Kim jesteś? Due parole su Witold Gombrowicz

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Nel giorno del gombrowiczersario, spunti di lettura e riflessione al di là della banalità.

di Mara Giacalone

“Nie wiem jaki jestem naprawdę”.  A voler scrivere/parlare di Gombrowicz, basterebbe utilizzare questa citazione, mettere il punto e lavarsene le mani. Witold è tutto racchiuso lì. Eppure la critica letteraria è riuscita a dare innumerevoli volti all’uomo che più di tutti ha tentato di essere indecifrabile e multiforme. In un certo senso, proprio qui si esplica uno dei paradossi gombrowiczani, perché questo suo carattere “multi” se da una parte gli ha concesso di scivolare da una forma di esistenza all’altra, eludendo tutto e tutti, dall’altra ha permesso che la critica si avvicinasse a lui da mille e più angolature…affibbiandogli mille e più maschere!

Witold Gombrowicz è uno di quegli autori che su PoloniCult non ha bisogno di presentazioni, proprio come si diceva a proposito del suo amico Bruno Schulz. Già l’anno scorso, in occasione del suo compleanno gli avevamo dedicato un pensiero speciale, avevamo poi presentato Ślub, il film di Żuławski, Opętani, 1958 Estación Gombrowicz… Oggi ricorre il 113° anniversario di nascita e non ci volevamo far scappare la possibilità di spendere due parole – anche un po’ critiche – su di lui e il mondo letterario che gli ruota attorno.

Come ormai saprete, a noi piace andare un po’ dove gli altri non vanno, e se proprio non nuotiamo controcorrente, tendiamo a fare quelli diversi. Ecco perché oggi ci piacerebbe mettere un paio di puntini sulle i e magari rinfrescare l’immagine di Witek, togliendogli alcuni degli stereotipi che chi fa (o tenta di fare) critica ha voluto, negli anni, cucirgli addosso.

Partiamo da una citazione che, personalmente mi piace molto perché oltre ad essere vera, mette in parallelo due pilastri della letteratura polacca moderna. Scrive Gombrowicz a proposito del suo rapporto con Schulz:

Lui inseguiva l’autoannientamento, io la realizzazione. Lui era fatto per essere schiavo, io per essere padrone. Lui cercava l’umiliazione, io lo stare “più su”, “al di sopra”. Lui era ebreo, io un aristocratico polacco.

Nonostante il Diario sia un’opera di finzione e non una memoria veritiera, questa citazione possiamo prenderla per corretta. Ed è vero che, anche se la critica ha sempre fatto passare l’immagine dei due autori come cari amici, correva molta distanza fra i due e se Schulz ammirava Gombrowicz, sul contrario – come afferma lo stesso sempre nel Diario – è difficile pronunciarsi in merito. Personalmente, credo che non stimasse davvero nessuno. Solo il suo ego – forse. Esattamente come riporta la citazione, Witku puntava – in una ripresa nietzschiana – ad essere un superuomo. Ad andare al di là, quel “” presente e al contempo nascosto nel suo “trans-atlantyk”. Quell’al di là dell’Atlantico non solo simbolico dato che l’Argentina fu per Gombrowicz una metafora diventata realtà. Perché quella terra non ha rappresentato solamente un andare al di là della Polonia, dell’Europa, un al di là delle convenzioni sociali e della moralità, ma una possibilità di espansione. In Argentina c’era quello spazio che in Europa mancava – geograficamente e culturalmente. In fin dei conti, vale un po’ anche per Gombrowicz la parabola del pesce rosso. Non è un caso, dunque, che proprio qui la sua arte ebbe modo di crescere ed espandersi, di andare al di là di quelle idee ancora vecchie e impolverate presenti nel continente. Tutta la sua opera fu – ed è – volontà di potenza, non distruttiva come hanno detto in molti ma piuttosto tesa a proporre e costruire le basi per qualcosa di nuovo.

Ma il canto del futuro non nascerà mai da una penna troppo legata al presente. […] Se volete che il proiettile arrivi lontano, dovete puntare l’affuso verso il cielo.

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Sicuramente Gombrowicz la sua penna/freccia l’aveva puntata ben in alto. Cosi tanto che, ricadendo, ha lasciato un gran bel segno indelebile e il suo nome è conosciuto al di là della madrepatria, terra che fu sempre per lui simbolo e metafora di un ostacolo da saltare. Un ostacolo per lui e per tutta la letteratura polacca. Il rapporto con la Polonia è sicuramente un altro dei paradossi gombrowiczani. Se da un lato ha sempre voluto staccarsene, tagliare i ponti con un paese d’origine così pesante scegliendo di rimanere in Argentina per ben 24 anni senza mai soffrire e senza mai sentirsi in esilio, dichiarando apertamente nelle pagine del Diario il suo malcontento e il suo malcelato disprezzo per tanti aspetti culturali/sociali, è anche vero che questa tematica non solo è uno dei temi centrali dei suoi testi, ma è stato anche punto di partenza della sua opera; questo malessere verso la polonità e la conseguente voglia di essere e portare cambiamento, furono la “molla” che fece esplodere l’irriverente e dissacrante protesta nei confronti della sua patria.

Trans-Atlantico cela nel suo interno una esplicita proposta che riguarda quel sentimento: superare la polonità. Allentare quel rapporto che ci rende succubi della Polonia. […] Si tratta di una revisione assai profonda del nostro rapporto con la Nazione.

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Ma Gombrowicz non era solo questo. Come non era solo la problematica della forma. È fin troppo facile giudicare gli autori in base a pochissimi elementi. Ultimamente le due etichette che vanno per la maggiore nei suoi confronti sono due: Gombrowicz e la sua omosessualità e Cosmo presentato sottoforma di detective story. Partiamo dalla prima. Diversi amici, sapendo del mio interesse gombrowiczano mi hanno fatto la domanda esplicitamente: “ma quindi era omosessuale?”. E la domanda arriva di norma prima della lettura, ciò significa che questa immagine lo anticipa. Sempre. Ora, per quanto non sia assolutamente un segreto il fatto che Witold abbia avuto di queste esperienze – lo ha dichiarato apertamente in più sedi – mi sembra, ci sembra, che non sia propriamente corretto ridurre la sua figura a quello, anche perché la questione è molto più complessa. Ma non siamo qui per parlare di quello, volevamo semplicemente mettere “in guardia” o far notare come nella maggior parte degli articoli, si tenda sempre a sottolineare questo elemento riducendo e arrivando all’uguaglianza Witold Gombrowicz = omosessuale, quasi che fosse un qualcosa che abbia influenzato la sua scrittura o risulti essere una tematica ricorrente e predominante nei suoi romanzi.

La seconda questione meriterebbe un articolo a parte e probabilmente lo avrà. In questa sede ci limitiamo a dire che è estremamente riduttivo e altamente fuorviante l’associazione Cosmo = romanzo giallo. Pochi mesi fa è uscita, edita per Il Saggiatore, una nuova edizione dell’ultimo romanzo di Gombrowicz, Cosmo, per l’appunto. Nel frattempo sono fioccate recensioni su recensioni nelle quali si ripete sempre, a mo’ di ritornello questa immagine. Sicuramente il testo ha degli elementi che fanno pensare alle indagini, ma di certo Witold e Fucsio non sono due detective. E la storia non è un giallo. O un poliziesco. Il testo parte da uno dei racconti di Bakakaj – Delitto premeditato – e ne segue la stessa (il)logica. Invece di procedere per deduzione logica, infatti, Cosmo si articola su costruzioni infondate. Tutto parte dal passero impiccato ma quello che segue non è un percorso che porta al colpevole, mette piuttosto in mostra la finzione e la manipolazione dei fatti. Cosmo è una tragedia metafisica vuota perché assomiglia ad un cane che si morde la coda. Una cosa porta ad una che porta ad un’altra che porta ad un’altra ancora. Siamo davanti ad un dramma sul maniacale bisogno dell’uomo di creare, manipolare, dare risposte anche quando è più che evidente che davanti a lui c’è il vuoto. Il nulla. E infatti non c’è nessuna risoluzione del caso, non c’è una conclusione. D’altronde, come potrebbe? È come diceva Pirandello: “la vita non conclude. Non può concludere. Se domani conclude, è finita.”

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Di cose se ne potrebbero dire altre mille, ma per ora ci fermiamo qui, lasciando questi spunti di riflessione. Però, non saremmo noi se non vi dessimo dei consigli di lettura. A tema gombrowiczano segnaliamo due testi basilari Forma, śmiech i rzeczy ostateczne. Studia o Gombrowiczu di Jan Błoński e Gra w Gombrowicza di Jerzy Jarzębski che se anche portano date un po’ vecchie, rimangono ottimi. A breve – 30 agosto – uscirà invece per i tipi di Wydawnictwo Czarne la biografia in due volumi Gombrowicz. Ja geniusz a cura di Klementyna Suchanów. Da ultimo, per chi non lo sapesse, esiste anche il museo.

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