PoloniCultori. Intervista a Vanni Bianconi.

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Vanni Bianconi PoloniCult

Per la rubrica PoloniCultori oggi parliamo con Vanni Bianconi, poeta e direttore di Babel – festival di letteratura e traduzione di Bellinzona.

di Salvatore Greco
 

I lettori di PoloniCult ricorderanno il bel libro Il vetro è sottile, poeti polacchi contemporanei tradotti da poeti di cui abbiamo ampiamente e piacevolmente parlato qualche tempo fa. Incuriositi dal progetto siamo andati alla radice per capire come fosse nata un’idea del genere, chi insomma fossero stati a incentivare questo dialogo con la poesia polacca contemporanea fino a farne un bel progetto editoriale. Per questo motivo siamo andati a parlare con Vanni Bianconi, direttore del festival di letteratura e traduzione Babel che ogni anno nella città svizzera di Bellinzona mette culture diverse in contatto e gli abbiamo fatto alcune domande, sulla poesia polacca e non solo.

Benvenuto, Vanni Bianconi, e innanzitutto grazie della disponibilità dimostrata. La prima cosa che vorrei conoscere è la genesi del progetto che ha portato a Il vetro è sottile. Come mai la scelta di fare questo progetto di reciproca traduzione proprio con dei poeti polacchi e come mai proprio degli autori che, a eccezione di Dehnel noto per i suoi romanzi, sono ancora relativamente poco noti pure in Polonia?

La genesi è composita, in quanto questo progetto è il risultato di diverse spinte, curiosità, necessità.
Per quel che riguarda la scelta degli autori, volevamo andare a vedere che poesia si scrive in Polonia oggi. Perché Polonia e poesia, è una questione a sé e ci torneremo dopo. Abbiamo quindi letto tutto quello che siamo riusciti a leggere – grazie a antologie come Inattese vertigini. Antologia della poesia polacca dopo il 1989, antologie in altre lingue, traduzioni interlineari commissionate appositamente – e abbiamo semplicemente scelto i poeti che ci sembravano più interessanti. Concentrandoci sui poeti sotto i 50, per osservare cosa sta accadendo adesso, ma senza tenere conto di parametri quali la (sempre relativa) notorietà.

Un’altra spinta importante è quella verso la concezione delle competenze linguistiche necessarie per tradurre poesia. In Italia si tende a considerare, e giustamente, che il traduttore debba conoscere la lingua di partenza. Un approccio diverso, che ci sembra altrettanto valido ed è molto diffuso per esempio negli Stati Uniti, richiede che il traduttore conosca la lingua della poesia. Che sia, quindi, un poeta. Questo poeta non traduce alla cieca, ma si basa su traduzioni interlineari, che gli forniscono una resa letterale del senso della poesia da tradurre, e una serie di annotazioni riguardanti gli elementi formali rilevanti: metro, rime, richiami fonici, e tono, registro, giochi di parole, riferimenti culturali e via dicendo. A partire da questo materiale, il poeta-traduttore riesce a ricreare la poesia nella sua lingua. Molte delle migliori traduzioni che conosco sono state fatte così.

L’idea di completare il progetto con un libro speculare in polacco, in cui i traduttori diventano i poeti e viceversa, è stata una naturale conseguenza della felicità dell’esito del primo libro e della curiosità reciproca che questo processo ha istigato.

Al di fuori del quintetto di poeti coinvolti nel progetto che idea hai della poesia polacca? Leggi quella che, con alterna fortuna, si trova tradotta in lingua italiana? Hai per caso un autore preferito e, in questo caso, credi che ci sia una linea di continuità tra i poeti polacchi che conosci e questa nuova generazione a cui avete dato straordinario spazio in traduzione italiana?

Eccoci all’altra questione fondamentale. La questione che ha portato all’idea dell’antologia, ma ancora prima all’edizione del festival Babel dedicata alla non-fiction polacca, con un’attenzione particolare alla poesia. E cioè, il tentativo di risolvere il mistero, che invece è rimasto tale. E cioè, com’è possibile che la Polonia nella seconda metà del XX secolo abbia prodotto un numero tale di poeti straordinari? Czeslaw Milosz, Wislawa Szymborska (di cui l’editore Casagrande ha avuto il merito di diffondere il docu-film biografico La vita a volte è sopportabile, n.d.r.), Tadeusz Różewicz, e il mio preferito in assoluto, Zbigniew Herbert. E poi il loro erede, Adam Zagajewski.

Questo è stato il motore dei nostri progetti, ma il mistero è rimasto tale. Per quel che riguarda la continuità, in Polonia c’è ancora molto talento e una comprensione profonda della poesia ma – e che sia solo perché la vita è più sopportabile? O perché è pressoché impossibile crescere all’ombra di simili giganti? – da nessuna parte abbiamo ritrovato il concentrato nitidissimo di resistenza e humour, ardore e reticenza, umanità e metafisica che caratterizza la generazione precedente.

Vanni Bianconi 3 PoloniCult

Tornando all’origine del progetto, tutto è nato all’interno del Festival Babel di Bellinzona che dirigi e che si fonda sulla traduzione intesa come spazio di dialogo interculturale. Ti va di raccontarci un po’ cos’è il festival, qual è la sua storia e -se possibile- qualche anticipazione per il 2015?

La traduzione è ospitalità linguistica, che ci porta ad andare verso l’altro per poterlo invitare presso di noi; tradurre significa essere al contempo qui e altrove, è un radicarsi mobile alla ricerca di un’identità che non risiede solo nella radice ma anche nella relazione, è il gesto etico dell’errante capace di percepire la diversità in tutta la sua intensità.

La traduzione intesa in questi termini è un modello per aderire al presente senza soccombere alla globalizzazione livellante e ai localismi vani. È un caso preciso e concreto della poetica della relazione di Éduard Glissant, secondo cui ogni identità si estende in un rapporto con l’altro; il traduttore deve aderire il più completamente possibile alla lingua e alla cultura che vuole tradurre, per poi cercare di ricrearla nella propria lingua, in un andirivieni senza fine che, malgrado le insormontabili opacità, è il solo garante di una reale apertura al mondo.

La ricerca di Babel ha esplorato vari paesi e un’unica letteratura, quella che crea un linguaggio a partire da una molteplicità di influssi, per trovare la propria parola a partire dalle lingue date. Babel ha ospitato lingue e culture che racchiudevano in sé casi di traduzione, e si è concentrato sugli scrittori che ricorrono alla traduzione come spinta creativa o orizzonte interpretativo. Lingue balcaniche, inglesi uniti d’America, le lingue della Palestina, Messico, Russia, fino all’edizione caraibica del 2014 che ha toccato un apice a livello di contaminazione linguistica: le lingue “coloniali” vengono abitate in svariati modi dalle dimensioni dell’oralità, del dialetto, dei vernacoli, dei creoli.

È questa dimensione caraibica che, per quanto possa suonare assurdo, nel 2015 porta Babel a ospitare le letterature svizzere: in particolare nella Svizzera tedesca, negli ultimi anni assistiamo a una riappropriazione della lingua scritta da parte di chi è cresciuto parlando una lingua che non è il tedesco, bensì dialetti svizzeri estremamente connotati, e straordinariamente fertili in sede di scrittura.

Vanni Bianconi banner PoloniCult

Il vetro è sottile” è solo una parte di un progetto a specchio che vede coinvolti i poeti di lingua italiana tradotti dai “colleghi” polacchi per un volume curato dall’editore Biuro Literackie in uscita nel 2015. Vorrei chiedere se in generale è stato più arduo il compito per i nostri di interpretare la poesia polacca o il contrario. In generale che cosa hai percepito della ricezione della poesia in lingua italiana in Polonia dove, notoriamente, se ne legge molta di più che nell’Europa occidentale?

Non ti so rispondere di preciso, ma la mia netta impressione si collega a quanto detto prima, e cioè che la lingua della poesia è una lingua franca conosciuta da tutti gli scrittori coinvolti, che quindi si sono trovati in una situazione molto simile. Per esempio, quando ho ricevuto le traduzioni interlineari delle poesie di Joanna Wajs (che di professione traduce dall’italiano al polacco) mi sono sembrate delle buone poesie a cui non avrei potuto apportare gran che. Ma una volta che ho iniziato a metterci mano, le poesie hanno iniziato a generare le loro necessità, mi sono trovato ad accelerare il ritmo, inserire rime interne, modificare il tono. Senza potermi basare che su quanto mi sembrava che la poesia stessa richiedesse. Solo quando Joanna ha confermato, stupita pure lei, che ora le poesie erano più vicine all’originale di quanto non fossero prima, ho trovato conferma delle intuizioni che ci hanno portato a impostare il lavoro in questo modo.

Quanto alla ricezione, purtroppo, e a dispetto delle aspettative, neanche in Polonia ci trattano come popstar.

Ricollegandoci a questo, credo che la tua esperienza diretta possa essere la cosa più interesante su cui basarci. Vanni Bianconi, lo dico ai nostri lettori, è infatti autore di due volumi di poesie di cui l’ultimo arrivato –Il passo dell’uomo (2012)- è finalista all’European Poet of Freedom del 2016, il premio polacco dedicato alla poesia straniera i cui candidati vengono scelti da traduttori che si impegnano a renderne in polacco una parte e poi il vincitore viene tradotto integralmente.
Tornando a noi, chi ha candidato la tua raccolta? Hai capito cosa nella tua poesia può avere appeal per il pubblico polacco? Ovviamente non discutiamo della qualità, ci mancherebe, ma proprio di approcci tematici e simbolici. Come ben descritto nell’introduzione a Il vetro è sottile, per la poesia polacca è fondamentale un atavico rapporto con il reale. La tua poesia osserva questa legge non scritta?

La concezione di questo premio è semplice e sensata: sono i traduttori professionisti polacchi a candidare, traducendo alcune loro poesie, i poeti europei che concorreranno. La giuria sceglie poi i 7 finalisti, e il premio fa tradurre e pubblicare l’intero libro dei finalisti. Una volta che i libri saranno pubblicati in polacco inizia la vera e propria valutazione che porterà al vincitore. Sono convinto che la mia poesia cerchi uno stretto rapporto con il reale, ma sono altrettanto convinto che per ora il suo successo dipenda in larga misura dalla bravura di Joanna Wajs come traduttrice. Un eventuale appeal della mia poesia per il pubblico polacco sarebbe il fattore determinante per la fase successiva.

Nel farTi un sincero in bocca al lupo per il premio di cui sopra e per tutte le Tue attività, vorremmo chiudere con un’ultima domanda. Leggiamo che vivi tra Locarno e Londra, quindi -per curiosità da polonicultori- hai per caso notato una differente attenzione per la letteratura polacca tra gli anglofoni (fermo restando che di base traducono pochissimo)?

Traducono pochissimo. Ma per esempio, la rediviva rivista Modern Poetry in Translation, fondata da Ted Hughes, negli scorsi anni ha dato parecchio spazio ai poeti polacchi. Inoltre il mondo anglofono può godere delle ottime traduzioni della traduttrice Clare Kavanagh – come, del resto, il mondo italofono può godere di quelle di Pietro Marchesani.

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