche nella scelta del raccontare episodi che prendono in considerazione il delicato rapporto madre-figlio/i come nel primo, Il terribile misfatto di una madre. Storia vera del ghetto di Litzmannstadt. Il testo si divide in diverse parti e i fatti ruotano attorno ai membri della famiglia Bajgelman, la madre Sura, il figlioletto Elie e la sorellina Bincia i quali vivono in uno stato di assoluta miseria: Abram mostra una buona capacità descrittiva riuscendo a rendere in modo vivo e drammatico situazioni al limite dell’accettabile senza cadere nella commiserazione, ponendo fra sé e la descrizione una certa e necessaria distanza: “basta guardare il soffitto pieno di fessure da dove gocciola una pioggia fangosa. Prima ancora di entrare, un odore nauseante di escrementi e di altre porcherie vi prende alla gola. Un ammasso di abiti sgualciti è disseminato sul pavimento e dei mucchi di lenzuoli sporchi sono abbandonati sopra delle sedie rotte, sparse nella stanza con negligenza. Davanti ai vostri occhi si apre una caverna dove regnano la miseria, le tenebre e la rassegnazione”. Questi ultimi tre aggettivi riassumono l’intero episodio, il quale funziona come uno zoom all’interno dell’appartamento di via Pieprzowa, un appartamento in cui giorno dopo giorno si consumano le vite di due piccoli e innocenti figli che guardano alla madre come punto di riferimento, e la vita di una madre sull’orlo della disperazione e dell’impotenza perché non è in grado di dare ai suoi bambini quello di cui hanno bisogno, non solo un’infanzia felice, ma anche cibo e, soprattutto, medicine per curarli: “I figli credono sempre che una madre possa risolvere tutto, ed è normale. Sura piange, le mani rivolte verso il cielo”. E con che coraggio noi lettori possiamo giudicare quello che avviene nell’ultima parte della storia, dopo la morte del giovane Elie, quando la povera Sura non denuncia il decesso alle autorità per poter continuare a recepire i buoni? Uno degli elementi fondamentali che si imparano studiando e approfondendo la letteratura sull’Olocausto, è proprio questa impossibilità di giudizio, perché ci si scontra con definizioni di “bene” e “male” che sono talmente altre da noi, talmente inconcepibili, che l’unica cosa ammessa è un’osservazione silente ma non per questo passiva.

Come giudicare allora, Rumkowski? È possibile esprimere un’opinione sull’imperatore del ghetto che attraversava le strade seduto comodamente sulla sua carrozza? Sono domande che Cytryn si e ci pone in modo indiretto: più volte e in diverso modo parla di Rumkowski, ed è normale che il lettore si faccia una sua idea.

“Per parte sua, il presidente Chaum Rumkowski è sollevato; mentre gli ebrei venivano espulsi dalle loro case e trasferiti nel ghetto, la sua carrozza non ha mai smesso di andare su e giù. […] Il vegliardo dai capelli bianchi porta sulle spalle tutto il peso del ghetto maledetto. Potrebbe liberarsene se vuole, ma visibilmente non ci tiene. La storia mostrerà a tutti chi fu davvero quest’uomo. In ogni caso, l’opinione popolare non gli è favorevole”.

 Dopo che ci è stato presentato come un uomo senza cuore, ci sorprende vedere come aiuta il piccolo Josek che si presenta nel suo ufficio domandando aiuto e un documento per poter lavorare in cucina e dunque assicurarsi un po’ di cibo in più. Il cibo, la più grande ossessione che torna ripetutamente in tutti gli episodi e diventa protagonista quasi indiscussa del libro. Le immagini di pietanze/alimenti e le lamentele sulla fame dei diversi personaggi, si snodano attraverso tutte le pagine rappresentando un leitmotiv soffocante e angosciante che si manifesta a volte in modo più evidente mentre altre rimane nascosto tra le righe ma sempre pronto a ripresentarsi più grande e più famelico: “la loro conversazione ruota intorno a un unico soggetto, sempre lo stesso: il cibo. Parlano di zuppa, di pane, di specialità di prima scelta…”.

C’è un qualcosa, nei racconti di Cytryn che mi fa pensare a Dickens. Probabilmente il fatto che i protagonisti sono quasi sempre bambini, probabilmente il tema della fame, o forse ancora il monocromatismo delle storie che si sviluppa tutto intorno alla scala dei grigi senza mai presentare colori vivi. Ovviamente non è possibile fare paragoni, ma al lettore rimane nella gola quella stessa polvere che si sente durante la lettura di Grandi Speranze o di Oliver Twist. C’è qualcosa nel fondo della pagina, come un pulviscolo, che si adagia sul cuore e crea una spessa patina, quasi una nebbia e per tutto il tempo della lettura viviamo come in una bolla, frastornati dalla contemporanea semplicità e vividezza della penna del giovane Cytryn il quale si mostra ben consapevole e maturo, duro ma non per questo meno umano e sensibile. Una delle pagine che più mostra la compresenza di questi tratti, è il racconto intitolato La guerra che si presenta come una riflessione di un osservatore esterno sulla misera situazione del ghetto e che si conclude con un pensiero sul fascismo e che, sebbene un pochino più lungo di una normale citazione, vorrei riportare per intero:

“il fascismo, l’imperialismo, queste ideologie avvelenate hanno guastato i frutti divini della terra, scavandovi delle gallerie e rodendo le radici vitali che la nutrono. O l’opera distruttrice del fascismo, che ha infiammato i cuori dei tedeschi, porterà alla fine del mondo, o dalle ceneri si schiuderanno i fiori del rinnovamento che trasformerà la cultura e la civiltà umane. Questa guerra infernale, automatizzata, meccanizzata, fulminante, è necessaria? Senza dubbio. La guerra è legge di natura. Dalle macerie dell’idra sorgerà una nuova epoca, si dispiegherà il progresso e non più l’orrore. L’umanità sprofonda nell’abisso dell’ignominia, vive di passioni animali. Eruzioni vulcaniche, scene tragiche e folli. L’essere umano vive e allo stesso tempo crea. Dalle macerie nascerà un’era nuova, e da questa era cultura e progresso. Le scosse telluriche sviluppano la creatività e l’arte. L’arte dà luogo alla bellezza e alla nobiltà. La bellezza e la nobiltà conducono alla perfezione. Dalla perfezione nasce Dio”.

Non sono in grado di assicurare al giovane Abram che sia davvero andata così, che sia davvero così oggigiorno guardandomi intorno. Certo è, che la sua riflessione così pura, adulta e piena di speranza, dovrebbe continuare a risuonare anche a noi. Ed è poi questo il senso del continuo tornare su questi temi, su questo periodo storico più che su altri, per essere certi che prima o poi, le convinzioni di un diciassettenne che aspirava a colorare il mondo con la scrittura, possano davvero trovare realizzazione. Che davvero prima o poi la cultura – e quindi l’arte e la bellezza – possano vincere e trionfare.

 

I gioiosi pessimisti

Cari amici! Al diavolo la tristezza

Con cui ha a che fare la giovinezza.

Il pessimismo vale niente.

Cari amici! Non si ride tutti i giorni.

Abbasso la malinconia e viva la gioia!

E che tutto sia energia, funzioni, si muova!

Gettiamo via le pene e le cattive abitudini.

Siamo dei gioiosi pessimisti,

dei pivelli leggeri come il vento.

Viva la giovinezza e la gioia! Abbasso tutto il resto!

La vita è breve e avventurosa.

Allora restiamo per sempre uniti,

quando si è bevuto il calice fino alla feccia

resta la paura per la vita

invecchiamo di gioia fino all’oblio

dimentichiamo le sofferenze e le sciagure.

Al diavolo la tristezza che distrugge i cuori!

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