Andrzej Wajda – tributo alla storia

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Wajda

La scomparsa di Andrzej Wajda chiude una pagina importante di storia del cinema polacco, pagina che va raccontata.

 

di Andrea Ferrario

 

Con la morte di Andrzej Wajda, avvenuta il 9 ottobre scorso, termina la lunga carriera di uno degli autori più importanti del cinema non solo polacco, ma anche mondiale. Il suo è il caso più unico che raro di un regista la cui intera opera è pressoché interamente incentrata sulla storia specifica del proprio paese, ma nonostante questo è riuscito a trovare una vasta eco a livello globale. Ciò è dovuto probabilmente al fatto che Wajda ha sempre infuso i propri film di temi universali come la lotta per la libertà, la ricerca della verità e gli interrogativi sul significato della condizione umana.

La vita e le opere

Andrzej Wajda è nato nel 1926 a Suwalki, nella Polonia nord-orientale. Nel 1940 suo padre, che era ufficiale dell’esercito, è stato ucciso a Katyń insieme ad altre migliaia di militari e intellettuali nell’eccidio organizzato dalla polizia segreta russa per cercare di decapitare l’élite polacca. Nel 1942, a soli 16 anni, Wajda è entrato a fare parte della resistenza antinazista che faceva capo al governo polacco in esilio. Dopo la guerra si è iscritto prima all’Accademia di Belle Arti di Cracovia e poi alla scuola di cinema di Łódż. Wajda ha esordito nel lungometraggio con “Generazione” (Pokolenie, 1955), il primo film della sua trilogia sulla resistenza, completata poi da “I dannati di WajdaVarsavia” (“Kanal”, 1957) e da quello che è forse il suo capolavoro, “Cenere e diamanti” (“Popiół i diament”, 1958). Si tratta di film che hanno aperto la strada alla “scuola polacca” con il loro coraggio nel trattare temi scottanti e scomodi per il regime comunista di allora e con l’adozione di un linguaggio cinematografico innovativo nella forma. Con questi suoi film inoltre il regista ha lanciato la carriera di Roman Polanski, interprete di “Generazione”, e ha consacrato Zbigniew Cybułski come uno dei più originali attori polacchi in “Cenere e diamanti”. Infine, i premi ricevuti da “I dannati di Varsavia” e da “Cenere e diamanti” rispettivamente a Cannes e a Venezia hanno fatto di Wajda un regista noto in tutta Europa. Nel 1960 il regista ha diretto il suo primo (e uno dei suoi rari) film di ambientazione contemporanea e urbana, il dramma “Ingenui perversi” (“Niewinni czarodzieje”), per poi tornare al periodo della Seconda guerra mondiale con “Samson“, del 1961, la storia di un ebreo del ghetto di Varsavia. Il monumentale “Ceneri” (“Popioły”, 1965) descrive una Polonia devastata dalla guerra all’inizio del XIX secolo, in piena era napoleonica, mentre “Paesaggio dopo la battaglia” (“Krajobraz po bitwie”, 1970) è incentrato sui travagli di un sopravvissuto ai campi di sterminio in Polonia. Nella prima metà degli anni ’70 del secolo scorso Wajda ha diretto due film ambientati a inizio novecento, che sono tra le sue opere più interessanti: in “Le nozze” (“Wesele”, 1973), un banchetto nuziale è l’occasione per ripercorrere gli spettri del passato polacco, e in “La terra della grande promessa” (“Ziemia obiecana”, 1975) vengono narrate le vicende di un polacco, un ebreo e un tedesco che si lanciano in un’impresa industriale in una Łódż agli albori del capitalismo. Nel 1977 esce, con un grande successo di pubblico in Polonia, “L’uomo di marmo” (“Człowiek z marmuru”) che narra la scoperta progressiva, da parte di una giornalista, della realtà impietosa che si cela dietro il mito degli “stakhanovisti” nella passata epoca stalinista e che adotta in larga parte lo stile del documentario, applicato a una narrazione dai ritmi nervosi e scattanti. Gli farà eco da lì a pochi anni “L’uomo di ferro” (“Człowiek z żelaza”, 1981), un altro dei suoi film più noti, uscito alla vigilia della dichiarazione della legge marziale in Polonia. Se “L’uomo di marmo” anticipava a suo modo l’avvento di Solidarność, “L’uomo di ferro” ne dipinge la nascita e l’esplosione attraverso la figura dell’operaio Maciek Tomczyk e mettendo gli eventi del 1980-1981 in relazione con le proteste del 1968 e del 1970. Il film ottiene la Palma d’Oro al Festival di Cannes e consacra definitivamente Wajda come uno dei più importanti registi europei.

Wajda

Data l’enorme difficoltà di lavorare liberamente nella Polonia della legge marziale, Wajda ha realizzato negli anni ottanta del secolo scorso alcuni film all’estero, tra i quali vale la pena di ricordare in particolare “Danton“, del 1983 e interpretato da Gérard Depardieu, una critica sferzante degli ideali rivoluzionari, ma è riuscito comunque a dirigere in patria “Cronaca di avvenimenti amorosi” (“Kronika wypadków miłosnych”, 1986). A differenza di suoi colleghi come Roman Polanski o Jerzy Skolimowski, Wajda non ha optato per l’emigrazione definitiva e nel 1989, in occasione delle prime elezioni pluralistiche nel paese dopo la Seconda guerra mondiale, si è candidato per Solidarność ed è stato eletto senatore. Da allora l’opera del regista ha continuato ad affrontare prevalentemente temi storici, come in “Dottor Korczak” (“Korczak”, 1990), il ritratto di un pedagogo polacco che è stato vicino a centinaia di bimbi ebrei fino alla loro morte nel campo di Treblinka, un film che ha suscitato molte polemiche per il modo in cui approccia il tema dell’Olocausto. Tra gli altri film più noti di questo secondo periodo dell’opera del regista vanno citati “Pan Tadeusz“, del 1999, che torna ai tempi delle guerre napoleoniche trattando in particolare il tema dell’unità nazionale, e “Katyń“, del 2007, sull’eccidio di cui è stato vittima, come abbiamo già ricordato, anche il padre dello stesso Wajda. Nonostante l’età molto avanzata il regista ha continuato a essere attivo fino all’ultimo. Nel 2013 è uscito “Walesa – L’uomo della speranza” (“Wałęsa. Człowiek z nadżiei”), un biopic sull’ex leader di Solidarność ed ex presidente, che tra l’altro è stato fino all’ultimo amico intimo di Wajda, e solo un mese prima della sua morte vi è stata la prima di “Afterimage“, incentrato sulla figura dell’artista d’avanguardia Wladysław Strzeminski e della sua lotta per la sopravvivenza contro l’ortodossia stalinista. Un film, quest’ultimo, considerato da molti addetti ai lavori come una critica indiretta all’attuale governo di destra guidato dal partito Diritto e Giustizia e alle sue politiche in campo culturale.

Il bilancio di una carriera

Lungo i novanta anni della sua vita Wajda ha diretto oltre cinquanta film e quelli che abbiamo ricordato sopra sono solo quelli più importanti. I suoi primi film, con la loro violazione sistematica dei cliché cinematografici che erano allora imperanti sia in Polonia che nel resto d’Europa, con la sola eccezione forse del neorealismo italiano, del quale il primo Wajda ha tra l’altro subito in parte l’influenza, hanno aperto la strada non solo alla “scuola polacca”, come abbiamo ricordato, ma anche a tutte le nuove ondate che da lì a pochi anni hanno travolto il continente. Basti pensare che i film della “trilogia della resistenza” precedono di alcuni anni opere come “I 400 colpi” di François Truffaut (1959) e “Fino all’ultimo respiro” (1960) di Jean-Luc Godard, che hanno inaugurato la stagione della nouvelle vague francese. Wajda nella prima fase della sua opera si è concentrato su personaggi marginali (come il Maciek di “Cenere e diamanti”) e su ambientazioni anch’esse ai margini della vita sociale (per esempio le fogne della capitale polacca in “I dannati di Varsavia”), utilizzandoli come strumenti per formulare una critica radicale di ogni ideologia oppressiva. Nelle sue opere successive ha proseguito il suo discorso mirato a smontare gli apparati ideologici con opere corali, da “Ceneri” fino a “La terra della grande promessa” ambientate in epoche storiche più lontane. Questa prima fase ha trovato il suo culmine ne “L’uomo di marmo”, che è una spietata critica dello stalinismo, del brutale sfruttamento dei lavoratori nei paesi del socialismo di stato e della falsità ideologica dei regimi comunisti di allora, ma indirettamente anche di ogni forma di oppressione burocratica (per esempio con la sua efficace denuncia delle manipolazioni propagandistiche cui si prestano i media). Ne “L’uomo di ferro” emergono invece i primi segni di un cambiamento di linea da parte di Wajda. La studiosa Ewa Mazierska ha osservato, nel suo libro “From Self-Fulfilment to Survival of the Fittest“, che in questo film, a differenza del precedente in cui il motore della narrazione era rappresentato da una giornalista televisiva, le donne vengono relegate nel ruolo di gregarie degli uomini. Inoltre, “Wajda rappresenta i lavoratori come una folla che ha bisogno di essere guidata da leader”, mentreWajda nei suoi film passati, ivi compreso “L’uomo di marmo”, la storia era sempre scritta dal basso. Affiora poi per la prima volta nella sua opera anche un didatticismo intriso di retorica (per esempio nella rappresentazione del ruolo della chiesa cattolica) che sembra essere l’esatto opposto dello spirito che animava i precedenti film di Wajda. L’epoca in cui il film è uscito era particolarmente drammatica, richiedeva di farsi sentire con urgenza e forse ciò spiega in parte le pecche del film. Ma nei decenni successivi il regista ha ulteriormente rafforzato i toni retorici, ricorrendo spesso a narrazioni a tesi. Anche un tema tragico come quello dell’eccidio di Katyń, che si sarebbe potuto prestare a uno sviluppo interpretativo originale, è stato trattato da Wajda senza mai uscire dai binari delle convenzioni formali e narrative dei kolossal storici hollywoodiani. In “Walesa – L’uomo della speranza” il regista ha posto al centro del suo film non più un personaggio ai margini della società o persone vittime della violenza, ma addirittura un uomo di potere, sebbene ormai da tempo di fatto in pensione, capovolgendo così i principi ispiratori dai quali era partito e realizzando quella che nella sua sostanza è un’agiografia. Come ha scritto Ana Ribeiro, “Wajda spinge lo spettatore a credere in una figura oltremodo carismatica, presentata in un contesto spettacolare che non lascia molto spazio per riflettere su chi Wałęsa sia, o sia stato, in realtà”. Proprio per il rispetto che nutriamo per il contributo enorme apportato da Wajda alla storia del cinema e alla cultura europea in generale, ci sembra giusto non tacere sul fatto che la parte conclusiva della sua carriera di regista ha segnato una parabola discendente. Va dato comunque atto a Wajda di essere sempre stato nel corso della sua lunga vita un sincero difensore dei diritti civili e di averli difesi con coerenza fino all’ultimo, anche di fronte all’ondata di politiche retrograde e illiberali che stanno colpendo, tra i tanti altri, anche il suo Paese.

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