L’uomo di marmo – Wajda e il cinema che fa la storia

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L'uomo di marmo

L’uomo di marmo è un film che parla di storia, di Polonia e di cinema. I temi preferiti del maestro Andrzej Wajda.

di Salvatore Greco

Nel 1976 la Polonia di Gierek scricchiolava, stretta com’era nell’affanno di gestire i contraccolpi di un’economia strozzata dal debito e nel laborioso tentativo di convincere l’URSS che Varsavia non sarebbe stata una nuova Praga e che non ci sarebbe stata un’altra Primavera dopo quella del ’68. In quell’anno, Andrzej Wajda era già un regista più che affermato, cinquant’anni e numerose pellicole alle spalle, tra cui almeno un paio di riconosciuti capolavori. L’apice era ancora da venire, ma era proprio dietro l’angolo della Storia, e forse lui stesso ne sentiva il crepitante avvicinarsi. Il ’76 per Wajda fu anche l’anno di una rivincita simbolica, l’ammissione da parte della censura di un film bocciato solo alla sceneggiatura dieci anni prima, quel film era L’uomo di marmo (Człowiek z marmuru).

L'uomo di marmo

Diretto da Wajda e scritto dal maestro della sceneggiatura Aleksander Ścibor-Rylski, L’uomo di marmo aveva tutte le carte in regola per essere un film indigeribile da parte della censura di Stato tanto nella prima versione, mai girata, tanto in quella che vide la luce proprio nel 1976. L’uomo di marmo è infatti un film nemmeno troppo sottilmente politico, una coltellata ben assestata tra le già deboli scapole della Polonia socialista e del quale solo i mutati rapporti di forza tra il regista –sempre più famoso- e lo Stato –sempre più debole- permisero l’uscita. Formalmente, per altro, L’uomo di marmo ebbe una distribuzione limitata, ma fu un tentativo effimero di fermarne l’ondata e lo rese quello che oggi è: uno dei film più noti del regista di Suwałki.

L’uomo di marmo racconta due storie contemporaneamente, quella dell’eroe socialista Mateusz Birkut, tra i costruttori del nuovo quartiere cracoviano di Nowa Huta negli anni ’50, e quella della giovane regista Agnieszka che alla storia di Birkut vuole dedicare il suo film di diploma della Scuola di Cinema di Varsavia. Agnieszka, magistralmente interpretata dall’esordiente Krystyna Janda, è una giovane donna dalla personalità e dalla femminilità prorompenti, da degna figlia degli anni ’70 non ha nessuna intenzione di farsi fermare nel suo progetto nonostante le alte sfere della Scuola già da subito cerchino di farla desistere. Sin dalle prime scene lo stacco tra Agnieszka e chi la circonda è evidente, anche –banalmente- nella scelta dei costumi: una donna in jeans a zampa d’elefante e giubbotto da concerto rock attorniata da giacche marroni di taglio classico e cravatte dal nodo grosso. Nelle ricerche che fa per il suo film, c’è qualcosa che da subito non è chiaro alla giovane regista: Birkut dalle cronache degli anni ’50 risulta un eroe al pari del sovietico Stakhanov, un operaio infaticabile capace di lavorare il triplo del normale, protagonista assoluto della costruzione di Nowa Huta e simbolo dell’impresa al punto di meritare una statua di gusto neoclassico in marmo –l’uomo di marmo, per l’appunto- a ritrarlo; eppure, 25 anni dopo, sembra del tutto sparito dalla circolazione e dalla storia.

Agnieszka, accompagnata dalla troupe che le viene assegnata, entra a gamba tesa e con energia vibrante nelle maglie dell’ipocrisia di Stato, scova la famosa statua di Birkut gettata come fondo di magazzino del museo che la ospitava, studia i cinegiornali dell’epoca che raccontavano trionfanti il sorridente volto della classe operaia che costruisce il suo Stato e li confronta con stralci filmati non autorizzati dove di quei sorrisi non si vede nemmeno l’ombra e gli operai, che nelle fonti ufficiali cantano e mangiano contenti, qui si azzuffano nel fango per un’aringa a testa. Che il racconto fatto tra le bandiere rosse e le effigi di Stalin sia edulcorato non stupisce Agnieszka, quella che vive è in fondo una Polonia diversa e più consapevole, ma il mistero sulla fine di Birkut non la lascia in pace, specie quando tra le riprese di repertorio ne scova una dove il ritratto dell’eroe viene malamente gettato per fare spazio a un altro. Pian piano, con tenacia e sprezzo di ogni tipo di autorità, Agnieszka scopre un altro Birkut rispetto a quello visto nei materiali di repertorio, e Wajda monta con scelte di tempo magistrali gli spezzoni “dal vero” della vita dell’operaio cracoviano all’interno della storia che ad Agnieszka raccontano i vari protagonisti dell’epoca che lei riesce a scovare.

L'uomo di marmo

Il vero Birkut, interpretato da Jerzy Radziwiłowicz, è un uomo sinceramente buono e genuinamente socialista, ha un entusiasmo puro nella volontà di costruire il più in fretta possibile le case dove avranno dimora tante persone, ma allo stesso tempo è perplesso e pure un po’ frustrato dalla volontà del Partito di farne un eroe da cinegiornale, non capisce perché debba radersi allo scopo o mangiare oltre la sazietà in favore della telecamera, quando il regista del cinegiornale tenta di asciugargli il sudore mentre lo riprende, lui reagisce stizzito. Tuttavia questo non smorza il suo entusiasmo e non lo fa nemmeno l’incidente con un mattone rovente che compromette per sempre la sua possibilità di lavorare come operaio e lo trasforma in un supervisore e consulente edilizio in giro per il Paese. Qualche verità in più per Agnieszka, nella sua ricerca affannata di dove sia finito Birkut, la scopre da un ex quadro di partito finito a gestire uno squallido spettacolo di spogliarelliste. L’uomo in questione, che accompagnava Birkut e il fedele amico e collega Witek nei loro viaggi da ispettori, finisce per denunciare Witek e farlo allontanare come potenziale sovversivo per via degli anni vissuti in Occidente prima della guerra. La scomparsa dell’amico è, per Birkut, un colpo di grazia. Il sorridente costruttore del socialismo non ne può più, si sente tradito, imbrigliato, cerca di scoprire che fine abbia fatto Witek e, nelle sue intromissioni nutrite di sfiducia verso lo Stato, viene sempre più allontanato e messo ai margini, fino a sparire del tutto.

Agnieszka nel frattempo affronta le vicende con la consueta caparbietà e una sfacciataggine dai tratti spesso sensuali che cozza in profondità con tutto quello che ha attorno, con i risultati culturali e politici di quegli anni ’50 le cui ipocrisie cerca di fare emergere, incontra persino l’ex-moglie di Birkut e le strappa di straforo un’intervista, porta tutto il materiale al montaggio dove però viene fermata dall’impassibile macchina burocratica. Tutto questo materiale è inutile, le viene detto, senza sapere dove si trovi oggi il protagonista. È chiaro che quella che è una mancanza reale diventa una scusa buona per i burocrati per bocciare il lavoro di Agnieszka che infatti, dopo l’ennesimo scontro, viene privata dei mezzi e de facto espulsa dalla scuola. Nel finale – profetico? – nei cantieri navali di Danzica, la giovane trova le tracce del figlio di Birkut, che porta il cognome della madre, e scopre l’inutile ma incoraggiante verità.

L’uomo di marmo è un film dalla cifra eminentemente politica, una denuncia un po’ orwelliana dell’ipocrisia di un sistema che ha come unico intento l’autoconservazione e cancella a colpi di spugna i versanti scomodi della storia. Ridurlo tuttavia a un’apologia anticomunista sarebbe un colpo ingiusto inferto a un film come questo, dal momento che L’uomo di marmo è sicuramente molto di più. Wajda affronta in senso più ampio il potere dell’arte, del cinema nel suo caso, capace di creare la realtà che vuole; sembra ammonirci dal suo stesso potere, quello di urlare “stop” al momento giusto e incollare i pezzi di pellicola nell’ordine preferito per raccontare la realtà che si vuole. Che poi lo faccia uno Stato fantoccio dell’URSS stalinista è, in fondo, un incidente delle circostanze, ma nulla vieta che possa accadere in qualsiasi altro sistema. La speranza di Wajda, e di tutti, per un’arte realista che non abbia la pretesa di sostituirsi alla Storia, è in figure come quella della giovane Agnieszka per la quale la missione primaria è la verità, qualunque essa sia. Probabilmente nel 1976 Wajda stesso vi si riconosceva orgoglioso, peccato che poi non sia sempre rimasto fedele a se stesso, ma questa è un’altra storia.

L'uomo di marmo

Da un punto di vista tecnico commentare un film di Wajda è come discutere una scultura michelangiolesca e quindi a un fluire melenso di aggettivi laudatori preferiamo lasciare che sia L’uomo di marmo stesso a dire la sua, con un solo, delicato, riferimento ai cammei dalla Varsavia degli anni ’70 che riempiono il cuore a chi per qualche motivo si è affezionato a questa città.

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