Ziemowit Szczerek – viaggio nell’Ucraina che non c’è

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Tatuaż z trybuzem è un reportage del giovane Ziemowit Szczerek da un punto all’altro dell’Ucraina alla ricerca di un’identità impossibile.

di Salvatore Greco

Nell’immaginario italiano, perlomeno in quello di chi non ha una passione spiccata per la geopolitica, l’Ucraina è una creatura strana. Talmente strana che la maggior parte del dibattito fino a poco tempo fa riguardava l’accento: Ucràina o Ucraìna? Sono state le vicende degli ultimi anni, prima con la famosa/famigerata rivoluzione arancione poi con il tracollo iniziato dalle proteste di Majdan, ad accendere su questo Paese un interesse un po’ più “pop” che ha prodotto anche una corposa bibliografia più o meno attendibile. Se è valido asserire che il modo migliore di conoscere qualcuno è sentire cosa ne dicono i suoi vicini, allora è proprio tempo di dedicare un po’ di attenzione a un bel libro polacco sull’Ucraina: Tatuaż z tryzubem (Tatuaggio con il tridente) di Ziemowit Szczerek, uscito per Czarne nel 2015.

Szczerek è una delle voci più giovani della scuderia di Czarne (è un classe ’78) e sicuramente una delle penne meno canoniche della grande scuola polacca del reportage. Basti sapere che le altre sue scorribande sul mercato editoriale sono una sorta di storia alternativa della Polonia a metà tra il saggio e il romanzo utopico/distopico e un altro reportage sull’Ucraina dall’eloquente titolo di Przyjdzie Mordor i nas zje (Verrà Mordor a divorarci) uscito nel 2013 per il collettivo Ha!Art. Questo “Tatuaggio col tridente” è probabilmente un po’ più canonico – già dalla scelta di non ammiccare nel titolo alla cultura pop –  rispetto al precedente e nonostante lo stile reportagistico non sia esattamente dei più rigorosi, restituisce con una certa onestà la quantità di impressioni che l’autore ricava dal suo viaggio in Ucraina, un Paese che –nei fatti- non esiste.

Il viaggio di Szczerek parte coerentemente dall’ovest, dal confine polacco, per procedere verso est fino ad arrivare al confine (militarizzato) delle repubbliche secessioniste di Donetsk e Lugansk – nuovissime creazioni sullo scacchiere geopolitico internazionale. Non è questa la sede per discutere la legittimità formale della situazione, ma è bene averla presente perché sul senso di tutto questo Szczerek si interroga e interroga a sua volta i suoi interlocutori senza soluzione di continuità.

Quella che gli si presenta non appena varcato il confine polacco è una terra bramosa di identità. Tutto ciò che è fisicamente possibile dipingere, scrive Szczerek, è dipinto di giallo e azzurro, i colori della bandiera ucraina. Edifici, pali della luce, ponti, fermate dell’autobus. È il ritratto evidente di una parte di comunità che cerca di legittimarsi, di sentirsi tale e affrancata dal passato sovietico (e oggi, in una versione edulcorata della cosa, dall’orbita egemonica russa) nella speranza di fare il percorso che è toccato ad altre realtà come le repubbliche baltiche o la stessa Polonia. Questa ossessione di colorare tutto, o di tatuarsi il tridente simbolo nazionale come dice il titolo, sembra una forma di compensazione disperata, un accumulare simboli per nascondere un vuoto e darsi un senso per guardare al mondo. Anche se in modo non sempre condiviso.

«Cosa ha dato questo Occidente alla Polonia o alla Lituania?» chiese d’un tratto il guercio e girò distrattamente la testa. Merda, disse, merda gli ha dato. Sono i Paesi più poveri dell’Unione. Sotto il comunismo avevano fabbriche, industrie, e ora? A pulire cessi in Inghilterra. Io non lo so, eh, faceva spallucce, sono solo uno scettico, vi pongo solo delle domande: se credete davvero che in Occidente avreste qualcosa di più che un lavoro duro e mal pagato, che andrete in giro in Mercedes e non starete a pulire cessi, allora tanti auguri e buona fortuna.
I commercianti lì vicino provavano a discuterci, gli parlavano della libertà di parola, della democrazia, dell’assenza di corruzione, e lui si limitava a sbuffare:
«Mancanza di corruzione, certo, democrazia, certo, credete davvero a queste favolette? Che in Occidente non ci sia corruzione, che ci sia davvero la democrazia? Ma che siete, cretini? Credete alle favole? Alla propaganda?»

E alle obiezioni del vecchio scettico con una patina di nostalgia, la domanda scatta automatica:

“E allora cosa dovremmo fare? Stare con la Russia?”.

Il tema di fondo della scelta tra Russia e Occidente percorre come un binario sotterraneo tutto il viaggio di Szczerek attraverso l’Ucraina, è la domanda sottile che si pone ogni suo interlocutore, di qualunque natura esso sia, ma allo Szczerek Ucrainastesso tempo non è l’unica e anzi disvela con forza la sua incompiutezza. Il dramma dell’Ucraina che emerge dalle parole di questo libro è quello di non essere una nazione, ma un agglomerato un po’ forzato di tradizioni, storia e persino lingue diverse. Dalla Galizia e Leopoli dove si respira un’aria fin de siècle asburgica tra eleganti strade di ciottoli e birrerie sotterranee alla magnificenza mastodontica di gusto russo di Kiev passando per le zone di “confine” tra l’Ucraina ufficiale e le repubbliche separatiste dove sembra dominare un surreale fatalismo da terra di nessuno. Tra un pezzo che si sente legato ai destini della Russia, uno che si sente legato alla Mitteleuropa e un altro che semplicemente cercherebbe un senso alla propria esistenza, l’Ucraina che cerca di riconoscersi come tale è debole e pressoché inesistente come ben certificano ancora una volta le parole raccolte da Szczerek.

«Sono Ucraino, ma è un’identità che mi sono scelto. Ma se qualcosa iniziasse a non suonarmi bene, di questo essere ucraino me ne chiamerei fuori e via».

Tatuaż z tryzubem è un libro che affronta temi seri, gravissimi, a volte drammatici senza perdere mai la bussola, ma al contempo lo fa con un tono narrativo, non ha la forza tonale dei veri grandi reportage ma anche per questo si può permettere uno stile meno compassato, meno severo, e che anzi spesso si lascia trascinare (probabilmente troppo, per il gusto di alcuni) verso l’ironia e lo snocciolamento di opinioni personali anche abbastanza tranchant. Quello che Szczerek ci propone è un viaggio assieme a lui più che un resoconto del suo viaggio; un’esperienza condivisa e diretta tramite la quale conoscere l’Ucraina, attraverso le sue strade, i suoi abitanti, la schiettezza di una realtà che vive la sua quotidianità sporca al cospetto di una storia complessa e senza che le due cose si neghino l’una con l’altra. Una lettura interessante, insomma, vicina quanto basta per conoscere le idiosincrasie intrinseche di una (non)nazione, ma distante a sufficienza da mantenere nelle giuste misure il coinvolgimento.

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