11 minuti: la frenesia del nulla di Jerzy Skolimowski

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11 minuti

Il concetto di casualità e coincidenza viene portato fino al limite estremo nell’ultimo film dell’eclettico regista polacco.

di Elettra Sofia Mauri

In undici minuti può accadere tutto e niente, Jerzy Skolimowski sceglie di mostrarci gli estremi di questo immenso spettro di possibilità. Dalle 17 alle 17:11 assistiamo allo svolgersi delle vite di una serie di personaggi sullo sfondo di una Varsavia sempre in movimento.

Cosa hanno in comune un corriere della droga, un venditore di hot dog, un’aspirante attrice e il suo marito geloso, l’equipe di un’ambulanza, un giovane rapinatore e una ragazza con il suo cane? In apparenza niente, di fatto potrebbe essere tutto. Il frenetico succedersi di fatti porta all’illusione di una simultaneità nello svolgersi del tempo, quando in realtà è proprio la concezione stessa del tempo a essere messa in discussione.

In una società sempre più impegnata in una corsa esasperata spesso senza meta, cosa dà senso al nostro tempo? Dove ci portano le concatenazioni di causa-effetto? Ha ancora senso parlare di coincidenze oppure siamo tutti quanti meramente vittime di un destino cieco e beffardo, che ci scruta dal cielo come una macchia nera? Sono queste le domande che porta con sé 11 minuti (11 minut, 2015) innovativa opera di Jerzy Skolimowski, che alla soglia degli ottanta anni non smette di sorprendere il suo pubblico, ma soprattutto di metterlo alla prova.

Il ritmo convulso e febbrile del film non aiuta sicuramente lo spettatore a mettere a fuoco con chiarezza le singole storie dei numerosi protagonisti, tuttavia è proprio questo senso di confusione a voler far da padrone nel film. Molto viene mostrato, tanto quanto molto altro viene lasciato sottinteso e accennato in simboli e metafore.

Tocca a chi guarda rimettere insieme i pezzi frastagliati delle storie, è lo spettatore a dover ricostruire il tutto, pur non avendo tutti gli elementi a disposizione. Sono molti i quesiti lasciati aperti nel film, si vorrebbe sapere di più su tutti i protagonisti, si vorrebbe capire di più sul loro agire, ma il regista non vuole lasciare spazio per questo.

Tempo e spazio si fondono in un altissimo gioco estetico diretto magistralmente da Skolimowski, che con la sfrontata energia di un regista emergente detta instancabilmente il ritmo di 11 minuti fino alla combustione finale. Se le micro strutture narrative dei singoli personaggi lasciano insoddisfatti e disorientati, l’esplosione finale distrugge, e allo stesso tempo rimette insieme, tutti i pezzi disseminati sulla strada durante il film.

11 minuti è un film rischioso, in quanto paradossalmente non racconta niente, pur portando avanti una storia per più di 80 minuti. Per avvicinarsi al senso d’insieme bisogna guardare proprio al finale, lasciandosi trasportare verso la riflessione finale a cui vuole portarci il regista. Una riflessione assolutamente aperta, come dichiarato dallo stesso Skolimowski in questa interessante intervista, dove viene evidenziata anche la questione dei numerosi richiami agli eventi dell’11/9 (il numero undici, l’aereo che vola a bassa quota tra i grattacieli, l’atmosfera apocalittica).

La macchina da presa nelle mani di Skolimowski diventa un elemento fluido e mutevole, passa dall’essere il punto di vista di un cane all’inquadratura di una web cam. Del resto succede lo stesso nell’impressionante scena finale, in cui tutto si trasforma fino a tornare al vero punto di partenza, quella piccola, apparentemente insignificante macchiolina nera che tutti i personaggi sembrano notare nel cielo di Varsavia.

Grazie all’imprevedibilità e ai grandi mezzi tecnici di questo film Skolimowski ha portato dalla Polonia un’inaspettata ventata di freschezza alla settantaduesima Mostra del Cinema di Venezia. Non a caso “11 minuti” è stato anche il candidato polacco nella rosa dei film stranieri in lizza agli Academy Awards.

Dopo Quattro notti con Anna e Essential Killing, Skolimowski è tornato a provocare con l’eclettismo che ha da sempre contrassegnato la sua carriera (è infatti oltre che regista, sceneggiatore, attore e pittore) sia in Polonia che all’estero. A contribuire al successo di “11 minuti” c’è un cast di talenti affermati nel cinema polacco, tra cui spiccano Dawid Ogrodnik e Agata Buzek (già visti in Ida, Io sono Mateusz, Disco Polo e Obce Ciało).

Il senso di 11 minuti sta in quello che vogliamo e riusciamo a vederci, potrebbe essere tutto come niente, ed è proprio in questo che sta la grande provocazione del film.

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