Natalia Fiedorczuk – diventare madri ai tempi del turbocapitalismo

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Fiedorczuk

Natalia Fiedorczuk è l’autrice di un romanzo sulla sua esperienza di maternità vissuta nei templi del neoliberismo: Jak pokochać centra handlowe.

di Salvatore Greco

Il cambiamento di un paradigma socio-economico, specie se accelerato e in qualche modo forzoso, porta con sé strascichi inevitabili di contraddizioni, incomprensioni e difficoltà di vario genere, tutte cose di cui la letteratura  è da sempre chiamata ad occuparsi. La Polonia che ha abbandonato il socialismo (o quello che spacciavano per tale) convertendosi all’economia di mercato lo ha fatto con modi che, confrontati a quelli di alcuni Paesi vicini, sono stati indolori, ma certe ferite sono evidenti ed emergono ancor più oggi che la profezia del liberismo confessa anche da questa parte del mondo di non essere poi l’eldorado che sembrava. Una di queste ferite riguarda certamente il ruolo delle donne, e soprattutto il tema della maternità spaccato, in Polonia, tra la morale cattolica che la ritiene normale, doverosa e univocamente gioiosa, e i mantra produttivisti che escludono la possibilità che una madre possa essere una donna in carriera. In mezzo a questo fuoco incrociato crescono disagio, paura, sofferenze innominabili generalmente riconducibili alla cosiddetta sindrome post partum. E di questo ha parlato, con grande coraggio, la giovane scrittrice Natalia Fiedorczuk nel suo primo romanzo: Jak pokochać centra handlowe (Come innamorarsi dei centri commerciali) uscito nel 2016 per i tipi di Wielka Litera e premiato con il Paszport di Polityka, premio da sempre attento alla letteratura “sociale”.

Jak pokochać centra handlowe è un romanzo semplice, scritto in maniera estremamente lineare e che lascia relativamente poco spazio alla fiction. Non è autobiografico in senso stretto, l’autrice lo dice chiaramente nella post-fazione, ma è comunque un collage di esperienze vere di donne alle prese con la depressione post-partum, difficile da ammettere quanto da affrontare in un contesto sociale che da un lato o dall’altro spinge a nasconderla, soffocarla, reprimerla in modi che di sano hanno poco o nulla.

La storia della protagonista, che parla in prima persona e il cui nome –Lucyna- viene fatto solo di sponda in un paio di occasioni, è quasi un diario della sua esperienza degli ultimi mesi di gravidanza e dei primi anni da madre. Non si tratta però di un diario intimo nel senso in cui ce lo aspetteremmo, è invece clinico, gelido, perfidamente alienato. Il marito è sempre “il marito”, il figlio è sempre “il bambino” e nessuno o quasi ha dignità di nome, ma solo di ruolo. FiedorczukProliferano invece le descrizioni al limite dell’esasperato degli oggetti di consumo presenti nella sua vita –dai pannolini ai vestiti allo specchietto retrovisore dell’auto- e quelli dei centri commerciali che la protagonista visita spesso e nei quali trova conforto. Sembra quasi infatti che l’asfittico essere non-luoghi (definizione ben nota alla Fiedorczuk, come dimostra la citazione del sociologo Marc Augé posta in epigrafe) tipico dei centri commerciali, per Lucyna sia di conforto e normalizzazione. Lì conosce uno per uno quelli di Varsavia e dintorni, li nomina, li descrive, li conosce come fossero casa sua e li tratta con confidenza; in qualche modo scandiscono i momenti della sua vita, o quantomeno ne evidenziano momenti che vale la pena ricordare. Tutto questo un po’ stride con l’immagine di Lucyna che lei stessa dà di sé, giovane donna borghese istruita, lavoratrice dell’industria culturale (è una montatrice video) e cittadina a pieno titolo della capitale, una persona insomma che avrebbe ogni titolo per riconoscere nei centri commerciali e nel loro ripetersi di elementi convenzionali un vuoto raccapricciante. Ed è proprio qui che sta la forza drammatica del romanzo della Fiedorczuk, nel fatto che sembra suggerire che l’algida ripetizione di acquisti all’interno di spazi preconfezionati sia non un gesto inconsapevole e schiavo del consumismo martellante, ma l’unica ancora con cui resistere al disfacimento sociale.

“[…] nella trappola della scelta, nell’inondazione delle possibilità da libero mercato, in un posto movimentato e appassionante, lui che fa? Si ribella. E come lo capisco! Anche io non voglio scegliere. Qualcuno lo faccia al posto mio, qualcuno mi porti a casa in lacrime e ricalcitrante, mi copra con una coperta e mi porti della cioccolata, incurante delle potenziali conseguenze sulla gravidanza. Ora. Non voglio avere alcuna responsabilità”.

Lucyna non ha particolari problemi economici, anche il marito è un apprezzato professionista del montaggio, avere figli non è una cosa che la preoccupa più di tanto in questi termini, allo stesso tempo non ne è ossessionata né ne sembra spaventata dall’educazione o dai banali gesti. È semplicemente una giovane madre confusa, lanciata con violenza dentro un ruolo completamente nuovo e alla quale non è preparata, e della cui paura di non essere all’altezza è chiamata a vergognarsi dalla società che vede nella riproduzione una normalità che a lei appare drammatica.

Una paura paralizzante, quella della protagonista, al punto da annullare qualsiasi emotività. Il passaggio da donna incinta a madre si compie in un numero di parole inferiore a quello che userebbe per descrivere un impianto wi-fi in offerta in un grande negozio di elettronica e in fondo con lo stesso stile enumerativo di dati che sono propri di una cartella clinica o appunto di un cartellino del prezzo.

Sulla strada di casa chiacchieriamo del film, che era senza infamia e senza lode, ma bene o male è piaciuto a entrambi. Quella stessa notte entro in travaglio. Dopo nemmeno ventiquattr’ore, la sera di martedì mio figlio è già al mondo. è nato in sala operatoria, misura cinquantotto centimetri e pesa quattro chili. Ottiene sette punti sull’indice di Apgar. Lasciamo l’ospedale dopo una settimana”.

In questo modo una donna iperemotiva come Lucyna, capace di scoppiare in lacrime per la rottura dello specchietto retrovisore dell’auto, registra la nascita del suo primogenito. Nessuna emozione, nessun pensiero, il parto che avviene sullo stesso piano narrativo del rientro in auto dal cinema dopo un film noioso. Può sembrare che nasconda una patina di cinismo o di incapacità affettiva, ma nel complesso di questo romanzo-confessione il referto che la protagonista consegna alle sue memorie sembra (è) la risposta a suo modo molto intensa a quel bisogno di normalizzazione che l’intero momento porta con sé. Una normalizzazione che non si compie nelle modalità ed entro i linguaggi di chi la impone, ma con quello che Lucyna conosce meglio, l’ordinamento scandito delle cose in vendita nel mondo neoliberista.

Da quel momento il libro cambia passo, questa normalizzazione in qualche modo avviene e la narrazione si infiorisce di vestitini, passeggini, giocattoli, arriva per la protagonista persino un’altra figlia -e questa sì, accompagnata da qualche dubbio di carattere economico- ma è una normalizzazione che si mantiene tenue e che, se pure gioca al gioco delle madri impeccabili, mantiene di fondo le preoccupazioni originarie e la fondamentale fragilità. Psicologi, assistenti, gruppi di auto-aiuto inquietanti forum di neomamme sono il sostegno instabile e dannatamente esterno a una vita che fatica a tenersi su se stessa e a ritrovare una quotidianità nel mondo rivoluzionato dell’essere diventata madre e che ancora una volta trova nei centri commerciali e nel loro asettico esistere immutabili l’unico punto fermo a cui appigliarsi nella tempesta.

Il romanzo che la Fiedorczuk ha confezionato è un’opera profondamente sociale, un atto di grande coraggio personale e “politico” che ha già portato all’autrice critiche tanto dalla destra tradizionalista quanto dal mondo liberale di stampo più conservatore. È altresì un libro semplice, onesto, frutto puro di una scrittura che imita quella diaristica con l’intento di essere individuale e allo stesso tempo collettivo. La quarta di copertina lo definisce un debutto “ipnotizzante” e l’aver ricevuto il Paszport è certo una conferma di qualità scrittorie oltre che di sensibilità sociale. Va detto tuttavia che la narrazione, anche per via della forma scelta, a volte resta un po’ piatta e senza un’attenzione sincera al tema non è detto che la voglia del lettore di arrivare fino alla fine sia sempre viva e presente. Resta comunque una lettura meritevole, intensa al di fuori dei tempi vuoti, e che ha il pregio di porre il tema della maternità fuori dalle letture classiche, senza incensarlo acriticamente a momento senza il quale la vita di una donna non ha senso né demonizzarlo come fine inevitabile della realizzazione individuale.

Consapevole che il parere di un uomo su un libro del genere patisca comunque l’inevitabile straniamento dell’impossibile immedesimazione, Jak pokochać centra handlowe è un’opera che ritengo valga la pena leggere e che meriterebbe spazio, non solo in Polonia ma in tutto l’occidente allargato, per il tentativo che fa di parlare con coraggio e trasparenza di un tema troppo spesso trattato con vergogna, deferenza o tendenza a banalizzare.

“L’essere madre, quella calda coperta di piume d’oca che difende i figli dal freddo e dal male circostante, copre anche le madri stesse. Il tentativo di toglierla via quella coperta, anche quando diventa pesante e inadatta al clima, è come alzarsi di notte per andare in bagno o uscire a fumare una sigaretta davanti casa in pieno autunno. Non c’è niente, soltanto estranei, luci, fanali, discussioni animate, film e alcool”.

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