Treblinka – cronaca dall’inferno

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Da Est lo stile preciso e tagliente del reportage per dare voce a chi la voce è stata tolta

di Mara Giacalone

Non è la prima volta che la pagina virtuale di PoloniCult si apre alle dolorose voci di chi è stato testimone dell’Olocausto e questo perché, da polonisti, è semplicemente impossibile evitare di parlarne, aggirare l’ostacolo e lavarsene le mani. Per capire la Polonia di oggi, bisogna essere disposti a guardarne le ferite o lo sguardo che le si potrà rivolgere, sarà solo quello di un turista che l’ha scelta come meta per la sua economicità…

Torniamo oggi con ESTensioni per parlare di un libricino – forse sarebbe meglio dire pamphlet – di sole 79 pagine edito per i tipi di Adelphi: L’inferno di Treblinka a cura di Vasilij Grossman. Nome russo accanto ad un cognome ebraico: Grossman (1905-1964) nacque in una famiglia ebrea residente nella cittadina ucraina di Berdyčiv (luogo che diede i natali anche al caro Józef Korzeniowski – Joseph Conrad) che all’epoca era un importante shtetl in cui abitavano quasi 30.000 ebrei e che verso il 1861 figurava come la seconda comunità ebraica dell’impero russo. Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, Grossman divenne corrispondente di guerra seguendo le azioni dell’Armata Rossa e pubblicando i suoi reportage proprio su “Krasnaja zvezda”, organo ufficiale dell’armata. Il suo lavoro al fronte gli permise di pubblicare, tra il 1944 e il ’45, un libro sui crimini nazisti perpetrati ai danni degli ebrei in territorio sovietico – Il libro nero (Arnoldo Mondadori Editore). L’adesione al regime venne però meno dopo l’ondata antisemita che tra il ’49 e il ’53 travolse l’Unione Sovietica, fattore che lo fece cadere in disgrazia e che si ritorse contro le sue opere: il suo testo più famoso, Vita e Destino (Adelphi), venne sequestrato e ne fu possibile la pubblicazione solo grazie al fatto che si salvarono delle copie. Quello che per noi è più importante, però, è che nell’autunno del 1944, egli scrisse e pubblicò queste ottanta pagine dopo la liberazione del campo. Apparso sulla rivista “Znamja”, lo scritto venne letto al collegio d’accusa del processo di Norimberga.

treblinkaL’inferno di Treblinka è un reportage che si basa sulle testimonianze che Grossman riuscì a recuperare quando, insieme all’Armata Rossa, arrivò al campo. Le voci che raccolse arrivano dai pochissimi superstiti, dai contadini polacchi che abitavano la campagna circostante e dalle stesse guardie. Non ci arrivano dirette, non ci sono citazioni e non si sente direttamente la voce dei testimoni, ma in alcuni passaggi l’autore fa i nomi di chi ha avuto il coraggio e la forza di essere gli occhi e la bocca della verità. Non c’è una storia da narrare, non sono le vicende di un qualche sopravvissuto raccontate con quel tono prosastico e drammaticamente holliwoodiano che purtroppo sempre più caratterizza quella che è stata definita la holocaust industry. Il tono della voce che racconta è secco, duro, freddo, la voce di chi ha la bocca asciutta perché le parole per descrivere certe cose sembrano mancare, sembra non siano mai nemmeno state create, ma parole che tuttavia arrivano, perché la necessità di pronunciarle è troppo impellente. Una prosa scarna e scientificamente precisa, con dati, numeri e dettagli così tecnici da ricreare perfettamente quella meticolosità che tanto stava a cuore al regime nazista e che tanto bene è stata messa in pratica nella costruzione dell’enorme sistema della fabbrica della morte.

“Parsimonia, precisione, oculatezza, attenzione maniacale per la pulizia sono caratteristiche tutt’altro che negative e tipiche di molti tedeschi. Se applicate all’agricoltura o all’industria danno il giusto frutto. L’hitlerismo le applicò ai crimini contro l’umanità: le SS del campo di lavoro polacco agivano come se stessero coltivando patate o cavolfiori” (NB: la specificazione polacco ha SOLO e SOLTANTO valore geografico)

Treblinka si trovava – si trova – a est di Varsavia, sulla linea ferroviaria per Siedlce: una sessantina di chilometri intercorrono tra i due punti. Treblinka era costituita da due campi, anche se di uno nessuno sapeva nulla. Il campo 1 era un “normale” campo di lavoro in cui lavoravano soprattutto polacchi che avevano trasgredito alle leggi vigenti nell’allora Governatorato Generale; il campo prese vita nell’autunno del 1941 e continuò la sua terribile esistenza fino al 23 luglio del ’44, quando gli stessi nazisti lo rasero al suolo mentre i prigionieri già sentivano in lontananza il rombo sordo dell’artiglieria sovietica. A 3 km da questo primo girone dell’inferno, troviamo il secondo campo, la cui costruzione iniziò nel maggio del 1942 e rimase in funzione per 13 mesi, fino all’agosto del 1943: ogni giorno, arrivavano da uno a tre convogli; ogni convoglio contava sessanta vagoni e ogni vagone trovava stipate al suo interno dalle 150 alle 200 persone. Nel campo 2 c’erano in totale 10 camere a gas e ognuna di esse poteva contenere 400-600 persone portando ad un totale di 4.000-6.000 persone quando tutte e dieci le stanze erano piene. Se seguiamo il calcolo di Grossman, arriviamo a stabilire che in tredici mesi – trecentonovantasei giorni – quasi 5 milioni di ebrei vi morirono. Ovviamente non stiamo parlando di problemi di matematica, non ci interessa sapere quante mele sono state mangiate, e quindi forse è anche ridondante stare sempre a sottolineare il numero visto che quella cifra totale non corrisponde – e non corrisponderà mai – a ogni singolo individuo a cui è stata strappata la vita. Certo è che le cifre servono. Servono per rendersi conto di cosa fosse grande, enorme ed incredibilmente bestiale, quello che è stato. Grossman, si trova obbligato a soffermarsi su questi dettagli perché il suo compito era quello di recuperare informazioni e inviarle al governo, ma dalla lettura del suo testo, si capisce che il suo intento è ben lontano da un cinico e gelido discorso numerico. Il suo metodo di esposizione dei fatti ricorda i testi di Primo Levi e di Leonardo de Benedetti contenuti nel libro Così fu Auschwitz (Einaudi) che si caratterizza per essere una raccolta di testimonianze in cui i due sopravvissuti, con rigore scientifico, mostrano dati e dettagli della grande macchina della morte.

Dopo una prima parte descrittiva dei vari gironi dell’inferno di Treblinka – metafora usata dall’autore per illustrare come e cosa avveniva delle vittime una volta arrivate al campo 2 – la seconda parte del testo mostra l’epilogo del campo. Siamo nel novembre del ’43, il 2 agosto c’era stata una rivolta e il 19 dello stesso mese era arrivato l’ultimo trasporto:  Himmler in persona si presenta sul posto, con un ordine ben preciso, quello di  procedere seduta stante alla cremazione dei corpi già sepolti, tutti quanti, portare fuori dal lager le ceneri e i resti spargerli sui campi e sulle strade. Un ordine piuttosto complicato da eseguire visto che sotto terra c’erano già centinaia di migliaia di cadaveri. Le motivazioni sono presumibilmente due, la decisiva vittoria di Stalingrado da parte dell’esercito sovietico e il ritrovamento, in quella primavera, delle fosse di Katyń. Quello che è certo è che Himmler – lui e chi più in alto – voleva distruggere le prove di quello che era stato fatto. Per ben sei volte Grossman si chiede come fosse possibile che i tedeschi credessero davvero di riuscire nell’impresa di cancellare tutto. Come se si trattasse di ricoprire con vernice fresca la scritta su un muro. O cancellare con lo sbianchetto una parola scritta male. Lavare via lo sporco dalla macchina che abbiamo parcheggiato in giardino e sulla quale ora ci sono aghi e resina. No, cancellare tutti quei cadaveri, cancellare il ricordo in chi vide i treni passare pieni di gente e tornare carichi di sabbia, cancellare il ricordo a chi attraverso quell’inferno ci è passato, era davvero un’impresa titanica che nemmeno i grandi eroi della razza pura sono riusciti a condurre. E infatti Grossman ci spiega di come il processo di cremazione andasse troppo lentamente secondo le aspettative di Himmler, di come venne chiamato uno “specialista” per costruire qualcosa in grado di bruciare tutte quelle prove. Ma anche così, il lavoro fu sommario. Il suolo vomita pezzi di ossa, denti, carta, oggetti – non li vuole quei segreti.

Non li vuole la terra. Non li vogliono i vivi. Non li vollero nemmeno i nazisti. Non li volle nessuno quei resti. Ma dovremmo volerli tutti. L’inferno di Treblinka: l’autore non poteva scegliere titolo più indicato. Non è una discesa negli inferi come quella di Dante, ma sicuramente Grossman si comporta un po’ da Virgilio aprendoci gli occhi e mostrandoci quello che altrimenti non vedremmo. Quello di cui altrimenti non faremmo esperienza: Chi scrive ha il dovere di raccontare una verità tremenda, e chi legge ha il dovere civile di conoscerla, questa verità. Anche Grossman, come tutti quelli che hanno scritto dopo di lui, ci richiama all’obbligo morale di conoscere e non essere spettatori passivi. La sua penna è dura, durissima contro chi ha creato e perpetrato tutto ciò, è pesante e intransigente perché noi sappiamo. Sappiamo e per questo siamo chiamati a giudicare e a giudicarci:

Tuttavia, oggi come ieri parlare della responsabilità della Germania per quanto è accaduto non basta. Oggi bisogna parlare della responsabilità di tutti i popoli e di ogni singolo cittadino del mondo per quanto accadrà.

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Ottanta pagine, anzi, settantanove pagine di un libricino piccolo piccolo sono abbastanza per descrivere e rendere testimonianza? Si e no. Si, perché la concisione e la precisione gelida di Grossman riducono all’osso le informazioni che ci fornisce, eliminando ogni elemento prosastico che avrebbe reso la narrazione più leggera ma meno diretta, con il risultato di mostrarci solo il punto centrale. No, perché non è concepibile racchiudere tutto quello che è stato in un pamphlet. Eppure funziona, eppure basta. E basta, è anche la parola che risuona in testa durante la lettura e martella e martella fino a quando, stremati, non si staccano gli occhi dalle pagine. Ma è solo il tempo necessario a riprendere fiato, perché si sente il richiamo a tornare accanto a Grossman per continuare a guardare. È un grande libro, nonostante le dimensioni. Solo un appunto mi sento in dovere di fare, da lettore esterno, le troppe, a volte inutili e gonfiate, sottolineature in merito a ciò che ha fatto l’Armata Rossa – le vittorie e la liberazione dei campi.

Ma nonostante questa piccola sfumatura – normale, tenendo conto chi è che sta scrivendo e per chi scriveva – il testo è una lettura, una verità, che va affrontata. E per tutta la durata del testo, vi risuoneranno in mente i versi della poesia Przedmieście di Miłosz: Pył wapienny, toczą się wagony. A w wagonach czyjaś skarga skamlająca. ( Polvere di calce viva, i vagoni ondeggiano. E nei vagoni, i gemiti di qualcuno).

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