Białystok – reportage da una città ferita

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Bialystok

Uscito per Czarne nel 2015 dalla penna di Marcin Kącki, Białystok è un reportage crudo e complesso sull’anima nera di una città ferita.

 

di Salvatore Greco

 

Sulle pagine di PoloniCult abbiamo già diffusamente raccontato l’attitudine genuinamente polacca alla scrittura di reportage che da Kapuściński in poi ha creato una scuola particolarmente affezionata al racconto del mondo fatto di voci, viaggi e punti di vista dei più disparati. Uno degli ultimi e particolarmente riusciti figli di questa tradizione è un gioiello di casa Czarne firmato dal giornalista della Gazeta Wyborcza Marcin Kącki con il titolo che recita Białystok – biała siła, czarna pamięć (Białystok – potere bianco, memoria nera). Kącki, da reporter attento ai fenomeni di intolleranza e violenza, ha raccontato in un libro gradevole e non troppo lungo il vivere sociale torbido di Białystok dove la faticosa negazione del passato e l’arrogante appropriazione del presente creano una realtà difficile, carica di rancore e asperità che Kącki racconta senza filtri d’autore, dando quanto più voce possibile ai suoi interlocutori e restituendo un’immagine della città oscura e sincera.

Capoluogo della regione Podlachia, ultima grande città polacca prima del confine orientale disegnato dalla gigantesca foresta di Białowieża che parte da lì e oltrepassa il limen con il misterioso vicino bielorusso, Białystok già Bialystoknella sua posizione geografica compromessa anticipa l’anima complessa e sofferente che porta con sé. Il resto lo ha fatto la storia sanguinosa e confusa di quelle terre le cui ferite oggi riempiono le pagine del libro di Kącki. Il passato di Białystok, in breve per chi non lo conoscesse, è stato quello di una città all’insegna di un vivace multiculturalismo, città prima zarista e poi della Polonia indipendente di Piłsudski in cui la maggioranza della cittadinanza era di religione e cultura ebraica e conviveva senza particolari frizioni con i cattolici polacchi, i russi ortodossi e persino con un’antichissima e radicata comunità tatara di religione musulmana. Di un contesto del genere, che aveva dato i natali oltre che l’ispirazione anche a Ludwig Zamenhof inventore dell’esperanto, i feroci nazionalismi che avrebbero attraversato il continente non potevano che lasciare brandelli e quelle ferite che questo libro magistralmente raccoglie e racconta.

Il volume si divide in quattro grossi capitoli entro i quali si dipanano le voci raccolte da Kącki, raramente intervallate da considerazioni di carattere personale da parte dell’autore che in questo dimostra di apprezzare uno stile di reportage senza filtri non molto lontano da quello promosso dalla premio Nobel Svetlana Aleksievic. Nel caso di Białystok si tratta di voci ben inquadrate, a volte collaborative, molto più spesso reticenti, spesso strozzate e foriere di verità incomplete ma che nella loro parzialità regalano una visione del mondo e delle cose la cui sinistra nettezza rende le idee più chiare che se fossimo a cospetto di eminenti studiosi.

Apre il lavoro il capitolo intitolato Dybuk, la traslitterazione polacca della parola Dibbuk che nella tradizione ebraica indicherebbe lo spirito di un defunto incapace di trovare riposo prima dell’espiazione dei propri peccati. E in effetti niente più che un senso di espiazione mancata e negata viene da queste prime voci raccolte dall’autore, voci che parlano del coinvolgimento degli abitanti di Białystok e dintorni nel compimento dell’Olocausto con i treni per Treblinka che dalla Russia transitavano per quelle terre e i casi degli shtetl spariti dalle carte per le deportazioni o per i casi di controversi pogrom come quello di Jedwabne. Kącki cerca le tracce dei sopravvissuti, in particolare di quei casi di bambini fatti scappare in qualche modo dai treni per Treblinka da parte dei genitori e portati in salvo da famiglie compassionevoli, ma si scontra con un muro di ostilità, genealogie ritrovate a fatica e identità mutilate, prima traccia di un percorso di negazione magistrale: Białystok prima della seconda guerra mondiale era abitata al 75% da ebrei, oggi il sito ufficiale della città ne parla come di una delle minoranze presenti all’epoca. L’opera di rimozione è meticolosa e ne dà atto anche la storia –raccontata da Kącki- della difficile pubblicazione in Polonia del libro del sopravvissuto ed emigrato in Australia Rafael Rajzner, duro ritratto delle condizioni di vita nel Ghetto e del rogo della sinagoga cittadina.

La rimozione della memoria o perlomeno la sua distorsione sono al centro anche del secondo capitolo, Pomniki (Monumenti) in cui il presente di Białystok come città di frontiera esce fuori nella prepotente guerra di simboli. La storia più emblematica –raccontata da Kącki nel dettaglio- è quella di un monumento al milite ignoto eretto negli anni Settanta all’interno di un parco a sua volta nato più o meno inconsapevolmente sopra un antico cimitero ebraico e oggi trasformato, con un vero e proprio blitz da parte di un’associazione di combattenti, in un monumento che recita il mantra della destra nazionalista polacca Bóg-Honor-Ojczyzna (Dio, Onore, Patria). Non è chiaro cosa di tutta questa storia possa lasciare più basiti, se il pensiero di un cimitero dissacrato, quello di un monumento pacchiano e nazionalista che rivendica la “polonità” totale del luogo o l’impotenza conclamata delle istituzioni cittadine di fronte al potere mostrato dalla destra nazionalista locale con quella che si è configurata come una vera e propria modifica illegale di un monumento, che ancora oggi è tale.

Bialystok 3 PoloniCult

Naturalmente questo episodio non è il solo. Kącki arricchisce il quadro gettando lo sguardo in numerose direzioni e così, tra le pieghe, appare anche la storia della memoria di Zamenhof, dell’avversione di parte della cittadinanza a ospitare il congresso internazionale degli esperantisti, la vicenda surreale del monumento da tributare a Zamenhof stesso passato da una statua maestosa a un modesto busto nel climax discendente di entusiasmo e disponibilità. Sono solo esempi di un quadro complessivo che racconta come Białystok nonostante alcune voci positive della sua comunità stia consapevolmente cancellando le tracce della comunità ebraica –ma anche di quella di religione ortodossa- nel tentativo grottesco ma meticoloso di creare per la città un’identità genuinamente polacca, anche a costo di riaccreditare la memoria dei Soldati Maledetti, brigate irregolari che proprio nelle terre circostanti Białystok si resero protagonisti della distruzione di interi villaggi colpevoli solo di essere a maggioranza ortodossa.

Che il tentativo di purificazione etnica nasca da e si rivolga verso un certo tipo di ambienti legati all’estrema destra nazionalista Kącki lo analizza nel terzo capitolo, White, quello più legato al presente di Białystok e al proliferare al suo interno di organizzazioni nazionaliste se non addirittura neonaziste. Il quadro è impietoso, lo stile dell’autore, da principio eminentemente narrativo, si fa più diretto anche perché più diretto e meno narrativo è il linguaggio dei suoi nuovi “personaggi”, ragazzi e ragazze prevalentemente minorenni che a vario titolo sono stati interrogati nelle questure di Białystok per gesti di intolleranza verso stranieri, omosessuali, simboli dell’ebraismo o per inneggiamento al nazismo. Il linguaggio asciutto di queste interviste restituisce la povertà argomentativa di invettive razziali prive di contenuto e il vuoto pneumatico ideologico con un risultato che, sulle prime, porta al riso ma poi si traduce per il lettore più attento in un profondo senso di scoramento.

Bialystok

Power, il capitolo finale di Białystok, si concentra su un ultimo aspetto, relativamente più distante dalle questioni precedenti ma utile a chiudere il quadro sulla città, parla del ruolo della malavita a Białystok in particolare in riferimento alla figura di Tadeusz Truskolaski, surreale personaggio con un passato da calciatore, impresario di disco polo e oggi presidente della locale squadra di calcio –lo Jagellonia Białystok– oltre che genero del sindaco della sua città. Il piccolo universo di simboli che si muove attorno al cospicuo patrimonio di Truskolaski serve a Kącki per dimostrare che da questo gioco all’immiserimento di Białystok privata del suo passato e della sua fiera diversità qualcuno ci guadagna eccome. In conclusione, Białystok è un libro dalla grande potenza argomentativa, capace di andare a scavare là dove fa più male, sguazzando nel negato e facendo riemergere un rimosso ancora scottante e che influenza in maniera evidentemente tossica il vivere civile di una città come Białystok. La forza di un libro come questo sta naturalmente nella quantità degli elementi raccontati e nella capacità di lanciare lo sguardo su una realtà specifica, ma il merito maggiore di Kącki e della sua opera è di aver prodotto dal particolare un racconto universale, ammonimento collettivo sui rischi della cancellazione della memoria e sulla pericolosità vera e vivace di un mondo semplificato a forza.

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