Nagrobki – dal Baltico un omaggio all’onda fredda

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Nagrobki

(foto tratta dall’account ufficiale facebook della band, autore: Tomek Pawluczuk)

Il loro Stan Prac è stata una rivelazione del 2015 discografico in Polonia. Tra atmosfere cimiteriali, sottile ironia e omaggi evidenti alla cold wave i Nagrobki hanno conquistato le attenzioni di molti.

 

di Salvatore Greco

Il primo approccio con un nuovo ascolto, giocoforza, passa da impressioni visive, primi impatti, sensazioni istintive. È vero che, come un libro non si giudica dalla copertina, non si dovrebbe giudicare una band dal nome, ma il cervello è pigro e nello spazio di tempo che intercorre tra il cogliere il nome e premere il tasto play passa qualcosa che non può essere taciuto.

I Nagrobki in questo sembravano aver perso in partenza. Con un nome che in polacco significa “lapidi” stavo per bollare questi due ragazzotti del “Trójmiasto” (l’area urbana che comprende Danzica, Gdynia e Sopot) come un gruppo dark un po’ adolescenziale degno della peggiore stagione dei tardi ’90. Nulla di più sbagliato. Maciej Salamon e Adam Witkowski, vi devo delle scuse.

Stan Prac, ascoltabile in streaming dal sempre ottimo Bandcamp, non parte con le intenzioni giuste per smentire i miei pregiudizi. La sua “intro” è un minuto e mezzo di suoni distorti con una voce rallentata all’estremo e probabilmente riprodotta all’inverso nel migliore campionario di cialtronerie sataniche di un’epoca lontana. Tutto cambia radicalmente quando parte il primo pezzo vero, Niedziela, con un sound che evoca inevitabilmente all’orecchio gli Siekiera e tutta la fortunata stagione della cold wave polacca rivisitata alla luce di arrangiamenti più moderni. Il risultato è comunque apprezzabilissimo.

Il lavoro continua con l’altrettanto accattivante Blady Świt in cui la parte musicale pur restando fedele agli ammiccamenti zimnofalowe attinge un po’ anche a panorami diversi con chitarre “sporche” e molto distorte che rallentano e si lasciano guidare dal basso in un modo che la stagione dell’onda fredda conosceva meno.

Il punk nichilista dei Nagrobki esplode nell’ispirata Zaraza per continuare in modo più “giocoso” con Ja, cover del gruppo Samorządowcy, in cui il ritmo paranoide e compulsivo del canto del leader Maciej Salomon si distende su atmosfere diverse. Tutto torna all’abituale con Na śmierć zapomniałem e Martwi.

Il filo conduttore dei testi di Stan Prac proprio in Martwi trova un riassunto lapidario (l’ironia terminologica è involontaria) di quanto ha ispirato l’album. Salomon canta (urla) “Siamo morti, nulla ci può fermare/né la polizia né qualche altro stupido potere”.

Forse è questo ribellismo da punk classico a stonare un po’ nei Nagrobki che sembrano rifiutare il fatto di essere figli di un altro tempo e abitanti di un’altra Polonia, dove un certo nichilismo è certamente motivato e c’è persino da augurarsi che trovi sbocco artistico, ma la repressione del 2016 non trova forma nelle divise della milicja quanto in uno smarrimento di sé che va ben oltre gli schemi ereditati dalla contestazione degli anni ’80.

Le tracce che chiudono l’album, Nie mam nic do powiedzenia e Dla Grzesia, sono forse una risposta a questa critica. In particolare il caos confusionario e a tratti volutamente cacofonico è un urlo disperato che più del citazionismo –pur gradevole e riuscito- di inizio disco rende onore all’ispirazione dei Nagrobki.

Stan Prac è insomma un disco che vale la pena ascoltare, ben scritto e ben arrangiato, da cui non attendersi troppo nella speranza che i figli fedeli del post-punk polacco possano infine aggiungere qualcosa alle parole dei padri senza restarne schiacciati.

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Stan Prac dei Nagrobki

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