Correre. La storia discreta e cecoslovacca di Emil Zatopek

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Correre Zatopek
 
di Salvatore Greco

Quando si affronta un libro dedicato a una vicenda di sport, più spesso quando si tratta del preciso sottogenere delle biografie sportive, il timore è di approcciare libri nati sbagliati. Questo accade perché le vicende di sport a volte sono raccontate con i toni trionfalistici e patinati che il professionismo di oggi pare richiedere, a volte perché il sensazionalismo e la volontà di raccontare sconvolgenti retroscena offuscano il messaggio originale. Per fortuna non capita sempre, per fortuna non capita nemmeno a Correre di Jean Echenoz, scrittore francese che ha dedicato questo agevole libriccino di circa centocinquanta pagine pubblicato in Italia da Adelphi a uno dei più grandi podisti di tutti i tempi, il cecoslovacco (allora) Emil Zatopek.

Quello che aiuta Correre a fuggire via dai paradigmi preconfezionati da storia di sport è innanzitutto la vocazione narrativa autentica di Echenoz. Non ce ne vogliano i giornalisti sportivi prestati alle medie distanze della scrittura, ma la penna di un romanziere è comunque ben altra cosa. Oltretutto è la storia stessa di Zatopek, così poco patinata e così poco piena di misteri da sbattere in prima pagina a renderlo più adatto a un romanzo picaresco che a uno scintillante album di ricordi ed epopee.

Correre ZatopekZatopek è stato uno dei corridori più forti di tutti i tempi, quattro ori olimpici all’attivo sul mezzofondo e record su record battuti su quasi tutte le distanze di specialità: dai 1500 metri alla maratona passando per i suoi prediletti 10000 metri. Eppure non è un nome che evoca granché di epico, né le foto che di lui restituisce oggi internet raccontano un bronzeo adone, è uno straordinario uomo qualunque ed è così che Correre lo racconta, a partire dalla sua prima sgangherata esibizione internazionale ai giochi interalleati di Berlino nel 1946 fino all’esilio e all’umiliazione.
Echenoz raccoglie le vicende di Zatopek a partire dalla sua giovinezza di operaio nella prima fabbrica del poi impero calzaturiero di Bata, a Zlin. Per la verità ad aprire il libro sono i nazisti che entrano silenti in Moravia di fronte a un giovane Emil Zatopek inconsapevole, impotente, quasi passivo. Questo atteggiamento nei confronti della Storia, così invadente a quei tempi e a quelle latitudini, attraversa tutto il libro restituendoci un protagonista che vive direttamente su di sé i capitomboli immaginati da ben altri uomini e che a volte sembra non interessarsene.

Non è ovviamente così, la vita di Zatopek sarà pesantemente condizionata dalla guerra fredda che per lui significherà prevalentemente l’impossibilità di andare a gareggiare nelle competizioni internazionali e un rapporto difficile, ai limiti del beffardo, con il sistema della censura. Inoltre, ed è il nucleo di Correre, le dichiarate simpatie per Dubcek e per il socialismo dal volto umano a fine carriera gli costeranno il ritiro della tessera di partito, dei gradi da ufficiale conquistati a suon di record e medaglie, e una immeritata fine di carriera come netturbino obbligato, anche in quella circostanza però pronto a correre, correre sempre.

La nota più dolce di tutto il libro di Echenoz è la costante e delicata ironia con cui si presenta il rapporto di Zatopek con la vita, l’amore (le pagine dedicate alla conoscenza con la futura moglie sono assoluta meraviglia) e persino con la corsa, una cosa che da giovane detestava , che gli riuscì sempre male nello stile e nella meccanica, che lo faceva apparire in pista sempre sofferente e che comunque fu praticamente tutta la sua vita. Correre in questo sembra la storia di un eroe per caso, maratoneta perché glielo avevano detto o perché non gli avevano detto tutto, uomo paziente e un po’ alienato. A volte, nelle rare volte in cui tra le pagine Zatopek effettivamente parla sembra quasi di avere di fronte un bambino o uno svampito, tanta è la leggerezza con cui accarezza l’esistenza, così diversa dal passo pesante e veloce con cui scendeva in pista.

Se non si fosse ancora capito, Correre non è una biografia minimamente ufficiale, eppure non è nemmeno un romanzo o qualsiasi altro tipo di prosa di fiction. Correre sembra più la stesura fedele di un racconto da bar, consumato tra tavoli nodosi e boccali magari ricchi di birra boema, un racconto dove la Storia può permettersi di ammiccare e i suoi protagonisti di essere raccontati con affetto e un po’ di sana leggerezza. Per centocinquanta pagine Echenoz parla di un campione olimpico e di una vittima della restaurazione post-primavera di Praga, ma lo fa come se stesse prendendo in giro un amico seduto al tavolo accanto a lui. E qualcuno dirà che era il modo migliore.

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