Storie di donne bulgare

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Uno sguardo sul cinema bulgaro attraverso due film che, a un quarto secolo di distanza, raccontano ciascuno la storia diversa di una donna e del suo conflitto con la società.

 

di Andrea Ferrario

 

Il cinema bulgaro rimane purtroppo ancora un oggetto sconosciuto per il pubblico italiano. I casi in cui è riuscito a emergere dall’ambito ristretto del circuito dei festival e a trovare una distribuzione nelle sale del nostro paese si contano sulle dita di una mano. Il più recente film bulgaro uscito nelle sale italiane è “Urok”, un’opera del 2015 che però è arrivata sui nostri schermi solo a inizio 2016. La traduzione del titolo sarebbe semplicemente “Lezione”, ma i distributori hanno deciso di fare uscire il film in Italia con un doppio titolo inglese e italiano, “The Lesson – Scuola di vita”, evidentemente nel tentativo di dargli una vernice internazionale in un paese in cui sulla produzione culturale del paese balcanico pesano ancora pregiudizi del tutto ingiustificati. “Urok”, firmato a quattro mani da Kristina Grozeva e Petar Valchanov, prende le mosse dagli inutili tentativi di  Nadežda, insegnante di una scuola di provincia, di individuare chi tra i suoi alunni le ha rubato il portafoglio scomparso durante una mattinata di lezioni. Nadežda appare come una donna moralmente rigida e fermamente decisa a ottenere che venga stabilita la verità nel nome della giustizia. Parallelamente, emerge che il marito dell’insegnante, un uomo semialcolizzato e inetto, si è fortemente indebitato all’insaputa della moglie e che nel giro di pochi giorni la società creditrice sfratterà i due coniugi dalla casa in cui vivono con la figlia. Nadežda si mette alla ricerca di soldi per salvare il tetto familiare, ma senza riuscire a liberarsi dalla morsa del debito. Il padre ricco e risposatosi con una donna volgare rifiuta altezzosamente di prestarle denaro e l’usuraio al quale si rivolge la ricatta tentando di abusare sessualmente di lei. Alla fine l’insegnante decide di rapinare una banca mascherandosi il volto. Il colpo ha successo e Nadežda riesce così a ripagare il debito. Tornata in classe, individua per un caso l’alunno che le ha rubato il portafoglio, ma non lo punisce: ora anche lei è una ladra.

Donne bulgare

“Urok” è un film dagli intenti realistici che, secondo i registi, si ispira a un caso veramente accaduto. La regista Grozeva ha addirittura dichiarato che “questo non è solo un film, è la realtà”. I riferimenti alla realtà sociale della Bulgaria odierna sono in effetti numerosi. Per esempio, il tema del debito si ricollega alla bolla finanziaria gonfiatasi a partire dall’inizio del millennio e che con il suo scoppio nel 2009 ha portato il paese in una situazione di crisi sociale ancora in atto. La protagonista poi è un’insegnante, una categoria da lungo tempo miseramente retribuita (non a caso Nadežda è costretta ad arrotondare lo stipendio lavorando come traduttrice), ma sulla quale l’attuale corrotto establishment bulgaro, che spesso ricorre al patriottismo per puntellare il proprio fragile potere, fa pesare l’oneroso compito di farsi garante della cultura nazionale. Sono stati proprio gli insegnanti che nel 2007, con un lungo sciopero a oltranza, hanno dato il via in Bulgaria, dopo oltre un decennio di stasi, a un’ondata di mobilitazioni che è poi culminata nelle grandi manifestazioni del 2013. Mobilitazioni che, se da un lato sono state l’occasione per una presa di coscienza sociale, dall’altra sono terminate senza alcun cambiamento rilevante nel paese e sono state accompagnate da un’autodistruttiva ondata di suicidi per protesta o per disperazione. Il film pertanto si ricollega in modo interessante alla realtà bulgara e l’impianto narrativo ben strutturato coinvolge lo spettatore fino alla fine. Ci sono però anche molti punti deboli. Il film è in sostanza un racconto morale (non a caso si intitola “Lezione”), una parabola che in ultimo astrae dalla complessità delle tensioni che oggi attraversano la Bulgaria, entrando così in conflitto con i propri intenti realistici e rimanendo di conseguenza a metà strada. Ciò risulta evidente anche nelle scelte stilistiche: luci neutre troppo simili a quelle di uno spot pubblicitario, nonché una recitazione minimalista (in particolare l’inespressività della protagonista) volta più a ricalcare modelli ormai usurati di certo cinema europeo “impegnato” e a conquistare il pubblico elitario dei festival che ad affrontare con coraggio e radicalità i problemi concreti della Bulgaria odierna. Inoltre, la scelta di ritrarre i personaggi maschili come scontate macchiette (non solo il marito, ma anche il padre e l’usuraio) non dà maggiore risalto alla condizione di donna oppressa vissuta dalla protagonista, ma la porta a sprofondare anch’essa nella banalità e nei cliché cinematografici. In ultimo, quindi, la debolezza di “Urok” è quella di essere un film troppo rassicurante, il contrario di quello che vorrebbe essere nelle sue evidenti intenzioni.

Ben diverso è il caso di un altro film bulgaro che ha alcuni punti in comune con “Urok”. Si tratta di “Az, grafinyata” (“Io, la contessa”) di Petar Popzlatev, uscito nel fatidico 1989. È anch’esso uno dei rarissimi film bulgari che ha avuto una distribuzione nelle sale italiane, grazie anche al fatto di avere vinto quell’anno il Festival Internazionale Cinema Giovani di Torino presieduto da Nanni Moretti. E come “Urok”, anche “Az, grafinyata” è incentrato sulla figura di una donna e del suo scontro con la società. Il film narra le vicende di Sibila, una diciottenne di Sofia. La vediamo incontrarsi con amici nella calda estate del 1968, mentre nella capitale bulgara si svolge uno dei tanti vuoti riti dei regimi socialisti di allora, il Festival mondiale della gioventù studentesca. Per la polizia bulgara, che teme gli effetti contagiosi della Primavera di Praga, è l’occasione per scatenare repressioni: tosature forzate per i “capelloni” e arresti indiscriminati di giovani dall’aspetto non conforme alle norme sociali. Sibila, nota tra gli amici come “Sisi la contessa”, viene arrestata in una di queste retate per possesso di droghe pesanti e mandata al confino in un villaggio sperduto. Inizia così una spirale che porterà Sisi a entrare e uscire da campi di lavoro forzato e cliniche psichiatriche, ad abortire e a tentare poi un matrimonio dal quale infine fuggirà in una livida alba verso un futuro ignoto.

Donne bulgare

(foto di lab80 distribuzione)

Se “Urok” si ispira a un non meglio precisato caso realmente avvenuto, “Az, grafinyata” si ispira alla storia di un personaggio reale chiaramente identificato e che era ancora in vita quando il film è stato realizzato. Si tratta per l’appunto di “Sisi la contessa”, una figura leggendaria della boheme sofiota degli anni sessanta e settanta, nota tossicomane morta poi di overdose nel 1995. Talmente radicata era la sua leggenda che la pittoresca casetta nella quale viveva nel pieno centro di Sofia è sopravvissuta fino a qualche anno fa alla speculazione edilizia poiché si narrava che il posto fosse infestato da fantasmi. La Sisi reale non è solo il personaggio sul quale è incentrato il film, ma è anche stata consultata per la stesura della relativa sceneggiatura, di cui è autore Angel Vagenshtain, scrittore e sceneggiatore tra i più impegnati nel rompere con i dettami dello stalinismo all’inizio degli anni sessanta. Il progetto del film è stato a lungo osteggiato dal regime comunista e così alla fine l’opera è uscita, per una fortunata coincidenza, proprio nel momento stesso in cui il regime crollava. Le coordinate della sua genesi e la scelta del 1968 come anno da cui la sua trama prende mossa fanno sì che “Az, grafinyata” tocchi direttamente o indirettamente alcuni momenti chiave della storia non solo bulgara, ma anche europea e mondiale: l’uscita dalla morsa ideologica degli anni ’50, l’ondata di ribellione del 1968 e il crollo del socialismo di stato nel 1989. A dare un tocco di freschezza al film contribuisce il fatto che il regista Popzlatev è al suo primo lungometraggio e che la straordinaria interprete, Svetlana Yancheva, è al suo primo ruolo di protagonista. La Sisi ritratta dal film è una ragazza di estrema vitalità, che non evita mai, anzi cerca, il conflitto con le istituzioni, e che pur nel ruolo di vittima del sistema sa tenere testa fino all’ultimo a chi vuole ingabbiarla in un mondo che non è il suo. Spesso è aggressiva, ma è anche capace di mostrare grande tenerezza o solidarietà, per esempio nei confronti delle compagne di prigionia. Gli uomini che popolano il film non ne escono bene nel complesso, ma non sono delle macchiette come in “Urok”, bensì personaggi dalle sfaccettature multiple. Il padre cede alle pressioni della polizia che vuole la sua autorizzazione per mandare Sisi al confino, ma poi si attiva con impegno per proteggere la figlia. Il poliziotto del campo di lavoro è ottusamente ligio al suo dovere, ma sa anche essere umano, mentre lo strambo psichiatra che cura Sisi sotto certi versi le assomiglia perché anche lui, con i suoi metodi innovativi, cerca di aprire un varco in un sistema opprimente. Grazie al confronto con questi maschi che non sono solo degli inetti, la figura di Sisi riesce a fare risaltare ancora di più la propria forza e volontà di indipendenza. Se Yancheva è eccezionale nell’interpretare questa ostinata vitalità senza mai uscire fuori dalle righe, Popzlatev è molto bravo nel dirigere il film. Le ombre e le luci oblique che colpiscono i personaggi sottolineano il contrasto, già insito nella narrazione, tra il sistema repressivo e la protagonista che cerca di sfuggirgli. L’uso molto limitato di primi piani fa sì che i personaggi si fondano con il contesto che li circonda, e lo stesso effetto ottengono le ambientazioni rurali anonime o le luci livide con le quali vengono ritratte le fatiscenti strutture istituzionali come la clinica psichiatrica, il campo di lavoro o le stazioni di polizia. Popzlatev sceglie anche di utilizzare un voice over in cui la protagonista sottolinea alcuni momenti di transizione nel film, ma ne fa un uso molto parco, che si limita a dare maggiore forza alla soggettività di Sisi. “Az, grafinyata” rimane a un quarto di secolo di distanza uno dei film più forti e sinceri del cinema bulgaro. “Urok” ha tentato un’operazione simile senza però cogliere nel segno e giungendo a troppi compromessi. Così come avevano fatto le mobilitazioni del 2013, anche il cinema bulgaro, con film come “Urok”, sta comunque cercando di rompere il ghiaccio, e si tratta sicuramente di un segnale positivo.

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