Su ‘Il demone del moto’ di Stefan Grabiński

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Il demone del moto

Il demone del moto nella nuova traduzione per Stampa Alternativa getta una luce nuova sull’opera di Stefan Grabiński.

 

 

di Salvatore Greco

 

 

Il nome e l’opera di Stefan Grabiński non sono nuovi ai più affezionati lettori di PoloniCult che ricorderanno il bel ritratto dell’autore compiuto dal nostro Lorenzo Berardi a partire dalla raccolta “Il villaggio nero” uscita per Hypnos. L’occasione di riparlarne è senz’altro felice grazie allo sforzo di Mariagrazia Pelaia che ha curato e tradotto i racconti contenuti nella raccoltaIl demone del moto. Racconti ferroviari.” uscita a luglio per i tipi di Stampa alternativa.

La cosa che più ci ha spinto a ritornare sulle pagine così oscure e sofferte di Grabiński, oltre naturalmente alla qualità narrativa, è certamente il plauso verso un’edizione italiana che è partita integralmente da quella originale polacca, cosa che non ha lasciato indifferente i nostri vecchi cuori di polonisti. Inoltre Il demone del moto, oltre all’omonimo racconto, presenta anche alcuni inediti particolarmente interessanti per gli appassionati ma anche per gli studiosi eventualmente interessati all’opera di Grabiński, il quale ne esce sicuramente colto da una luce diversa rispetto al passato.

Il demone del motoCome anticipato a suo tempo da Lorenzo, la prosa di Grabiński merita uno spazio maggiore di quello tradizionalmente riservato alla letteratura di genere perché se è vero che le atmosfere e alcuni temi a cui l’autore attinge fanno parte della narrativa dell’orrore e a tutto il filone gotico i risultati che raggiunge e gli obiettivi che si prefigge mirano più in alto e più lontano. Racconti come La zona morta, Binario morto o La talpa di galleria ad esempio sono espressioni di un humus fertile che è lo stesso di Edgar Allan Poe –per citare uno degli autori a cui il nostro è più paragonato- ma come Poe e persino di più sono in grado di offrire una lettura che vada oltre i meri avvenimenti raccontati, lettura che spesso è il vero e proprio obiettivo dell’autore al punto che in certi momenti dei suoi racconti Grabiński sembra accelerare frettolosamente sui dettagli della storia pur di arrivare a ciò che ritiene più importante.

Un’impressione del genere si ricava ad esempio in Ultima Thule in cui si racconta la storia di due custodi dill demone del moto altrettante piccole stazioncine ferroviarie, di cui uno –Kazimierz Joszt- uso chiamare lo snodo di sua competenza Ultima Thule in quanto ultima stazione in terra polacca prima del confine orientale. Joszt tuttavia ha anche il particolare, quanto poco amato dai suoi compaesani, dono di prevedere in sogno la morte dei suoi conoscenti, sempre attraverso la stessa scena che raffigura in veste onirica il profilo del morente all’interno di un palazzo abbandonato. Ebbene, il modesto capostazione di provincia non concede l’origine di questo suo dono al mondo delle superstizioni né tenta di cercarne le tracce in una metafisica tradizionale e religiosa, ma è affascinato e spaventato al contempo dalla cosa e le attribuisce un misticismo tutto particolare. Il racconto poi prenderà strade narrative facilmente immaginabili, ma di cui tacciamo per rispetto della curiosità dei lettori; ciò che più importa osservare è innanzitutto che il buon Joszt è tutt’altro che l’unico personaggio di Grabiński così affascinato dal passaggio tra vita e morte di cui il treno –quasi onnipresente in questi racconti- è metafora viva e sbuffante, ma è anche interessante la pressante “urgenza” con cui l’autore intende arrivare al punto inscenando qui una conversazione su “antichi libri di magia” e “montanari scozzesi e irlandesi” assolutamente surreale per il retroterra sociale dei personaggi coinvolti ma essenziale per cogliere il senso metafisico di una storia che altrimenti sarebbe solo un racconto noir. In questo caso –e non è il solo- la verosimiglianza della narrazione cede il passo all’esigenza di un messaggio che vada oltre il racconto e si manifesti il prima possibile, e qui si distanzia Grabiński dai normali scrittori di genere per i quali la linearità narrativa è uno strumento fondamentale.

Un altro punto molto interessante che emerge dalla lettura di Ultima Thule come degli altri racconti compresi ne Il demone del moto è che il rapporto con la morte di Grabiński pone l’autore su un piano profondamente diverso rispetto agli altri scrittori etichettati come “noir”. Nelle pagine de Il demone del moto la morte è un elemento sempre presente, ma raramente è violenta, e pressoché mai indulge nel macabro; molto più spesso è un elemento atteso con dolcezza, pazienza e –come la stessa curatrice sostiene- con la curiosità di capire cosa c’è oltre. L’esplorazione che Grabiński fa della morte più che ai romanzieri di genere attiene alle grandi questioni mosse dai maestri della narrativa novecentesca come Dostoevskij o Kafka, sebbene con questi Grabiński non sempre condivida la qualità dell’ispirazione.

Sono le piccole ingenuità narrative a fare un po’ storcere la bocca dei lettori contemporanei a volte, come alcune conversazioni di scarsa verosimiglianza o quelle tra personaggi di varia nazionalità in un’innominata lingua franca, ma in generale la prosa di Grabiński scorre sinuosa ed elegante come i suoi treni, meravigliosamente dettagliati e descritti alla perfezione. E chissà se davvero la locomotiva sbuffante che trascina verso la morte più che un sinistro sintomo della modernità non sia invece il salutare mezzo che nella sua incontrollabile (per i tempi di Grabiński) potenza sia in grado di scardinare l’immaginato e il consentito per sconfinare oltre e vedere cosa c’è al di là, per accontentare quel demone del moto che alberga in ogni individuo su cui l’era delle masse prima e quella dell’alienazione poi hanno lasciato le loro indelebili tracce.

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Il demone del moto. Racconti ferroviari di Stefan Grabiński

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