“Noi ebrei polacchi”, lingua e identità per Tuwim.

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Noi ebrei polacchi

Uscito nel 2009, Noi ebrei polacchi raccoglie l’omonimo testo di Tuwim unito a riflessioni preziose sull’identità orgogliosamente polacca ed ebraica del poeta.

di Salvatore Greco.
 

La figura di Julian Tuwim nella percezione dei giovani polonisti vive una curiosa ambiguità, nome tra i più noti a spiccare da un manuale di storia letteraria e tra i meno letti di prima mano. Il motivo è semplice, parte dal poco che si trova in giro e continua con la coscienza del fatto che in lingua originale si tratta di un autore di difficile interpretazione. Un aiuto può venire dall’agile libriccino uscito per Livello Quattro nel 2009 “Noi ebrei polacchi“.

Noi ebrei polacchiL’impostazione del libro, curato da Giovanna Tomassucci e arricchito da un’introduzione di Moni Ovadia, è allo stesso tempo semplice e ambiziosa nella sua volontà di raccontare Julian Tuwim come simbolo intellettuale dell’identità ebraica in Polonia. La semplicità è un pregio non indifferente di un libro del genere che non abbassa mai il suo orizzonte, ma riesce a trattare i temi complessi e a volte duri senza mai rendersi complicato. Lo si legge con il piacere di un romanzo e la soddisfazione di un buon saggio.
Il cuore di Noi ebrei polacchi, come detto, è la riflessione omonima di Tuwim stesso sulla difficoltà (per gli altri più che per il poeta stesso) nel pensarsi collettivo del popolo ebraico e di quello polacco, specialmente nel caso in cui le due cose finivano a coincidere e specialemnte dopo i traumi e le ambiguità della guerra. Ma già prima dell’olocausto, nei radiosi anni tra le guerre di cui fu autentico mattatore, Tuwim rivendicava la sua -per dirla con le parole di Ovadia- “ubiquità identitaria” e lo faceva con naturalezza e una certa dose di ironia, giocando su pregiudizi e verità. Tuwim era un ebreo assimilato come ce n’erano a milioni in Polonia, indifferente alle questioni religiose e quanto di più lontano si possa immaginare da un immaginario da shtetl, ma proprio per questo attento ai segnali che i tribolati anni ’30 mandavano in giro per la Polonia  come dimostra la poesia “Ebrei” del 1918 citata a esordio del libro e che inizia così:

Neri, barbuti,
dagli sguardi folli, astuti,
in cui v’è un eterno terrore
in cui v’è il retaggio di secoli.
Gente,
che non conosce patria
perché vive ovunque
tragica, inquieta.

La leggerezza in poesia, cara a lui e a tutta la generazione dello Skamander e condannata dai sacerdoti dell’intellettualità impegnata d’ogni colore, non era per Tuwim uno schermo o un rifiuto della realtà, anzi oggi con il senno di poi una strofa del genere suona ben più significativa di uno scherzoso calembour. A maggior ragione il tema si pose dopo la guerra, nella condizione paradossalmente scomoda di sopravvissuto all’Olocausto, che fece emergere in lui quella “urgenza” espositiva che lo portò a occuparsi dei problemi identitari con una continuità e una meticolosità che ne misero da parte l’estro zuccherino.
In spregio ai pregiudizi di ieri (ma anche a quelli di oggi) dichiarava di sentirsi ebreo e polacco come un dato di fatto, un fenomeno ambientale, spogliato dei significati mistici che ogni nazionalismo porta con sè:

“io sono Polacco per delle ragioni elementari, perfino primitive, per la maggior parte razionali, in piccola parte irrazionali, anche se prive di qualsivoglia ingrediente ‘mistico’. Essere Polacco non è un onore né una gloria né un privilegio. È come respirare: finora non ho mai incontrato nessuno che fosse orgoglioso di respirare”

Queste righe, tratte proprio dal testo di Noi ebrei polacchi scritto da Tuwim nel 1944, rispecchiano esattamente il rigetto di quell’ossessione nazionale che aveva prodotto e stava ancora alimentando non solo il nazismo ma anche la mediocrità delle risposte che ad esso venivano date. Persino durante l’occupazione tedesca c’era in Polonia chi, succube di quell’impianto culturale che intendeva combattere in armi, ragionava di nazionalità con le stesse categorie hitleriane.
La rivendicazione di Tuwim a essere polacco in quanto cresciuto in Polonia e felice della cosa per tutta una serie di risvolti emotivi raggiunge un apice quando il poeta fa riferimento alla lingua, quella lingua polacca di cui è stato tra i più fortunati portatori in poesia:

sono Polacco perché così mi fu detto nella mia casa paterna, perché fin dalla più tenera età sono stato nutrito con la lingua di quel paese, perché mia madre mi ha insegnato poesie e canzoni polacche, perché la poesia che mi ha folgorato per la prima volta è stata quella polacca, perché ciò che nella mia vita ha avuto più importanza, la creazione poetica, per me resta impensabile in qualsiasi altra lingua, perfino in quella che io posso parlare alla perfezione.
Sono Polacco perché in polacco ho confidato i turbamenti del mio primo amore, perché in polacco ne ho balbettato le gioie e le bufere“.

Sono parole bellissime e di una vibrante modernità queste che richiamano a un senso di nazionalità che esula dalle basi etniche, ma nasce dalla condivisione di memoria e cultura, nel senso classico quanto in quello antropologico del termine. E anche nella rivendicazione della sua natura ebraica Tuwim non cambia registro, anzi:

Ma allora perché ‘Noi, EBREI?’ – Vi risponderò: ‘A CAUSA DEL SANGUE’ – E allora è razzismo?! – No, non è affatto razzismo, anzi esattamente l’opposto.
Il sangue può essere di due tipi: quello che scorre nelle vene e quello che ne sgorga fuori. Il primo è una linfa corporea che in quanto tale dev’essere oggetto di studio da parte dei fisiologi. Chi invece a quel sangue attribuisce degli aspetti particolari, diversi da quelli organici, vi scorge dei poteri misteriosi -come vediamo bene oggi- condanna inevitabilmente le città alla distruzione, al massacro milioni di persone […] Il secondo tipo è proprio quello che quel capobanda del fascismo internazionale stilla all’umanità per provare la superiorità del suo sangue sul mio. È ill sangue di milioni di innocenti massacrati […] il sangue degli Ebrei (e non “il sangue ebraico”) scorre oggi in alvei più ampi e profondi“.

Sono probabilmente queste le frasi fulcro di un discorso lungo, sentito e appassionato e anche per questo incostante nella profondità e nella lucidità come dimostra il passaggio un po’ dubbio in cui invoca la stella di David come onoreficenza militare, ma è un’enfasi che si può più che perdonare con la contingenza visto che parliamo di un testo vergato nell’anno del Signore 1944.

Il libro di cui parliamo oggi non si limita a presentare il testo, come dicevamo, ma si completa con un saggio intitolato “Le nazioni di Tuwim” del critico (e poeta a sua volta) Piotr Matywiecki che di Noi ebrei polacchi fa una ricca esegesi affrontandone i temi portanti con grande meticolosità ma senza mai perdere il contatto con il lettore. Paragrafi agevoli e taglio divulgativo rendono questo contributo di Matywiecki una chiave preziosa per leggere le parole di Tuwim al netto delle sue stesse, inevitabili, idiosincrasie e di un rischio di approssimazione culturale sempre in agguato quando si parla di certi temi.  L’ebraismo vissuto e raccontato da Tuwim viene valutato nella sua capacità di essere identità culturale propria, ma anche naturale sbocco verso l’universalità e la polonità affettiva del poeta scoperta nei suoi tratti più sentiti.

Nella sua totalità Noi ebrei polacchi è un tassello piccolo ma fondamentale per la Polonia a scaffale, un ponticello per arrivare a Tuwim attraverso il suo aspetto più dolorosamente umano e meno poeticamente estroso o anche un’aggiunta per chi -al contrario- di uno dei poeti più importanti del Novecento letterario polacco conosce bene i versi e l’estro immaginifico ma meno ne conosce il volto personale ed emotivo.
Perché il giocoliere della lingua polacca e il tormentato ebreo cosmopolita in Tuwim non sono scindibili.

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