La squadra spezzata. Per le strade di Budapest tra Puskás e i carri armati

La squadra spezzata

Il 2016 d’Ungheria ha portato con sé una grande quantità di evocazioni, coincidenze e anniversari che hanno inevitabilmente dato a molti di che scrivere, in lungo e in largo per il continente, fuori e dentro la grande nazione magiara. È stato innanzitutto il sessantesimo anniversario della Rivoluzione ungherese del ’56, il tentativo coraggioso ma vano dell’Ungheria di sottrarsi alla logica della guerra fredda e al controllo totale dell’Unione Sovietica. Ed è stato anche il ritorno della nazionale ungherese di calcio su un palcoscenico internazionale, quello degli Europei di Francia, dopo un’assenza che durava dai mondiali di Messico ’86. Un fatto, quest’ultimo, meno banale di quanto si possa credere per una nazione innamorata del calcio e che, proprio a ridosso di quel ’56 soffocato nel sangue, aveva proposto al mondo una delle squadre più forti della storia, l’Aranycsapat, la squadra d’oro, l’Ungheria di Ferenc Puskás. Due storie apparentemente distanti, quella dei destini di un popolo orgoglioso della sua squadra di calcio, ma invece quasi indissolubilmente legate, e raccontate con pacatezza e sapienza da Luigi Bolognini nel suo La squadra spezzata edito nel 2016 dai maestri italiani di storie sportive non convenzionali, i tipi di 66thand2nd editore.

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L’uomo di ferro – la svolta della storia, la svolta di Wajda

Uomo di ferro

Come anche il titolo fa intuire, L’uomo di ferro è legato a doppio filo a L’uomo di marmo prodotto da Wajda qualche anno prima e dedicato alla storia della damnatio memoriae subita dall’ex eroe socialista Mateusz Birkut e al tentativo di una giovane regista di raccontarne la storia, tentativo naturalmente schiacciato dalla censura. Ne L’uomo di ferro ritroviamo Birkut, del quale si dichiara senza peli sulla lingua la morte per pestaggio da parte della polizia durante gli scioperi del 1970, ma soprattutto ritroviamo suo figlio Maciej Tomczyk, operaio nei cantieri di Danzica e vivace agitatore sindacale. Per Wajda il collegamento con il precedente film è quasi immediato dal momento che aveva presentato il personaggio del figlio di Birkut alla fine de L’uomo di marmo proprio come operaio dei cantieri navali. Nei panni di Maciej quello stesso Jerzy Radziwiłowicz che era stato suo padre pochi anni prima, particolarmente bravo a trasmettere l’emotività ribollente del giovane sindacalista. Ritroviamo anche Agnieszka (Krystyna Janda), la giovane regista censurata che oggi è moglie e compagna di lotta di Maciej Tomczyk, in prigione per attività sovversive.

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Tre storie da Cuba polacca

Cuba

Un polacco che scrive di Cuba, idealmente, è un gioco di sguardi e parole che merita attenzione a prescindere. Memori della grande lezione di Kapuściński nel raccontare il terzo mondo, e in particolare quel terzo mondo capriccioso e incerto nella sua strada verso il socialismo, pensare a un esponente del reportage polacco direttamente dall’isola canaglia di Fidel e del Che porta subito il lettore a immaginare una storia di confronto, lettura attenta e sguardo aperto. Kuba. Syndrom wyspy (Cuba, la sindrome da isola) di Krzysztof Jacek Hinz è un libro interessante, ma questo risultato lo raggiunge solo in parte. Cerchiamo di capire perché.

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Storie da un altro calcio – il Polonia Warszawa

Polonia Warszawa

Il manto erboso è pieno di macchie, circondato da una striscia di terriccio e cemento che con la pioggia diventa inesorabilmente fango; il tabellone del punteggio è dei più modesti, segna solo i nomi delle squadre, il numero di goal e il minutaggio; gli spalti consistono di due gradinate una di fronte all’altra, senza curve. Sembrerebbe un campo sportivo di provincia, come ce ne sono a centinaia nel calcio minore d’Italia, e invece è uno stadio nel pieno cuore di Varsavia. Anzi, è lo stadio della squadra più antica della capitale tra quelle ancora esistenti: il Polonia Warszawa, due titoli nazionali in palmares (1945/46 e 1999/2000) ma un presente ai limiti del professionismo.

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Il giardino dei cosacchi. Un po’ di vita accanto a Dostoevskij.

Il giardino dei cosacchi

Il contributo che la letteratura russa dell’Ottocento ha dato all’umanità è probabilmente tra le più fedeli definizioni possibili della parola ‘inestimabile’. Tanto e tale il mondo creato e descritto, ma anche compianto e squarciato, dai grandi romanzieri russi del XIX secolo che cognomi come quelli di Tolstoj, Gogol’, Turgenev e Dostoevskij sono diventati simboli collettivi persino al di là delle stesse opere da loro consegnate al pubblico. Dostoevskij in particolare, oltre a essere probabilmente il più noto tra tutti i citati, ha creato attorno a sé un’immagine ricca di stimoli e suggestioni; si può dire in un certo senso – ma senza cadere nel tranello critico del facile biografismo – che Dostoevskij stesso sarebbe il perfetto personaggio di un romanzo di Dostoevskij. Se ne è accorto nel tempo il mondo letterario, se ne è accorto soprattutto Jan Brokken che all’autore di Delitto e castigo ha dedicato il suo ultimo romanzo, uscito per i sempre encomiabili tipi di Iperborea: Il giardino dei cosacchi.

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Pietrzykowski – storia di un pugile nella PRL

Pietrzykowski

Roma, 5 settembre 1960, al Palazzo dello Sport dell’EUR un giovane pugile afroamericano alza i pugni al cielo accanto all’arbitro che ne ha dichiarato la vittoria. Poco più in là, il pugile sconfitto, un uomo asciutto, biondo ed emaciato, guarda di fronte a sé con la faccia un po’ seria e un po’ corrucciata di chi è arrivato a un passo dal titolo olimpico ma alla fine ha perso. Sì, perché a Roma il 5 settembre 1960 si combatte la finale per l’oro ai Giochi della XVII Olimpiade nel pugilato e in particolare nella categoria dei pesi mediomassimi. Quel ragazzo afroamericano sorridente è il diciottenne Cassius Clay al primo alloro di una carriera maestosa, da miglior pugile della storia. Lo sconfitto è un ventiseienne del villaggio slesiano di Bestwinka e risponde al nome di Zbigniew Pietrzykowski.

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L’uomo di marmo – Wajda e il cinema che fa la storia

L'uomo di marmo

Nel 1976 la Polonia di Gierek scricchiolava, stretta com’era nell’affanno di gestire i contraccolpi di un’economia strozzata dal debito e nel laborioso tentativo di convincere l’URSS che Varsavia non sarebbe stata una nuova Praga e che non ci sarebbe stata un’altra Primavera dopo quella del ’68. In quell’anno, Andrzej Wajda era già un regista più che affermato, cinquant’anni e numerose pellicole alle spalle, tra cui almeno un paio di riconosciuti capolavori. L’apice era ancora da venire, ma era proprio dietro l’angolo della Storia, e forse lui stesso ne sentiva il crepitante avvicinarsi. Il ’76 per Wajda fu anche l’anno di una rivincita simbolica, l’ammissione da parte della censura di un film bocciato solo alla sceneggiatura dieci anni prima, quel film era L’uomo di marmo (Człowiek z marmuru).

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Ziemowit Szczerek – viaggio nell’Ucraina che non c’è

Szczerek PoloniCult

Nell’immaginario italiano, perlomeno in quello di chi non ha una passione spiccata per la geopolitica, l’Ucraina è una creatura strana. Talmente strana che la maggior parte del dibattito fino a poco tempo fa riguardava l’accento: Ucràina o Ucraìna? Sono state le vicende degli ultimi anni, prima con la famosa/famigerata rivoluzione arancione poi con il tracollo iniziato dalle proteste di Majdan, ad accendere su questo Paese un interesse un po’ più “pop” che ha prodotto anche una corposa bibliografia più o meno attendibile. Se è valido asserire che il modo migliore di conoscere qualcuno è sentire cosa ne dicono i suoi vicini, allora è proprio tempo di dedicare un po’ di attenzione a un bel libro polacco sull’Ucraina: Tatuaż z tryzubem (Tatuaggio con il tridente) di Ziemowit Szczerek, uscito per Czarne nel 2015.

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Natalia Fiedorczuk – diventare madri ai tempi del turbocapitalismo

Fiedorczuk

Il cambiamento di un paradigma socio-economico, specie se accelerato e in qualche modo forzoso, porta con sé strascichi inevitabili di contraddizioni, incomprensioni e difficoltà di vario genere, tutte cose di cui la letteratura  è da sempre chiamata ad occuparsi. La Polonia che ha abbandonato il socialismo (o quello che spacciavano per tale) convertendosi all’economia di mercato lo ha fatto con modi che, confrontati a quelli di alcuni Paesi vicini, sono stati indolori, ma certe ferite sono evidenti ed emergono ancor più oggi che la profezia del liberismo confessa anche da questa parte del mondo di non essere poi l’eldorado che sembrava. Una di queste ferite riguarda certamente il ruolo delle donne, e soprattutto il tema della maternità spaccato, in Polonia, tra la morale cattolica che la ritiene normale, doverosa e univocamente gioiosa, e i mantra produttivisti che escludono la possibilità che una madre possa essere una donna in carriera. In mezzo a questo fuoco incrociato crescono disagio, paura, sofferenze innominabili generalmente riconducibili alla cosiddetta sindrome post partum. E di questo ha parlato, con grande coraggio, la giovane scrittrice Natalia Fiedorczuk nel suo primo romanzo: Jak pokochać centra handlowe (Come innamorarsi dei centri commerciali) uscito nel 2016 per i tipi di Wielka Litera e premiato con il Paszport di Polityka, premio da sempre attento alla letteratura “sociale”.

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PoloniCultori – Intervista a Piotr Paziński

Pazinski

Intervista video a Piotr Paziński, giovane scrittore varsaviano, autore de La Pensione  – di Salvatore Greco – Un giorno di novembre del 2012, mentre ero a Varsavia, sono entrato in libreria spinto dal prosaico bisogno di ripararmi da un temporale. Curiosando tra i libri esposti, senza essere davvero in cerca…

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