Apologia di un classico. Ślub: dramma sull’esistenza in tre atti

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Ślub

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di Mara Giacalone
 

Parlando di classici polacchi e pensando a Gombrowicz, il collegamento principale è senza ombra di dubbio Ferdydurke. Ma visto che con questa serie di articoli vogliamo togliere un po’ di polvere a libri che da troppo tempo sono finiti nelle retrovie delle nostre biblioteche, o peggio ancora, non ci sono proprio arrivati, colgo l’opportunità di raccontarvi di Ślub, testo che rimane sempre in disparte.

Lo dirò subito senza giri di parole o senza fingere: terminata la lettura -scolastica- l’ho trovato particolarmente banale. Forte di una più che discreta conoscenza di Gombrowicz e delle sue opere, ho classificato questo testo come una virgola grigia posata a caso tra Ferdydurke e Cosmo.

A volte bisogna tornare sui propri passi. Ślub è un ottimo testo e si, è situato esattamente nel mezzo della produzione del nemico della forma, ma in modo del tutto straordinario.

Scritto durante l’auto-esilio argentino, uscì nel 1948 in spagnolo con il titolo El casamiento e arrivò in Polonia in un’edizione datata 1957 che conteneva anche Trans-atlantyk – fattore che probabilmente giocò a sfavore del primo. Ma essendo il testo una pièce teatrale è importante sottolineare la data in cui avvenne la prima realizzazione scenica: bisogna aspettare fino al 1960 e spostarsi a Gliwice, in Slesia; purtroppo però il progetto di Jerzy Jarocki non ebbe molta fortuna, in quanto dopo poche rappresentazioni venne proibito dalla censura.

Essere o non essere

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Ślub è un sogno -come confida l’autore a Dominique de Roux in Testamento-, il sogno di Enrico, un giovane soldato di istanza in Francia che in un battito di ciglia (le avrà forse chiuse per addormentarsi?) si ritrova in uno scenario che desta la sua meraviglia e perplessità: come è possibile che il luogo in cui si trova assomigli alla Podolia, sua zona natale, e come è possibile che ci siano i suoi genitori, la sua fidanzata? E ancora, come mai gestiscono una locanda? Enrico non capisce se quello di cui sta facendo esperienza sia realtà o frutto di una fantasia/sogno e il lettore pure rimane con questa domanda fino alla fine. Enrico ha consapevolezza di trovarsi in una zona grigia, in un qualcosa di non ben definito, e ne sfrutta le infinite possibilità. Si rende conto di poter manipolare e piegare a suo piacimento e favore le azioni di chi gli sta intorno per poterne trarre vantaggio. È così che trasforma il padre in re, salvo poi detronizzarlo per prendere lui stesso tutto il potere, ma non contento di ciò, Enrico esige un sacrificio che testimoni e renda legittima la sua autorità…

Gombrowicz è un autore spietato e non lascia scampo a noi e alla nostra realtà. Scrisse il testo tenendo ben presente la situazione politica europea, avendo in mente due figure che avevano cambiato radicalmente la storia del vecchio continente, Hitler e Stalin. Il sogno di Enrico può tranquillamente essere sovrapposto alla storia di questi due dittatori. Il popolo che gli da voce e potere, la (non troppo) lenta presa di coscienza che con la forza si può ottenere tutto, la possibilità di far cadere gli avversari – in Gombrowicz il padre, in un richiamo freudiano non tanto velato- fino ad ottenere un potere così sconfinato da essere in grado di giocare con la vita degli altri a proprio uso e costume -come la Storia ci insegna.

Ciò di cui però non si rende conto il protagonista -e nemmeno noi nella maggior parte dei casi- è che lui stesso è a sua volta manipolato e usato dagli altri: Enrico infatti è mosso da un personaggio quasi secondario, un ubriaco. Questo personaggio si rivela però essere il vero autore dell’opera: lui, attraverso i suoi gesti, o meglio, attraverso l’uso della parola come fonte creatrice, mette in scena quello che diverrà un vero e proprio dramma, con tanto di morti e lacrime. Ed ecco che riconosciamo anche il Gombrowicz di Ferdydurke: la forma che de-forma, ma che a sua volta viene de-formata in un ciclo senza fine.

Una delle peculiarità di Ślub è che il protagonista prende su di sé un’eredità importante, forse troppo, in quanto Enrico rappresenta contemporaneamente Faust e Amleto. Ma anche un certo Enrico IV di pirandelliana memoria, vittima di un gioco (inscenato da altri) in bilico tra realtà e finzione… Se però il dubbio di Amleto si ferma alla domanda “essere o non essere”, Enrico – eroe moderno che porta in sè il dramma di due guerre- si chiede se esistiamo, se esiste una qualche realtà: il quesito non più centrato sulla dicotomia vita-morte, ma è tutto teso al tentativo -goffo- di comprendere se siamo hic et nunc. La sua continua ricerca nel tentativo di comprendere se ciò che sta vivendo sia realtà o finzione, diventa opprimente ed estenuante alla fine, in un pathos crescente che da origine al dramma finale.

Un incubo moderno ad occhi aperti

In quale misura possiamo giocare, plasmare e manipolare la realtà? È poi davvero realtà o siamo immersi sempre e costantemente in un gioco di parti che ci obbliga a comportamenti sterili e fittizi che dobbiamo dosare? E se un giorno ci svegliassimo e scoprissimo che è tutta una farsa…?

Comunque, se io sono io, solo io, perchè (facciamo la prova) non esisterei? […] Adesso che sei solo, completamente solo, potresti almeno sospendere un momento questa interminabile recitazione, questa produzione di gesti, questa fabbricazione di parole…

Certo, l’idea del mondo come teatro non è nuova e Gombrowicz, da amante di Shakespeare, ovviamente la conosce bene. Ma quello che -ad una seconda e più attenta lettura- mi ha fatto pensare “questo dovrebbe essere considerato un classico moderno”, è proprio l’urgenza drammatica e contemporanea di cui è permeato dall’inizio alla fine. Il dramma dell’uomo moderno che è adormentato e perciò vittima di una realtà -quella massificata- che lo plasma a suo piacimento. L’uomo però, non si rende conto di essere una vittima e -come l’anti-eroe gombrowicziano- continua nella sua scalata verso un potere illimitato, in una società dove non vede più limiti al suo svillupo poichè, parafrasando Nietzsche e riassumendo Ślub, Dio è morto e l’uomo ne ha preso il posto, senza accorgersi però, di essere appunto solo uomo…

Nego ogni ordine, qualsiasi idea, non credo a nessuna astrazione, a nessuna dottrina, non credo alla Ragione! E neppure in Dio! Basta! Nessun Dio! Datemi l’uomo! che egli sia come me, ambiguo, incompiuto, informulato, oscuro, confuso, affinchè io danzi con lui…

PoloniCult consiglia:

Ferdydurke di Witold Gombrowicz

Cosmo di Witolf Gombrowicz

Trans-Atlantico di Witold Gombrowicz

Testamento di Witold Gombrowicz

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