La squadra spezzata. Per le strade di Budapest tra Puskás e i carri armati

La squadra spezzata

L’Ungheria degli anni Cinquanta tra il calcio e una rivoluzione strozzata nel quasi romanzo La squadra spezzata di Luigi Bolognini.

di Salvatore Greco

Il 2016 d’Ungheria ha portato con sé una grande quantità di evocazioni, coincidenze e anniversari che hanno inevitabilmente dato a molti di che scrivere, in lungo e in largo per il continente, fuori e dentro la grande nazione magiara. È stato innanzitutto il sessantesimo anniversario della Rivoluzione ungherese del ’56, il tentativo coraggioso ma vano dell’Ungheria di sottrarsi alla logica della guerra fredda e al controllo totale dell’Unione Sovietica. Ed è stato anche il ritorno della nazionale ungherese di calcio su un palcoscenico internazionale, quello degli Europei di Francia, dopo un’assenza che durava dai mondiali di Messico ’86. Un fatto, quest’ultimo, meno banale di quanto si possa credere per una nazione innamorata del calcio e che, proprio a ridosso di quel ’56 soffocato nel sangue, aveva proposto al mondo una delle squadre più forti della storia, l’Aranycsapat, la squadra d’oro, l’Ungheria di Ferenc Puskás. Due storie apparentemente distanti, quella dei destini di un popolo orgoglioso della sua squadra di calcio, ma invece quasi indissolubilmente legate, e raccontate con pacatezza e sapienza da Luigi Bolognini nel suo La squadra spezzata edito nel 2016 dai maestri italiani di storie sportive non convenzionali, i tipi di 66thand2nd editore.

La squadra spezzata, che era uscito già nel 2008 per l’editore Limina ed era valso all’autore il premio Selezione Bancarella, è un libro difficile da inquadrare entro categorie di genere. Il respiro è quello di una grande narrazione storico-reportagistica, l’attenzione per i dettagli è tanta come tante sono evidentemente le ricerche di archivio nel ricostruire sia i match in giro per l’Europa della grande Ungheria del pallone che gli scontri di strada nella Budapest invasa dalla guerriglia. D’altro canto la scelta di Bolognini è propriamente narrativa: a cucire le storie e farsene osservatore è il giovane Gábor, figlio delle periferie operaie di Budapest, garzone di un tappezziere, innamorato del pallone e di una sua idea pulita di socialismo e libertà. La squadra spezzata non è però il romanzo di Gábor, non un bildungsroman costruito attorno a lui, ma una storia collettiva e nazionale di cui Gábor è artefice, partecipe e spettatore assieme; Bolognini la racconta con lui ed è da lui che parte tutto.

Si inizia nell’immediato dopoguerra in una Budapest ancora in lenta ripresa, con la costruzione del Nepstadion, lo stadio del popolo, l’opera di orgogliosa edificazione socialista a cui contribuiscono tutti: la gente comune della città, i bambini come Gábor e anche gli eroi del pallone in divenire come Ferenc Puskás. Non è la priorità vera a cui dovrebbe mirare una nazione in cui la maggior parte della gente fatica a mettere assieme il pranzo e la cena, ma una La squadra spezzatacomunità vive anche di simboli e le sfere del Partito lo sanno bene: il calcio è propaganda, religione, coesione sociale, legante potente al di fuori dei suoi confini. Ed è così soprattutto visto il momento eccellente che il calcio ungherese sta vivendo e si appresta ancora a vivere con una squadra di calciatori eccellenti capitanati da Puskás, uno che nel pantheon mondiale del pallone nulla ha da invidiare ai vari Pelé, Maradona, Crujff o Platini. Gábor ne segue le vicende con una partecipazione estrema, pur con i mezzi limitatissimi del tempo: ritagli di giornale con ritardi di settimane e dirette radio accompagnano le roboanti vittorie della Aranycsapat compreso l’oro olimpico del 1952 e due successi contro gli inglesi inventori del football fino a quella che sembra scritta nel suo destino, la conquista della coppa del mondo. La storia dei mondiali di Svizzera del 1954 è nota a tutti gli appassionati di calcio: l’Ungheria ci arrivò da favorita assoluta e conquistò la finale quasi senza faticare salvo poi arrendersi all’ultimo atto contro la Germania Ovest in una partita incredibile entrata nella storia come Il miracolo di Berna. Quel miracolo, che per gli ungheresi è una tragedia, Gábor lo vive dentro il suo Nepstadion dove i tifosi ungheresi si stipano a guardare un campo deserto e ad ascoltare insieme per radio la partita che si gioca mille chilometri lontano.

Dopo quella partita persa è come se in Ungheria scoppi all’improvviso un’enorme bolla di sapone: le privazioni di un’economia pianificata che non decolla iniziano a diventare più pressanti, le angherie della polizia politica diventano più pesanti, il clima di oppressione diventa irrespirabile. Come se a tenere assieme le speranze di una nazione fosse solo il sentirsi rappresentati dalle gesta tecniche di Puskás e dal genio tattico di Sebes e una volta crollato quel mito tutto fosse destinato a sbriciolarsi. Così Gábor, il cui socialismo personale è puro e sincero, prende parte alle prime timide proteste che poi sfociano nella guerriglia, nella delegittimazione del governo, rappresaglie contro la polizia politica e gesti eclatanti come l’abbattimento della grande statua cittadina di Stalin. Il ragazzino con la maglia dell’Aranycsapat nell’armadio prende d’assalto le strade, vede feriti e morti, sente la speranza e il terrore, ma soprattutto il tradimento dell’eroe. All’epoca dei fatti d’Ungheria, buona parte dei grandi calciatori ungheresi era rimasto a occidente per impegni calcistici, tra loro Puskás impegnato con la squadra a Bilbao per un match di Coppa dei Campioni. Un tradimento o una necessità, una fortuna o una mancanza, è difficile da dirlo soprattutto per via dei vari destini individuali di un gruppo variegato. Fatto sta che da quel momento arriva la fine dell’Aranycsapat, dei suoi valori calcistici e di quelli simbolici. La squadra spezzata, come la resistenza spezzata degli ungheresi, resta la cifra stilistica di una stagione mai compiuta, come la rivoluzione o come la conquista della coppa del mondo.

Negli anni successivi all’esplosione delle storie di calcio raccontate in televisione da Federico Buffa, il rischio della retorica e della pomposità è sempre dietro l’angolo per chi si appassiona alle grandi narrazioni sportive tra calciatori trasformati alla bisogna in eroi picareschi o in maestosi titani. Bolognini se ne guarda bene, tratta con affetto la forma fisica non propriamente atletica di Puskás, le sue brillantezze tecniche e il rispecchiarsi nei colori del tramonto della storia attorno. La squadra spezzata non è forse il libro più interessante su Puskás, di certo non è il contributo più valido alla storia della rivoluzione ungherese, ma è un libro che queste due storie le intreccia e racconta con calore e umanità, come è giusto che faccia un grande racconto di sport.

Iscriviti alla newsletter di PoloniCult

Iscriviti per ricevere in anteprima le novità di PoloniCult, la raccolta dei nostri migliori articoli e contenuti speciali.

Non ti invieremo mai spam, rispetteremo la tua privacy e potrai recedere in ogni momento.

Condivisioni 0