2013 – l’anno che a Wimbledon si parlò polacco.

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Wimbledon

Nel 2013 sull’erba di Wimbledon, durante il più nobile dei tornei di tennis, due polacchi si sfidarono ai quarti di finale incollando un milione di appassionati al televisore.

di Salvatore Greco

Wimbledon è qualcosa di talmente antico e atavico che non ha bisogno di aggettivi. Il nome ufficiale del torneo, infatti, è “The Championships”. Non serviva aggiungere altro all’epoca, le specificazioni servono a differenziare, Wimbledon era unico. E continua a esserlo, nonostante tutto, nonostante il tennis abbia compiuto una metamorfosi totale del suo ruolo, da passatempo nobile e poi borghese a sport diffuso a livello mondiale. E nonostante il calendario professionistico copra quasi tutte le settimane dell’anno, l’ultima di giugno e la prima di luglio brillano di una luce propria, la luce di Wimbledon, che consegna i suoi protagonisti alla storia di questo sport. Com’è successo a Jerzy Janowicz e Łukasz Kubot il 3 luglio del 2013.

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La Polonia non è per tradizione una patria di grandi tennisti. Sarà l’aura un po’ borghese e snob che il tennis portava con sé, almeno fino agli anni Settanta, un’aura chiaramente irricevibile nella Polonia popolare, sarà che si tratta di uno sport complicato da praticare: servono strutture, attrezzature, maestri e una significativa dose di pazienza. Prima dei tempi odierni, un unico tennista polacco aveva raggiunto livelli altissimi ed era stato Wojciech Fibak da Poznań, arrivato al n.10 del mondo nel 1977, quattro quarti di finale slam raggiunti in singolare e un titolo in doppio all’Australian Open del 1978. Un bottino niente male in un’era dominata da Connors, Borg e poi anche John McEnroe. Dopo di lui, il proverbiale diluvio. Fino a oggi, più o meno.

Chi conosce il tennis d’altronde lo sa bene che una tradizione forte o una federazione solida non bastano quasi mai, e a volte non servono affatto, a fare emergere i campioni. Questo sport gira attorno all’individuo con un moto turbinante, gli carica sulle spalle pressioni e fatiche, lo premia –quando lo premia- con una gloria che è unica e incondivisibile. Ed ecco che la Francia, che offre campi, maestri, tradizione, esprime da almeno un decennio svariati ottimi tennisti, ottimi ma non campioni assoluti. E invece la Svizzera, otto milioni di anime, banchieri compresi, e una storia tennistica coerentemente insignificante, nell’agosto del 1981 ha dato i natali al massimo esponente di tutti i tempi di questo sport, il GOAT Roger Federer.

Un po’ nello stesso modo, ma con le dovute proporzioni, la Polonia si è trovata tra le mani un talento esplosivo, diamante autentico ma difficilissimo da sgrezzare: Jerzy Janowicz, 2 metri e una manciata di centimetri di grazia –a volte- e potenza –spesso- sbucati improvvisamente a Łódź, dove nessuno se lo aspettava. Janowicz è il figlio nobile di due ex-pallavolisti, cosa che ha evidentemente giovato al suo corredo genetico, e come in ogni storia di futura stella che si rispetti, sembra che il suo talento fosse chiaro già intorno ai cinque anni. La famiglia del piccolo Jerzy, allora, fa quello che può per sopperire a una federazione priva di mezzi e incoraggia la carriera del ragazzino che nel frattempo mette su centimetri, tecnica, una grande potenza al servizio, un dritto molto efficace e una mano abbastanza educata nel gestire i colpi tecnicamente più difficili. In un tempo stretto e compresso, Janowicz esplode, come i suoi servizi lanciati oltre i 200 km/h, alla fine del 2012 al torneo di Parigi Bercy mette in fila avversari più forti di lui e si ferma solo in finale. L’exploit a Wimbledon dell’anno dopo è una sorpresa solo fino a un certo punto, ma ci arriveremo.

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Łukasz Kubot di esplosivo invece non ha proprio nulla. Pacato figlio della bassa Slesia, nativo di Bolesławiec, ha messo alla base della sua carriera un misto di solidità e colpi “normali”, il che è meno banale di quanto possa sembrare. Quando si rende conto che la specialità del doppio può dargli più soddisfazioni si dedica principalmente a quella, quando tra infortuni ed età che avanza (parliamo pur sempre di un classe 1982)  deve compiere una scelta di campo netta, non ha dubbi nel preferire il doppio, vincendo per altro nel 2014 l’Australian Open di categoria in compagnia dello svedese Lindstedt. L’anno prima a Wimbledon aveva stupito tutti, ma ci arriveremo.

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A Wimbledon si gioca sull’erba, un’erba curata con attenzione maniacale, tenuta a un’altezza stabilita, un’erba su cui è difficile muoversi senza scivolare e ancora più difficile controllare i rimbalzi della pallina, spesso imprevedibili, incontrollabili. Non tutti amano l’erba, per la verità quasi nessuno, superficie anarchica e capricciosa che premia solo i più tecnici tra i tennisti, ed è anche per questo che è sempre più rara: oltre Wimbledon sono pochi i tornei che vi si giocano, tutti raccolti in quel periodo, tutti propedeutici a prendere confidenza con quella base insensata dopo mesi passati sulla regolare, onesta, terra rossa.

L’erba di Wimbledon dunque premia gli eroi, i più coraggiosi, i più pazienti nell’accettare la sua unicità tecnica e stilistica come l’obbligo di divisa bianca e il contegno superiore richiesto a chi deve calcare i campi dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club, che è lì dal 1868 fieramente allergico ai cambiamenti. Tant’è che Wimbledon in passato ha omaggiato trionfatori in sequenza, da Borg a Federer passando per Sampras, ma ha anche vissuto edizioni un po’ folli, come quella del 2013, l’edizione in cui Wimbledon parlò polacco.

Il torneo iniziò subito con alcune eliminazioni eccellenti al primo turno, a fare più rumore di tutte fu sicuramente quella dello spagnolo Rafa Nadal, reduce dall’ennesimo Roland Garros vinto, ma soprattutto campione a Wimbledon già due volte in passato. A completare l’ecatombe chiassosa arrivò anche l’eliminazione, al secondo turno, di sua maestà Roger Federer, sette titoli a Wimbledon in carriera tra cui quello dell’anno precedente. Non si prospettò certo un torneo senza padroni, ma fu chiaro a tutti che i buchi lasciati dai due campioni avrebbero lasciato spazio a sorprese.

E mentre tutti si stupivano delle débâcle e si interrogavano sulle sorti universali del tennis, Jerzy Janowicz mise in fila il giovane Edmund, il veterano Stepanek e l’ostico Nico Almagro per poi vincere al quarto turno contro l’austriaco Jurgen Melzer; gli servirono cinque set ma l’impresa si compì. Janowicz il fromboliere matto approfittò dell’eliminazione di Federer e volà ai quarti di finale. Nel frattempo Kubot, nel pezzetto di tabellone poco superiore, eliminò il modesto russo Andreev, approfittando poi del ritiro del belga Darcis (che aveva eliminato Nadal), vinse in tre set su Benoit Paire e poi combatté per cinque set contro un altro francese, Adrian Mannarino, piegandolo alla fine. Successe che lo scherzo di un tabellone sorteggiato anzitempo, incurante del fato, sui nobili campi di Wimbledon, mise i due polacchi uno contro l’altro nei quarti di finale. Jerzy Janowicz contro Łukasz Kubot per un posto in semifinale, un posto tra i primi quattro, e poi chissà.

Il pubblico polacco intanto si svegliò come all’improvviso, la notizia della sfida rimbalzò sui giornali, non solo quelli sportivi, e pure chi sapeva a stento che Wimbledon fosse in corso e che ci fossero dei tennisti polacchi in gara improvvisamente si appassionò. La partita venne trasmessa in chiaro dall’emittente Polsat e stando ai dati auditel diffusi più di un milione di televisori quel giorno di luglio mostrò due polacchi in casacca bianca su un campo d’erbetta con una rete in mezzo. E per uno sport ancora poco popolare, il dato era enorme.

La storia, l’emozione di avere una sfida tra due tennisti polacchi ai quarti di finale di Wimbledon, è pressoché tutta qui, consuma la sua forza nell’attesa che venga giocato il primo punto. La differenza tecnica tra il rampante Janowicz e l’onesto Kubot si mostra in tre set nei quali il gigante Jerzy va avanti in scioltezza e chiude con il punteggio di 7-5 6-4 6-4 guadagnandosi una semifinale contro il futuro campione di quell’edizione: lo scozzese Andy Murray. Non ci sono punti epici o momenti che spezzano la partita, l’andamento lo fa Janowicz dall’inizio alla fine e Kubot raccoglie il suo, ma l’emozione in campo e tra gli appassionati è tanta, è bella, il tennis entra nelle case dei polacchi quasi per caso, ma ci entra dalla porta principale, quella più bella.

“La storia ci racconta come finì la corsa” canta Guccini in uno dei suoi pezzi più noti e la corsa di questa storia è crudele come è crudele il tennis, lo sport dei pazzi e degli uomini soli. Kubot, a causa di una riconosciuta difficoltà nel competere a livelli che vorrebbe, inizia gradualmente ad abbandonare il singolare e giocare esclusivamente il doppio: oggi, da giocatore praticamente inattivo, galleggia intorno alla millesima posizione del ranking, quasi al confine del professionismo. Janowicz, atteso come fulgida stella, si è bruciato come meteora, quasi schiacciato da quei successi, incapace di andare avanti, migliorare il proprio tennis, avere la tenuta mentale richiesta da uno sport logora-nervi come quello che ha scelto.

Al di fuori di loro, come dopo Fibak, il diluvio o quasi. Non mancano i giovani tennisti interessanti, anche tra le ragazze, brilla nel tennis femminile il nome di Agnieszka Radwańska, ma quel fuoco insensato e collettivo del quarto di finale tra due polacchi al torneo di Wimbledon sarà difficile, difficilissimo, da ricreare.

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Consigli di lettura:

Terribile splendore. La più bella partita di tennis di tutti i tempi.  (66thand2nd Edizioni)

Sei chiodi storti. Santiago, 1976, la Davis italiana. (66thand2nd Edizioni)

Game, set, match. Borg, Edberg, Wilander e la Svezia del grande tennis. (Add editore)

OPEN, la mia storia. (Einaudi editore)

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