Joseph Roth, Viaggio ai confini dell’impero

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Dopo il volume omonimo, un’altra incursione in quel mondo perduto che è la Galizia. Stavolta con la prospettiva storica di Viaggio ai confini dell’impero di Joseph Roth.

di Roberto Reale

Galitia est omnis divisa in partes tres…

Prendete un autore dalla prolificità non comune, e prendete un libricino –smilzo, un centinaio di pagine– da riempire con scritti di quell’autore, in modo da dare agio a chi legge di farsene un’idea, non certo completa, ma neppure troppo inaccurata. È questa la sfida davanti alla quale deve essersi trovata Vittoria Schweizer, curatrice per Passigli Editori di una breve antologia di testi giornalistici di Joseph Roth fresca di stampa, dal titolo suggestivo Viaggio ai confini dell’impero. E il titolo già ci svela qualcosa della strategia adottata, perché gli articoli, trascelti da un corpus che ne contiene a centinaia e centinaia, sono tutti invischiati in una delle “ossessioni” all’autore più care: il confine.

Spingendosi, all’indomani della Prima guerra mondiale, in prossimità delle vecchie frontiere dell’impero asburgico e qualche volta perfino oltre, Roth racconta i luoghi e le persone. In Ungheria, in Galizia, in Polonia, in Ucraina, in Russia, nei Balcani: ovunque egli esamina con spirito critico le mutate condizioni, i differenti equilibri, la frammentazione che a poco a poco sembra prendere possesso dell’Europa. Balena un velo di rimpianto per il progetto asburgico; che l’autore, però, intende non come imposizione di un ordine sostanzialmente estraneo alla gran parte dei luoghi, ma come tentativo grandioso di realizzare una koiné nel posto più difficile, il cuore del continente. La Grande Guerra del resto è anch’essa un confine, che le forme di organizzazione politica e sociale del “vecchio mondo” attraversano subendone una mutazione profonda.

Viaggio ai confini dell'imperoL’approccio di Roth alla descrizione dei luoghi è, in un certo senso, agli antipodi di quello di  Cesare. Quest’ultimo infatti fa della geografia (e anche, perché no, del reportage) una scienza dialettica, scompone i luoghi nelle loro parti e a ciascuna assegna il popolo che l’abita e a questo popolo, a sua volta, una certa funzione nell’economia politica del mondo, generalmente determinando i luoghi, i popoli, le funzioni senza sbavature, con la stessa ragionata sicurezza e la stessa acribia con cui ci dettaglia, ad esempio, la morfologia di un ponte o di una macchina bellica. Per Roth, invece, la nozione di territorio come sede naturale di un popolo, di Urheimeit, perde gran parte del suo senso: a lui interessa al contrario cosa succede quando si tracima il confine, quando si tenta il difficile gioco della coabitazione, insomma quando si mescolano le carte.

Il confine ancestrale è quello stabilito dalla natura: “montagne, fiumi, mare, colline”, secondo l’insegnamento del professor Langensack il cui affettuoso ritratto apre la raccolta. Ma il confine naturale da un pezzo non è più invalicabile, sicché l’uomo vi ha sovrapposto dapprima un confine politico, e poi confini innaturali: “viae crucis”, fatte di perquisizioni alla frontiera, di garitte, di guardie ottuse e brutali. E tuttavia l’irrigidirsi del confine non arresta l’uomo, non spegne l’impulso a valicarlo quel confine. Al contrario, l’urgenza di andare oltre resta tratto primario della natura e dell’esperienza umana, resta forma dell’esserci che neppure la riduzione alle ragioni contingenti del mettersi in cammino spiegano per intero. Ma che all’andare presiedano necessità, spirito di conquista, vocazione alla scoperta, desiderio di conoscere l’altro(ve), l’andare stesso resta monco se non si completa con il dovere umano e civile del racconto: affinché chi è rimasto in patria possa beneficiare dell’esposizione a quell’altrove, a quell’altro; o possa ritrovare a sua volta la strada.

D’altra parte attraversare fisicamente il confine è uno soltanto dei modi per intaccarlo; un altro, non meno efficace, è costruire relazioni con chi sta al di là di esso; un altro ancora, lasciarsi catturare dalla rete che l’altro, lo straniero, getta tra noi per temperare la propria alterità, per aprirsi a una mutazione offrendo a noi l’occasione di compierne una di ugual misura. Così è città “dai confini annullati” Leopoli, “la propaggine più orientale dell’antico mondo”: perché in essa confluiscono istanze originate in una pluralità di altrove, e vi trovano un equilibrio delicato e prezioso. Perché se “l’unità nazionale e linguistica può essere una forza, la varietà nazionale e linguistica lo è sempre”. Dopo Leopoli “inizia la Russia, un altro mondo”. Ma nella capitale della Galizia, divenuta nel frattempo città polacca, la pluralità è “una policromia che non stride”, come “quando la mattina presto si è ancora in quel mezzo sopore ma già mezzi svegli”. Un’immagine che si direbbe presa di peso da Pessoa, ma a cui fa però da bordone la tetra carrellata delle tracce ancor vive della Grande Guerra, in una terra attraversata da quella perversione del confine che è il fronte bellico e ingrassata “dai resti in putrefazione dei soldati tirolesi, degli austriaci della Bassa Austria e dei tedeschi del Reich”. E solcata dai voli dei corvi, che “dalla fine della guerra sono diventati numerosi”.

È presso il confine che la storia segna con tratto più esplicito il suo corso, se non altro nel crescere o decrescere della divaricazione tra il confine stesso e il “centro”. Del resto a Roth, più che la maggiore o minore distanza dal confine, interessa la misura in cui questo si realizza nei luoghi; e la modernità della sua narrazione si riconosce anche nella preferenza che egli senza mezzi termini accorda ai luoghi “a bassa densità di confine”, nei quali va individuato un grado più alto di consapevolezza e, dunque, di civiltà. In Galizia “nei mercati si vendono primitive marionette di legno, come in Europa duecento anni fa”: eppure questa terra che vive “in un isolamento trasognato” non è tagliata fuori, in grazia di un legame costante e vivace con il resto d’Europa. Ma anche, lascia intendere Roth, in grazia di una misteriosa facoltà generativa di autocoscienza, di una quasi alchemica capacità di farsi crogiuolo di culture. Ne è emblema il mendicante che chiede l’elemosina “con signorile rammarico”, rivolgendosi al viaggiatore in russo, polacco, romeno, tedesco e yiddish.

Confine è, ancora, l’inerzia e la resistenza che il nostro sguardo, inevitabilmente viziato, oppongono alla comprensione dell’altrui. Roth, il cui proposito espresso è “smentire i luoghi comuni” e “offrire conoscenza” (concezione alta del giornalismo!) affronta il problema dello sguardo nella raccolta di Lettere dalla Polonia, che è anche il cuore dell’antologia. Dopo la dissoluzione dell’impero asburgico, lo Stato polacco viveva una sua giovinezza in una terra per altri versi antica. Tanto più urgente, dunque, conoscere ciò che stava accadendo in un luogo di cui molti tra i lettori di Roth, reduci dal fronte, avevano peraltro anche una conoscenza diretta; eppure la stessa idea precostituita continuava ad essere “il fondamento dei giudizi raccolti”, orientava la selezione e l’interpretazione dei ricordi, fino a concedere terreno al proliferare delle generalizzazioni e dei cliché. Poiché è impossibile non andare incontro a fraintendimenti, giudicando l’altro “in base alle norme del proprio paese d’origine”, occorre coltivare il più possibile una conoscenza diretta, confortata però dalla vigilanza di un pensiero critico.

Perché leggere Viaggio ai confini dell’impero? Di certo perché lo snello volumetto offre un approccio “sostenibile”, o comunque inedito, al Joseph Roth che è altrimenti noto per le sue opere maggiori; e per il gusto di ritrovare in questi frammenti di scrittura sul campo quei temi che partecipano alla struttura portante dei grandi romanzi e dei lavori di saggistica. Ma prima ancora, in questi anni in cui l’idea di confine torna ad essere oggetto di un dibattito urgente e drammatico, protagonista di irrigidimenti e reciproche incomprensioni, luogo di morte; in questi anni in cui l’Europa rischia di dimenticare quanta parte della sua identità si sia costruita, storicamente, nella capacità di aprirsi al confronto con l’altro, e nello stesso tempo minaccia di esplodere in una costellazione di piccole ostilità reciproche; ebbene, in questi anni è più che mai essenziale  far tesoro dell’insegnamento che Roth seppe trarre dall’Europa appena uscita dalla Grande Guerra: la completezza della civiltà si realizza nella misura in cui siamo capaci di intersecare la nostra identità con quella altrui. “Non c’è tratto di separazione che non sia tracciato con un tenue grassetto, a malapena visibile”.

Nota

Il lettore che volesse confrontare le traduzioni raccolte nel volume curato da Vittoria Schweizer con i testi originali può consultare, ad esempio, i primi tre volumi (Das journalistische Werk) dell’ottima edizione di tutte le opere di Joseph Roth per Kiepenheuer & Witsch, Köln, 1989 (d’ora innanzi KW) disponibile anche in rete. In Viaggio ai confini dell’impero ciascun testo è comunque accompagnato dall’indicazione della fonte: “Der Neue Tag” di Vienna, la  “Frankfurter Zeitung”, il “Prager Tagblatt”, “Das Neue Tage-Buch” di Parigi.

I titoli originali dei pezzi raccolti in Ai confini dell’impero sono, nell’ordine:
Die Grenze
Reise durch Galizien,
Briefe aus Polen,
Kleine polnische Station,
Das Taftkleid,
Rast in Jablonowka,
Wo der Weltkrieg begann,
Blick nach Südslawiem.

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